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Vincenzo Consolo
L'UNITA' – 24/10/2001

Una brutta storia italiana

È risaputo che le province della Sicilia orientale - di Messina, Catania, Siracusa, Ragusa - erano chiamate “babbe” quiete e quindi fesse, vale a dire non prepotenti, non mafiose. Chiamate babbe, si capisce, dai siciliani della parte occidentale dell’isola, dai palermitani, dagli agrigentini, dai nisseni, da quegli abitanti della provincia del latifondo dove la mafia era nata e cresciuta. V’era dunque nel passato una precisa geografia mafiosa e il confine, fra i due mondi, si stendeva alla confluenza tra le Madonie e i Nebrodi. Al di qua dunque era la piccola proprietà contadina, la misura equa, serena e parca della vita; al di là era il latifondo, l’abbandono e l’assenza dei feudatari, era il regno dei gabelloti, il dominio dei grandi capi mafia come don Calogero Vizzini di Villalba o Genco Russo di Mussomeli.
Fra le babbe, la più babba era ritenuta sicuramente la provincia di Messina, e quella parte di Nebrodi, ricca d’acque e di boschi, d’agrumeti e oliveti, in cui regnava una sana economia agricola. Tanto babba, tanto tranquilla questa zona che vi mandavano, fino agli anni Sessanta, al soggiorno obbligato individui in odore di mafia o mafiosi che avevano già scontato anni di carcere. In un paese di quella costa, ad esempio, era stato obbligato a risiedere il famigerato Gobbo di Godrano, Turiddu Lorello, capo di una della due “famiglie” che in una sequela di vendette avevano sterminato, da una parte e dall’altra, una trentina di uomini.
Lo storico confine nebrodense della mafia s’infrange, si cancella quando la mafia rurale s’inurba, diventa, stringendo stretti legami col potere politico, mafia imprenditrice. Le immense ricchezze accumulate dai costruttori, dagli appaltatori, dai protagonisti del sacco di Agrigento o di Palermo, della cementificazione della costa, le ricchezze dei trafficanti di droga e di armi, degli appaltatori del “pizzo” e dell’usura, hanno bisogno di nuovi spazi. di nuove aree di sfruttamento e di dominio: la mafia si espande nella Sicilia orientale, a Catania, Ragusa, Siracusa, Messina. In queste città, i nuovi capi mafia come Nitto Santapaola o i fratelli Calderone, stendono tutta una rete di cosche locali, affiliano una schiera di picciotti che invade, come una esercito, tutto il Valdemone, s’installa nei paesi fino ad allora tranquilli. Come Capo D’Orlando.
Un paese, come quello della provincia di Messina, fra i più belli della costa tirrenica, fra i più “moderni”, di vittoriniano attivismo, di intraprendenza. Un paese una volta di contadini e pescatori, di commecianti, di esportatori di agrumi e nocciole (le cooperative di Capo D’Orlando esportavano limoni e arance in tutta Europa, fino nella ex Unione sovietica) trasformatosi quindi, per la bellezza delle sue spiagge, delle sue insenature, in paese turistico. Qui, in contrada Vina, in una villa in collina, viveva il poeta Lucio Piccolo, qui veniva a soggiornare il cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Su questo paese, attivo e ricco, si sono quindi avventati i picciotti del racket, del pizzo. Picciotti dell’entroterra, figli di pastori e braccianti che il grande mutamento, dovuto alla crisi dell’agricoltura e alla grande emigrazione, aveva buttato fuori della storia, aveva trasformato in banditi.
È per primo un giovane di Capo D’Orlando, figlio di commercianti, a opporsi a quella violenza, a quella schiavitù dell'estorsione che i mafiosi dei Nebrodi esercitavano su imprenditori e commercianti. Quel giovane si chiama Tano Grasso. Che nel dicembre del ’90 fondò la prima associazione dei commercianti anti-racket, capeggiò la rivolta anti-racket denunziando all’autorità giudiziaria gli estortori, facendoli condannare. Sull’esempio di Capo D’Orlando, altre associazioni nacquero in Sicilia, soprattutto dopo l’uccisione a Palermo, il 29 agosto del ’91, del coraggioso imprenditore Libero Grassi. Oggi le associazioni, in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Puglia, sono cinquanta.
Un luminoso esempio di presa di coscienza civile, di difesa della legalità, della democrazia, quello di Tano Grasso, che ha dato coraggio e speranza a tutti quelli che erano impauriti, ricattati, minacciati, taglieggiati e offesi dagli estortori e dagli usurai. Coraggio a quelli che, terrorizzati dalle anonime telefonate, oscuri messaggi, fuoco e tritolo contro le saracinesche dei negozi, denunziarono al magistrato gli estortori, testimoniarono nei processi. Come Sarno di Capo D’Orlando, che ancora oggi, nel suo ristorante, è protetto notte e giorno dai carabinieri. Come Carmelo di Gela, costretto a svendere i suoi negozi di abbigliamento e a rifugiarsi in una cittadina del Nord. Come l’impreditore agricolo di Scordia Mario Caniglia, rimasto in Sicilia, che proclama gratitudine e ammirazione nei confronti di Tano Grasso. Nominato commissario governativo anti.racket, Tano Grasso viene oggi rimosso dalla sua carica dall’attuale ministro Scajola e sostituito dal prefetto Rino Monaco.
È questo lo spoilystem del nuovo Governo, del nuovo potere politico? A noi sembra piuttosto un Vae victis di barbarica memoria, di quei Galli che incendiarono Roma. E speriamo che con queste rimozioni, con l'eliminazione delle scorte ai magistrati di Milano e Palermo, con tutto quanto di inquietante viene oggi votato in Parlamento, non s’incendi, non s’inserisca la nostra democrazia.





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