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MUSICA

Sicilia cuore mio

E' appena tornata da un tour europeo in giro per piccoli locali dove ha cantato canzoni siciliane miste ai suoi successi, che già le è piovuto addosso un premio: miglior artista agli Italian Music Awards. Non ha neppure trent'anni ma di riconoscimenti ne ha avuti a bizzeffe, tanti da poter fare quello che voleva: suonare con una grande orchestra, tradurre le sue canzoni in altre lingue, ritirarsi per otto mesi in una comune sull'Etna alla ricerca dell'ispirazione, riempire gli stadi e fare un disco unplugged. Carmen Consoli è la favola a lieto fine della musica italiana: quella che non è mai scesa a compromessi perseverando nel suo stile, su una lingua volutamente retrò che indugia sugli avverbi che più lunghi non si può e descrive una Sicilia che pare uscita da un romanzo di Sciascia. Come nelle favole, oggi porta un cappotto rosa confetto in tinta con una borsa a forma di tartaruga e con un sorrisone che la illumina. Dice di essere timida ma poi ti inchioda con una straordinaria capacità di riprodurre fedelmente i dialetti di mezz'Italia: romanesco quando vuole dare l'idea che “semo tutti fratelli”, milanese per descrivere il modo di fare dei discografici tutti marketing e appuntamenti, siciliano quando si rilassa e torna nei suoi panni. Quelli di una ragazza curiosa e estroversa: da Camilleri a Battiato, dalla sua Catania all'idiosincrasia per le case discografiche, da Verga al suo lato politico. Frammenti di pensiero di un'antidiva che quando sale sul palco si mette i tacchi alti e l'acconciatura da geisha.

La tua musica è legata spesso a un'immagine e quella di Catania continua ad essere una costante...

Per me Catania non è solo un punto di partenza ma anche di arrivo. Noi siciliani abbiamo pensato per troppo tempo alla Sicilia solo come un punto di partenza. E invece dobbiamo riappropriarci della nostra terra. Come dice Sgalambro alla fine del film di Battiato, la Sicilia reca in sé una magia particolare difficile da esprimere. Bisogna viverci per capire: l'odore di mandorle amare che evoca la Macondo di Garcia Marquez, l'Etna, l'acqua del mare, l'odore di arance.

Ci sono giovani musicisti siciliani come Roy Paci che amano riscoprire le tradizioni dell'isola. Penso al suo lavoro con la Banda Ionica che resuscita la musica bandistica delle processioni...

Tutti col tempo torniamo alle radici. Non è un caso che io sia appena tornata da un tour europeo dove faccio canzoni come Stranizza d'amuri (uscirà nel 2004 in un album di tributo a Battiato, Ndr) e altri tradizionali. Usati nella modernità, è bellissimo. Nei miei arrangiamenti e nelle armonie c'è molta Sicilia. Adoro anche il lavoro che fa Camilleri sulla lingua, riutilizzanndo vocaboli siciliani (talia al posto di guardare ad esempio). E' il recupero di uno dei tanti colori d'Italia e noi di colori ne abbiamo tanti. Noi siciliani siamo gente piuttosto impegnativa: pensa alla caponata, un piatto unico che è una mescolanza di mille sapori. Non è significativo?

Tra le tante canzoni ne hai anche una su Acitrezza, Pioggia d'Aprile.

Già, mi piace Verga, ma non sono fatalista come lui, non mi riconosco nel suo predire un destino negativo. Ma credo molto nell'ideale dell'ostrica che vivono i suoi personaggi. Allontanarsi per gli abitanti significava perdere la forza. E' la verità.

Letture più recenti?

Il passo del gambero di Gunther Grass, Vivere per raccontarla di Garcia Marquez, l'ultimo di Margaret Mazzantini, Le menzogne dell'impero di Gore Vidal, ma anche un libro di due autori che conoscete lì all'Unità, Furio Colombo e Antonio Padellaro, Il libro nero della democrazia. Bello, essenziale, accessibile e simpatico, neppure fazioso come qualcuno potrebbe credere.

Allora esiste una Carmen Consoli politica...

Molti travisano e pensano che le mie siano canzoni d'amore. Non c'è cosa più sbagliata. Quando parlo ad esempio di Giuda, quest' uomo che si frequenta per convenienze, parlo di una mentalità, quella dell'apparire, di conformarsi alla norma. Quando canto L'eccezione parlo di capitalismo, del fatto che ormai siamo disposti a vendere anche l'anima, a dare via la propria coscienza e le proprie aspirazioni.

Una forma di canzone politica diversa da quella tradizionale?

Certo. Quando sento De Gregori mi tolgo il cappello ovviamente, ma io non sono capace di fare come lui. Ieri sentivo dire da Michael Stipe dei Rem una cosa che condivido: ogni canzone rappresenta la visione della politica di ciascuno. Non c'è il bisogno di parlare di politica apertamente. Nelle mie canzoni vivono personaggi come quelli di Eco di sirene, uomini che ingannano chi va a combattere per ideali romantici e patriottici e che sono pronti a “celebrare la vittoria e brindare sulle nostre rovine”. Il senso è che in guerra non c'è un paese che vince e uno che perde, alla fine siamo tutti perdenti in un gioco di potere sulla nostra pelle. La stessa Un sorso in più (che dà il titolo al suo nuovo disco dal vivo per Mtv, Ndr) è una denuncia durissima dell'intolleranza e dell'antisemitismo, ma anche del fatto che non essere d'accordo con la politica di Sharon non vuol dire essere antisemiti.

Non fai però mai nomi e cognomi...

E' una scelta. Perché oggi è Bush e domani potrebbe essere un altro. E' il potere ad essere corrotto. Ciò contro cui mi accanisco sempre apertamente è la stupidità, l'idiozia degli uomini. Mentre la tecnologia va avanti, il progresso umano si è fermato al periodo della clava.

Qual'è la cosa più stupida?

Ad esempio il fatto di voler risolvere un qualsiasi conflitto con le armi. Ma anche la terribile idea di influenzare la popolazione mondiale con i media. Lo trovo inquietante. Sembra che dalla storia non si impari niente.

Dalla tv si impara qualcosa?

No, è una noia mortale. E poi non sono disposta a sorbirmi la pubblicità. Qualcosa lo guardo: ad esempio la prima e unica trasmissione della Guzzanti, che ho trovato geniale. Io però non ci vado, amo molto la discrezione. E poi non capisco il senso di apparire continuamente in tv o altrove: d'altronde faccio solo la cantante, niente di straordinario. Non faccio nemmeno audience: andare in tv con i miei ruggiti da topo probabilmente non servirebbe a nessuno.

Tu che sei venuta fuori da un'etichetta anomala, indipendente e coraggiosa come la Cyclope records, che pensi dell'industria?

Io sto dall'altra parte, completamente. Ho sempre avuto scontri con la casa discografica. Un artista andrebbe curato nel tempo e invece lo spremono per il successo immediato. E poi quest'ultima mania di fare i best non fa certo bene alla carriera degli artisti, serve solo a riempire i bilanci. La crisi è dovuta al fatto che per troppo tempo la musica è stata vista come bene di lusso, come vendere whisky, con l'idea che basti impacchettarlo bene, fargli il marketing e via. Vogliono farti credere che se hai successo vali, altrimenti no. E' piuttosto raccapricciante. I signori discografici io li capisco: oggi hanno il posto e domani potrebbero non averlo più, ma dovrebbero imparare a lavorare su cose credibili.

Tu quanto hai dovuto cedere?

Poco o niente. Ai Music Awards di lunedì ad esempio ho cantato chitarra e voce un brano che non è un singolo e che non conosce nessuno. Ma anche scegliere come singolo L'eccezione è stato strano, è pochissimo radiofonico. La mia fortuna sta proprio nel venire da un'etichetta indipendente: ho costruito la mia carriera suonando continuamente dal vivo, e così si è formato uno zoccolo duro.

Ultimamente sei andata in giro in Europa a suonare acustica per locali, come una semi-sconosciuta.

Sai, non ho mai avuto la smania di successo, ma solo di cantare. Aver fatto un tour in pulmino con quattro pazzi sganciandomi dalla promozione convenzionale è quello che mi piace fare.

Ce l'hai ancora la casa.-comune sull'Etna?

Certo! Quella di viverci per otto mesi è stata una scelta meditata con gli anni, un sogno mio e di chi suona con me. Una sorta di factory, di comune. Avevamo un rudere dell'800 e lo abbiamo ristrutturato. Attorno la gente parla un siciliano incomprensibile, diversissimo dal catanese. Anche per noi è stato scioccante, ma nello stesso tempo bellissimo: un ritorno all'autenticità. Dalla scoperta di quali siano i frutti di stagione a quella che i nostri ritmi si potevano perfettamente adeguare a quelli della natura. Abbiamo imparato a fare il pane in casa e a curare l'orto. L'unico svago è stata la musica e un videoregistratore con i film, niente tv (non prendeva) e niente telefono. Con una settimana di ritardo abbiamo scoperto l'attentato alle Torri Gemelle!

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 17/12/2003



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