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IL CINEMA RITROVATO
Nello Ajello – LA REPUBBLICA
5/10/2001

Quando la vita vera è un infinito sketch


Già lo eravamo, senza riserve, da molti decenni. Ma l'inconsistenza della comicità oggi esibita in ogni spettacolo, sul video e fuori, ci ha resi ancor più «totopeppinisti» che mai. Siamo totopeppinisti fino alla nostalgia e alla petulanza filologica. Continuano a sedurci film o pezzi di film refrattari ad ogni decadenza, luminosi nella memoria. «Te li ricordi, Totò e Peppino, quando parlano con il vigile in piazza del Duomo?». «E quando rievocano la prepotenza delle rispettive consorti, proclamandosi devoti di Landru, ragazzo incompreso, uxoricida per il bene dell'umanità?». «E quando si travestono da banditi, sbucando da un cespuglio per inscenare un'impossibile rapina a se stessi, quasi a contatto di gomito con una sopraggiunta coppia di carabinieri?». E Signori si nasce? E La banda degli onesti?.
Siamo ghiotti di simili liturgie. Come il matto delle barzellette che le aveva catalogate in mente per numero, e gli bastava dire tredici, quarantanove o centoventuno per far esplodere risate a cascata nella platea del manicomio, c'intendiamo a gesti con i nostri correligionari. E la situazione non può che precipitare quando, nei prossimi giorni, troveremo in libreria una Summa di questi due attori che hanno segnato mezzo Novecento italiano. Si chiama infatti Totò, Peppino e...ho detto tutto una cassettavideo edita in cofanetto insieme a un volume critico ed esplicativo dalla Einaudi, a cura di Lello Arena, con contributi di Alberto Anile e Roberto Escobar (lire 35.000).
Novanta minuti condensano su nastro «il meglio» della coppia. Nel complesso, un maestoso tormentone comico. Perché, in realtà, di questo si tratta. Il ménage de CurtisDe Filippo, (che unisce un irresistibile comico di rivista a un grande attore «brillante») non è che una reiterata, insistita, insaziabile competizione fra due talenti diversi e complementari. In termini di psicanalisi da drogheria, li si definirebbe l'Incubo e il Succubo. Il carnefice e la vittima. Il persecutore e il rassegnato.
Nel primo di questi ruoli siamesi giganteggia Totò. Fargli da «spalla» è un'impresa stressante, che ha impegnato schiere di attori. Perché lui è stato sempre una maschera scenica da duetto. Un duetto che naturalmente evolveva in un «duello». Con esito scontato: chi ci si aspettava, infatti, che vincesse? Sulla scena, quel guitto utilizzava tutta l'imprevedibilità delle sue contorsioni per nuocere al suo deuteragonista o interlocutore. Definiva se stesso, sulla scena, «un personaggio aggressivo, bugiardo, cocciuto, millantatore e ipocrita, molesto come una mosca cavallina». E lestissimo di mano. Quest'attitudine all'assalto repentino era frutto di un lungo apprendistato nel teatro di rivista: qualcuno ricorda ancora le frenesie ginniche che si concedeva Totò durante le sue sgroppate in passerella al ritmo della marcia dei bersaglieri. O quando, nei finali, mimava i fuochi d'artificio facendo a gara con il batterista. Spalla o non spalla, chi si trovava nei paraggi rischiava molto. L'esuberanza psicologica di Totò, la sua verbosità creativa, trovavano un corrispettivo in un fisico a suo modo d'eccezione, addestrato a una sorta di ilare «Kungfu». Una belva comica.
Negli «a tu per tu», che dominano l'epopea vissuta con Peppino, Totò si sublimava. Non solo tentava di «rubare la scena» al partner, il che è normale (anche se, data la classe dell'interlocutore, di rado riusciva). Ma poteva fargli letteralmente di tutto. Nel film La banda degli onesti le angherie del nobile de Curtis si estendevano al di là di ciò che si sarebbe visto sullo schermo: arrivò lo raccontava lui stesso a chiudere di slancio la mano di Peppino nella fessura di una porta, facendolo infuriare fuori copione. Ed ecco Totò impegnato a schiaffeggiare sonoramente Peppino così, senza volere, gesticolando; o a pestargli i piedi sotto una sedia; o a camminargli sulla schiena o la pancia durante una notte assurda convissuta nello stesso letto (il de Curtis, appena reduce a piedi dalla ritirata di Russia, è sudicissimo e giustamente insonne); o a schiacciargli la mano in un cassetto; o a spiaccicagli una torta pannosa fra mento, collo e cravatta. Nel proverbiale Totò, Peppino e la malafemmina, i due sono fratelli, appartenenti a una rustica, benché facoltosa progenie di napoletani del contado. Stanno spostandosi su un calesse sdrucito (uno «sciarraballo», nel dialetto di entrambi) dal loro podere verso la stazione ferroviaria: meta finale e mitica come vedremo Milano. Totò regge le redini. E, quel che è peggio, fa schioccare trionfalmente la frusta. A ogni schiocco, Peppino urla di dolore.
I due, uno accanto all'altro. O meglio, Totò sopra e Peppino sotto. Ma, sotto, Peppino ci sta da Re. Quanto Totò è sfrontato, altrettanto lui è capzioso nella sua disarmata remissività. Al fondo del suo stato d'animo sembra di scorgere una tacita riserva in virtù della quale lui non diventerà mai la spalla dell'altro. Quasi a dire: senti un po', io adesso ti lascio sfogare altrimenti, per come sei tu, non fai figura. Poi, si vedrà. Al termine di ogni esplosione ultracomica, è infatti Peppino artista di suprema raffinatezza a rimettere insieme i cocci della recita, ristabilendo quei tempi scenici che il sulfureo compagno ha rischiato di far saltare. In presenza di Peppino, una farsa non è mai tale fino in fondo, non fosse altro che per la sua connaturata malinconia. E' lui, comunque, l'argine. Parla quasi sempre in falsetto, unico controcanto possibile all'esuberanza dell'altro. Ripagandone con scetticismo o sofferenza l'aggressività, suscita il riso attraverso una strada meno ripida ma sicura: i gemiti.
Mentre viene confezionata la lettera più celebre del Novecento comico italiano quella che comincia così: «Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi: addirvi, tutta una parola, mi raccomando» non è facile scegliere a chi vada assegnata la palma della perfezione. Totò giganteggia nella fantasia grottescoanalfabetica di chi detta formule epistolari. Peppino, l'esecutore, zappetta con enorme affanno tra penna, calamaio e foglio, equivoca su ogni parola già di per sé insensata, s'asciuga il sudore con gesti da baffuta puerpera di campagna. Lo spettatore dubita, quasi commiserandolo, che verrà a capo dell'impresa. Ce la fa. Come scrivano, riesce impagabile.
Più in generale, quando sembra che Totò abbia stravinto nel confronto, ecco che il partner ottiene, per tramiti meno clamorosi, il suo riscatto a spese del fratello o del cugino (nel tandem le parentele sono cangianti, ma sempre strettissime). Totò è lunare. De Filippo resta ancorato al nostro pianeta, benché ne capisca poco. Il suo segreto è il patetico. S'è scelto la parte di una, sia pur incongrua, ragionevolezza. Dei due fratelli Capone proiettati nell'avventura di sbarcare a Milano per sottrarre alla perdizione il nipote Teddy Reno, che nella lettera citata è «uno studente che studia» Peppino è il minore d'età, il meno scapestrato, l'amministratore avaro. Al contatto con un mondo metropolitano inconoscibile, Totò se ne costruisce uno a proprio arbitrio (Il Duomo che diventa il municipio, e la Scala che se ne sta rinchiusa all'interno del Duomo). Peppino scuote la testa. Incredulo. Grifagno. A tratti appare inconsolabile. Ma non si astrae dagli eventi, tutt'altro. Maestro delle titubanze verbali e della balbuzie comica in una non dimenticata serie tivù per bambini degli anni Sessanta, impiegava delle mezz'ore per ridurre alla parlata napoletano il vocabolo «ogniqualvolta» interviene validamente a confondere le acque. Ma sempre con compostezza, con struggente buonafede. Lo contrassegna un patrimonio ignoto al suo partner: una dignità da difendere. Non importa che in questo compito, o missione, fallisca sempre. Ma è la sua trepida compostezza a fungere da reagente. Fa da calmiere alla comicità di Totò. E insieme la innesca, la aiuta a risplendere.
Totò ha un viso a trapezio, un fisico fuori scala e senza centro. E' avventuroso come le sue stesse sembianze richiedono. Si atteggia a poliglotta: («Noio vulevon savuar l'indriz», oppure, a scelta: «Escus mi, s'il vu plè, plise, da quant tamp voio stat a Roma, in Romagna, in Romania?». Peppino è il meridionale<\->standard di mezza età: un fattore, un impiegato del gas, il signore della porta accanto. Può fare anche il «principale»: lo è, difatti, sia in una sua bottega di barbiere (mentre Totò funge da catastrofico ragazzo spazzola), sia nel ruolo ricoperto in quella ditta di affari semi<\->legali intestata ai due cugini omonimi: Posalaquaglia & Posalaquaglia. Abituati a fare, a pagamento, i testimoni oculari in incidenti che non hanno visto e di cui non sanno nulla, gli capita di deporre in un'aula di Pretura contemporaneamente a favore e contro due clienti in contrasto fra loro. Il fattaccio, una fucilata sparata forse per sbaglio, è avvenuto il 24 maggio nei pressi di Ciampino, dietro alcune «fratte». Esordisce Peppino nel disperato tentativo di dare ragione a tutti: parti in causa e pretore. S'impiglia e raggomitola in una «tartagliata» sublime, si finge in preda allo spavento e così, evocando per assonanza Silvio Spaventa e Silvio Pellico, confessa di essersi confuso («Mi sono imbrogliato, signor pretore, sono un uomo») e finisce pigolando e quasi singhiozzando au ralenti. Totò, per parte sua, emette qualche vocabolo insensato ma poi, memore del 24 maggio, data dell'episodio giudiziario, intona a voce spiegata e con vivo consenso in aula la canzone del Piave, il quale mormorava eccetera.
Vengono trasferiti entrambi a Regina Coeli. La parola «fine» ci vieta di assistere ai rapporti carcerari fra i due, che potevano essere sublimi. Ma ci basta ciò che ci hanno offerto: la loro fantasia al servizio dello sketch di esistere.

Nello Ajello – LA REPUBBLICA – 25/10/2001


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