| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

Vincenzo Consolo

“Pizzo”, quella rivolta a Capo d'Orlando

Capu d’Orlannu e munti Piddirinu Biati l’occhi chi vi vidirannu. (Capo d’Orlando e monte Pellegrino / beati gli occhi che vi vedranno) recita il distico coniato certo dagli orlandini, i quali, per esaltarne la bellezza, paragonano il loro promontorio a picco sul mare al molto più vasto e alto palermitano monte Pellegrino (“il più bel promontorio del mondo” lo definisce Goethe).


Anch’esso bello, sì, il capo di Orlando, con in cima il castello e il santuario, come lo sono, sulla costa tirrenica di Sicilia, il promontorio del Tindari e la rocca di Cefalù.


Narra lo storico locale Carlo Incudine che Carlo Magno, nientemeno, reduce dalla Palestina, là approdando, diede il nome del suo paladino Orlando al promontorio, e quindi al borgo che sotto vi si stendeva. Tra il promontorio e il mare si stende il paese e in una fertilissima piana di giardini d'agrumi, una Conca d'Oro nebrodense, per restare nella palermitana similitudine. Un borgo in origine di pescatori, di contadini, di artigiani, formatosi con gente discesa dal paese collinare di Naso, l'antica Naxida, gente “che lo ha prescelto quasi luogo di delizia e di commercio”, dice ancora lo storico. Uomini pratici e intraprendenti, gli orlandini, anomali nella sonnolenta provincia di Messina, che, oltre al commercio di limoni svolgevano anche quello delle acciughe salate.


Come “luogo di delizia” per le sue belle spiagge, le sue contrade di Piana e di San Gregorio, è stato quindi scoperto, dopo il boom economico, la grande trasformazione italiana, dai turisti, e Capo d'Orlando diviene un centro rinomato di vacanza. Fiorisce e s'ingrandisce, Capo d'Orlando, mentre sfioriscono e s'impoveriscono, anche nel numero degli abitanti per via dell'emigrazione, i vicini paesi collinari di antica economia pastorale e agricola. La fine del mondo rurale, il cambiamento profondo di quel tempo, che Pasolini ha simboleggiato con la metafora della “scomparsa delle lucciole”, ha buttato fuori del tempo quei lavoratori. E alcuni di essi allora, i meno pazienti, i più asociali, si avventano su dove è il benessere: su Capo d'Orlando. In altri tempi, quegli uomini, si sarebbero fatti ladri di passo, tagliaborse, briganti di strada. Ora, col neocapitalismo, adottano forme di associazioni a delinquere e di violenza collaudate nel Palermitano: l'estorsione, il racket.
“A Capo d'Orlando iniziarono in sordina” scrive Tano Grasso ne “’U pizzu”, “Qualche furto d'auto, in un paese dove quando ero ragazzo non ne avevo mai sentito parlare. Stavano buttando giù le nostre antiche certezze. Iniziò a circolare la voce che se ti era sparita la macchina ti potevi rivolgere a qualcuno che , dietro il pagamento di una cifra modesta, te la faceva ritrovare (…) Poi furti negli appartamenti, che non c'erano mai stati. Qualche colpo di pistola contro le saracinesche di notte”. E si arriva quindi alla bomba messa nei padiglioni della concessionaria Renault dei fratelli Signorino. I quali si rivolgono a Tano Grasso, “Che dobbiamo fare?” gli chiedono.


Era l'autunno del 1990. Tano ha un passato di militanza politica nel PCI, era stato segretario della Fgci nella locale Federazione, poi, nonostante la laurea in filosofia, s'era messo a lavorare nel negozio di scarpe del padre. Tano capisce che commercianti e imprenditori, per non cedere ai ricatti degli estortori, non devono rimanere isolati. E così fecero. Così aveva fatto a Palermo Libero Grassi, aveva denunziato pubblicamente gli estortori, ma, lasciato solo, venne assassinato il 29 agosto 1991.


Nasce a Capo d'Orlando l'Associazione Antiracket, l'ACIO (Associazione commercianti e imprenditori orlandini) e, dopo il rinvio a giudizio dei mafiosi estortori sentenziato dal Tribunale di Patti, la stampa nazionale comincia a parlare della storia di coraggio di Capo d'Orlando. Il cui esempio si espande, nella stessa provincia di Messina e quindi in tutto il Paese. Associazionismo e lotta contro il racket, ma maggiormente contro quella forma di violenza più devastante che è l'usura.
Oggi sono più di 70 le associazioni antiracket, coordinate nazionalmente dal FAI (Federazione Antiracket Italiana). È assente l'associazione nel Palermitano. Il suono dell'olifante partito dalla paladinesca Capo d'Orlando non è giunto finora al monte Pellegrino. Nella capitale della mafia, a Palermo, il 21 gennaio di quest'anno è stata indetta una riunione degli imprenditori promossa dall'Associazione nazionale magistrati e dalla Associazione degli industriali, ma gli imprenditori e i commercianti hanno disertato quella riunione.


Però a Palermo un gruppo di giovani decide un giorno di tappezzare i muri della città con questa scritta: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Sono chiamati “gli attacchini” questi giovani che si ribellano all'ipoteca mafiosa sulla loro città, sulla loro vita, sul loro futuro.


Degni eredi, questi giovani, di Libero Grassi, e degni compagni di strada di Tano Grasso, compagni come lo sono gli imprenditori di Catania o di Napoli, di qualsiasi altro luogo dove ci si oppone al ricatto, alla schiavitù del racket e dell'usura: dove si difende la propria libertà e la propria dignità di cittadini.


Vincenzo Consolo – L'UNITA' – 22/05/2005




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |