| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

CINEMA

Coburn il magnifico

Una volta o l'altra bisognerà andarci, nel Nebraska. Dev'essere un paese strano. Pare che sia tutto piatto, scavato solo dai solchi delle badlands cantate da Bruce Springsteen in uno straordinario album “in bianco e nero” (Nebraska, appunto, del 1982). Ma sicuramente l'aria fa bene agli attori, se considerate che vi sono nati Marlon Brando, Fred Astaire, Montgomery Clift, Nick Nolte e James Coburn. I primi quattro a Omaha, il caro vecchio James che ci ha lasciato a 74 anni – in quel di Laurel. Se il genio della danza Astaire non ha molto a che vedere con gli altri grandi citati. Clift e Brando sono stati sicuramente i miti di Coburn agli inizi della sua carriera, negli anni '60; e Nolte è stato suo compagno d'avventura in un bel film di Paul Schrader (The Affliction, 1997) per il quale James ha vinto il suo unico Oscar. Nolte era il figlio, Coburn il padre: l'anagrafe non avrebbe permesso una simile paternità (ci sono solo 13 anni di differenza fra i due): ma le rughe che solcavano il volto di James, sempre più simile alle badlands del suo paese natale, e le mani deformate dall'artrite gli permettevano di fingersi millenario. Invece aveva solo 74 anni, e da ieri riposa assieme ai vecchi amici di un tempo. Divi come Yul Brynner e Steve McQueen (suoi compagni nei Magnifici sette) o registi come Sam Peckinpah e Sergio Leone (che lo diressero nei suoi ruoli più belli: di Sam fu anche assistente alla regia, in Convoy) gli avranno sicuramente riservato un posto accanto a loro. Stasera, lassù, si fa baldoria.

James Coburn è stato uno degli ultimi eroi del West. Arrivato ad Hollywood in un momento storico in cui il genere per eccellenza comincia a declinare, ne cattura e interpreta gli ultimi bagliori. Il suo esordio avviene in L'albero della vendetta (Ride Lonesome, 1959), uno di quei meravigliosi western prodotti dalla Ranown negli anni '50: erano tutti scritti da Burt Boetticher e interpretati da Randolph Scott. Una predestinazione: Coburn avrebbe imparato tutto da attori come Scott o, per andare più indietro nel tempo, come Joel MacCrea o i più grandi di tutti, James Stewart e Gary Cooper; quei lungagnoni un po' dinoccolati che recitavano senza dare l'impressione di far nulla di speciale. I re dell'underplaying, la recitazione sotto le righe: un altro di questa scuola, ma con più “faccia” e un insopprimibile romanticismo che debordava da ogni poro, era Robert Mitchum. Nella Hollywood degli anni '60, Coburn si impone pian piano come un loro erede. Di suo, ci mette una faccia di pietra, silenziosa e imperturbabile. Quando appare nei Magnifici sette di John Sturges (1960, era il pistolero più abile con il coltello che con la Colt) qualcuno si prende la briga di contare le sue battute: pare siano sei, e tutte brevissime. Quel ruolo così laconico e potente lo lancia, e d'altronde quel film è una specie di allevamento di divi (Brynner e McQueen erano già famosi, Eli Wallach, Horst Bucholz e Charles Bronson avrebbero sfondato da lì a poco). Fa in rapida successione La grande fuga, Sciarada, Sierra Charriba (il primo incontro con Peckinpah). Diventa un attore di nome, il che lo rende troppo costoso nel momento – corre l'anno 1964 – in cui Sergio Leone decide di “copiare” un film di Akira Kurosawa, La sfida del samurai, e di trasformarlo in Per un pugno di dollari. La prima scelta di Sergio Leone per il pistolero senza nome, sospeso tra i due clan rivali (“i Rojo da una parte e i Baxter dall'altra, e io nel mezzo”) come l'Arlecchino goldoniano fra i due padroni, è lui. Ma prende già cachet troppo alti. Si ripiega su Clint Estwood, un altro che recita senza smorfie e che sarebbe divenuto l'ultimo vero erede della Hollywood classica. Chissà se Coburn, a posteriori, rimpiangeva la trilogia del dollaro: l'ascendenza giapponese l'avrebbe divertito e forse onorato, visto che I Magnifici sette era un remake (dichiarato, però!) di Kurosawa e che in anni successivi sarebbe diventato allievo e amico di Bruce Lee e avrebbe portato a spalla la bara del grande hongkonghese al suo funerale.

Il vero successo commerciale arriva grazie a due simpatici film del '66 e del '67, Il nostro agente Flint e il seguito A noi piace Flint. Vi interpreta una versione più bonaria ed ironica di 007. divenuto, nel frattempo, un regista onnipotente, Leone lo chiama finalmente nel '71 per interpretare il ribelle irlandese Sean in Giù la testa!, film che inizialmente Sergio doveva solo produrre (ma gli attori “protestano” il regista, Peter Bogdanovich, e Leone subentra). E' lui che irrompe nel West a bordo di una motocicletta, imbottito di dinamite, e sussurra a Rod Steiger la mitica battuta – “giù la testa, coglione!” - che avrebbe dovuto essere il titolo completo. Dandogli un background politico che è ribadito dalle citazioni di Mao che aprono il film (la rivoluzione non è un pranzo di gala), Leone gli affida sostanzialmente il compito di chiudere un'epopea scrivendone, a suon di esplosioni, l'epitaffio. E qualcosa di simile gli chiede Sam Packinpah due anni dopo, nel ruolo per il quale Coburn rimarrà sempre nel cuore di tutti gli appassionati di western. C'erano già stati molti film sul personaggio storico di Billy the Kid, fuorilegge in una faida di bestiame nel New Mexico nel 1881; ma per la prima volta Peckinpah gli mette accanto (anzi, prima!) nel titolo, Pat Garrett e Billy the Kid, il nome dello sceriffo, nonché ex amico, che lo uccise. E se per il Kid sceglie un cantante rock dal fisico aitante, Kris Kristofferson, per il ruolo di Garrett non ci sono dubbi: Coburn disegna uno sceriffo al soldo dei nuovi padroni, cosciente che “questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con lui”. La scena iniziale, in cui Garrett consiglia a Billy di andarsene perché gli allevatori vogliono la sua testa, è al tempo stesso una lucida analisi marxista della trasformazione del West in un paese moderno, e uno struggente lamento sull'amicizia tradita. Quando Garrett se ne va, qualcuno chiede al Kid “perché non gli hai sparato?”; e Billy, sollevando un bicchiere di whisky, risponde: “perché è mio amico”. Su questa battuta parte la musica di Bob Dylan, e partono le lacrime di chiunque abbia amato i film western e la loro mitologia.

Peckinpah aveva pensato un altro inizio, che è visibile solo nel “director's cut”, la versione ritoccata dall'autore (il film fu, come sempre, massacrato nel montaggio: ma rimane un capolavoro). Un Garrett ormai vecchio, inquadrato in bianco e nero, viene ucciso da alcuni sicari e la sua caduta nella polvere è montata in parallelo (alla Eisenstein: montaggio analogico purissimo!) alle galline, queste a colori, che Billy e i suoi amici usano come bersagli per il tiro a segno. Forse i grandi come Coburn dovrebbero andarsene così, con gli stivali ai piedi. Però era anche giusto, visto come l'America sta invecchiando, che Coburn abbia avuto un po' di tempo per invecchiare con lei.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 20/11/2002

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|