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Giant Steps” di John Coltrane

John Coltrane, atto finale

“The Olatunji Concert: the last live recording” – 1967

Scende come una colata lavica. Rovente e incantatoria, fluida e luminescente. E lui è irrefrenabile, eversivo, supremo e religioso, politico e dirompente. Se fosse vivi – ne siamo sicuri – una cantata del genere John Coltrane l'avrebbe intesa come un manifesto n-global. Troppo oltre perché gli schemi della società normalizzata potessero accettarlo.

Giunge dalla penombra di un passato che sembrava non poter dare più nulla, dopo i voli etico-religiosi e le cascate di musica liberata di “A Love Supreme”, “Meditations”, “Ascension”, una delle ultime – forse l'ultima – registrazione di John Coltrane: “The Olatunji Concert: the last live recording” (Impulse). E' l'evento discografico del 2001.

Era il 23 aprile 1967 in un centro sociale nero di New York. Coltrane sentiva che la malattia se lo stava portando via, che bisognava dare le stille finali di energia. Finali? Il suo animo, spinto verso un moto liberatorio ascensionale, poteva anche non pensarlo, sentire che l'unione col dio, che la forza islamica della sua religione lo portasse oltre in una sorta di continuità infinita tra vita e morte, messaggio e silenzio.

Ancora una volta il suo non era solo un concerto, ma la consapevolezza del musicista nero che nel momento in cui la musica bianca si è impadronita dei suoi stilemi, occorre sorprenderla, superarla, non dimenticare mai l'origine di classe della musica afro-americana e quindi inventare altre forme, suoni, sheets of sound. E poi nell'America di quegli anni erano già pieni i fermenti della contestazione.

Musicalmente aveva preceduto Ornette Coleman, l'emarginato che aveva spiazzato la scena artistica con i suoi dischi degli anni '58-'61 dando origine al free-jazz: l'improvvisazione controllata spalancò le porte alla nuova rivoluzione della musica afroamericana. Non più armonica come nelle guizzanti intuizioni post-belliche di Charlie Parker, ma a cascata, una vibrazione di suoni, timbri, colori, note, libertà fino alla tracimazione, fino a sfondare l'orecchio e la mente.

“Trane” era uscito dall'oscurità di spalla di Miles Davis e Thelonious Monk con i suoi quartetti che annunciavano una musica difficile, ma coinvolgente, ed era esploso nel 1960 con la memorabile registrazione di “My Favorite Things”, un cinque quarti che scandiva ogni conoscenza jazzistica, almeno fino a quel momento. Commerciale, ma al contempo profonda, cavalcante. Il soprano di John si mescolava con taglio ammaliante, quasi soporifero della nenia alla compressione pianistica di uno straordinario McCoy Tyner.

Ma non bastava, non poteva bastare. “Non c'è mai fine – disse una volta Coltrane -. Ci sono sempre nuovi suoni da immaginare, nuovi sentimenti da cogliere. Purificandoli potremmo vedere, allo stato puro, ciò che abbiamo scoperto, cosa siamo. Ma per farlo, e dare a chi ascolta l'essenza, dobbiamo continuamente pulire lo specchio”.

A trentanove anni, il “giant” cercava ancora, inappagato, inesausto, preoccupato di adagiarsi sul successo. Non sarebbe stato corretto, non sarebbe stato morale. “Non vorrei riscuotere tanto successo – diceva – senza raggiungere ciò che voglio personalmente: non sacrificherei la mia ricerca personale per la soddisfazione dei miei ammiratori”.

Ed è vero, me lo ricordo ancora, un anno prima che la morte lo cogliesse e giungesse come una spada tenebrosa sulle felici serate del festival di Juan-les-Pins. Me lo ricordo, in Belgio, con McCoy Tyner, Elvin Jones, Jimmy Garrison: il pubblico europeo era sconvolto da una mezz'ora di free da lasciare senza fiato. Ma John andò avanti verso il suo “amore supremo”. Verso la perfezione.

E' torrido il clima di “The Olatunji Concert”. Accanto a lui, al tenore e al soprano c'erano Pharoah Sanders (tenor sax), sempre Jimmy Garrison al contrabbasso, al piano fedele fino all'ultimo la moglie Alice, alla batteria Rashied Alì, alle percussioni Algie De Witt e Jumma Santos.

C'è spazio per tutti in una libertà tonale sconosciuta alla musica pop, a quel rock che dice di innovare, di proporre e che non crea nulla da più di quarant'anni (non si scandalizzino gli amanti del ramo, dal rhythm and blues in poi, musicalmente non è successo nulla di nuovo: il che non toglie niente ai cosiddetti miti del rock, dai Beatles ai Dire Straits, dai Led Zeppelin, a Bono e Bruce Springsteen, semplicemente non hanno inventato nulla che non fosse già patrimonio del jazz).

Naturalmente se qualcuno dei pop-fans ascoltasse quest'ultimo Coltrane resterebbe sconvolto, sgomento, disorientato come i melomani degli anni Sessanta di fronte all'alea e alle evoluzioni timbriche e sonore di Stockhausen, Luigi Nono, Salvo Sciarrino. Pazienza, il mondo è fatto così. In fondo alla scala c'è il Festival di Sanremo.

Ma intanto restiamo e concentriamoci sull'atto finale di John. Due soli temi nell'album, l'africano “Ogunde” e l'amatissima “My Favorite Things”, che qui si stenterebbe a riconoscere se non fosse per il chorus appena accennato in un'esecuzione temporalmente sterminata che il disco conclude solo per esigenze “fisiche”. Ma John forse continua a suonarla in altri giardini, trovando sempre strade di libertà, torrenti di suoni, poliritmicità, asimmetrie, imprevedibili soluzioni sonore.

Alla fine degli anni Sessanta si diceva Jazz+Microstruttura+John=Coltrane. E' ancora vero, per dio.

Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 25/09/2001

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