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CINEMA

Curtis Hanson Confidential

Il regista Curtis Hanson è uno degli uomini più colti e più raffinati di Hollywood. Vive a lavora a Westwood Village, uno dei rari posti di Los Angeles dove si possa circolare a piedi, a pochi passi dall'università del cinema, la UCLA, dove Curtis insegna. Hanson fa quasi sempre film tratti da romanzi (come L.A. Confidential, come Wonder Boys) e fatica non poco a realizzare i suoi progetti nell'industria del cinema di oggi. Un anno fa il suo ultimo film, Wonder Boys, è stato fortemente osteggiato dalle majors che lo hanno reso praticamente invisibile. E' un film che racconta la vita di insegnanti e allievi di un college con un senso della realtà molto coraggioso e assai poco politically correct. Gli insegnanti, infatti, si fanno le canne e soffrono di pene d'amore mentre i ragazzi si interrogano sul senso della vita e sull'importanza della poesia.

Il tuo primo amore sono stati i libri, o sbaglio?

Sì. Gli eroi della mia giovinezza erano Jack London, Charles Dickens, Mark Twain, e Balzac in un secondo momento. Tutti narratori, come vedi. Ma a un certo punto mi sono reso conto che alcuni registi cinematografici erano anche loro dei grandi narratori. Registi profondamente diversi, come John Ford, Orson Welles, oppure Alfred Hitchcock, o Jean Renoir. Fu così che smisi di scrivere e di studiare letteratura, perché mi convinsi di poter diventare un narratore del cinema.

Quale è stata la prima cosa che hai fatto? Immagino che ti sarai iscritto alla scuola dove insegni, la UCLA.

Nient'affatto. Invece di frequentare una scuola cinematografica, ho avuto l'arroganza di pensare che a scuola non avrei mai imparato quello che potevo imparare provando direttamente a lavorare nel cinema. Ho cominciato con la fotografia. E scrivevo anche saggi sul cinema. Ho avuto la fortuna di conoscere registi di cui ammiravo il lavoro, come Samuel Fuller, John Cassavetes, Don Siegel e tanti altri. Alcuni sono stati talmente disponibili da consentirmi di poter collaborare con loro. Ho avuto la fortuna, per esempio, di poter osservare John Cassavetes durante il montaggio di uno dei suoi primi film, Faces. Pensa che Cassavetes aveva finanziato di tasca propria Faces girandolo in 16 millimetri e montandolo nel suo garage. Quando ho sentito parlare di quello che stava facendo, l'ho chiamato e gli ho fatto qualche domanda. Ci siamo trovati bene, e così mi ha invitato ad andare a trovarlo di tanto in tanto per vederlo al lavoro. E' stata un'esperienza fondamentale per me.

Tu hai lanciato un gran numero di attori, come Tom Cruise in “Losing it”, James Spader in “Cattive compagnie”, Russell Crowe e Guy Pearce in “L.A. Confidential”, Tobey Maguire in “Wonder boys”, senza contare il fatto che sei riuscito a far vincere un Oscar insperato a Kim Basinger per “L.A. Confidential”.

Cerco sempre di trovare un attore che possa catturare l'essenza del personaggio e abbia il talento per recitare quel dato ruolo. Ma cerco anche di trovare un attore che sia capace di sorprendere, magari anche se stesso oltre al pubblico. E' bello dare a un attore la possibilità di fare qualcosa che non ha mai fatto prima. Ad esempio, quando la sceneggiatura di Cattive compagnie mi è stata inviata, Rob Lowe era già stato scelto. Ma in origine doveva interpretare il ruolo della vittima. Gli ho detto subito che mi pareva più interessante fargli fare il cattivo, dal momento che è un ragazzo bello, affascinante e dotato di uno straordinario senso dell'umorismo. Il diavolo io lo vedo così. La tentazione dovrebbe essere qualcosa di attraente, altrimenti, che tentazione è?

Deve essere elettrizzante cambiare il cliché legato a un attore...

Non lo è soltanto per me. Lo è anche per gli attori. Ma non è facile. Per farti un esempio, visto che l'hai citata, ti dirò che Kim Basinger rifiutò la parte in L.A. Confidential. Disse al suo agente: “E' il personaggio di una prostituta che fa parte del cast di supporto”. Io chiesi di incontrarla, e quando ci siamo incontrati, le ho detto: “Sembra come dici tu, ma in realtà ci vuole qualcuno che sembri quello che è, ma come se fosse una maschera, dietro la quale è possibile guardare”. Kim, che è sempre stata prigioniera del proprio aspetto, ha cominciato a vedere che la cosa era possibile. E fortunatamente, ha firmato il contratto.

Com'è il tuo rapporto con lo scrittore James Ellroy, che è l'autore di “L.A. Confidential” e che appare anche nel party in “Wonder Boys”?

Ellroy ha scritto un libro bellissimo, L.A. Confidential, che io ho visto come il possibile trampolino di lancio per entrare in un mondo nel quale desideravo entrare da moltissimo tempo: la Los Angeles degli anni '50, la città della mia infanzia. Non avevo mai incontrato Ellroy. Durante le riprese è venuto un paio di volte, perché stava facendo alcune ricerche sull'assassinio della madre, sul quale ha scritto in seguito un bellissimo romanzo, I miei luoghi oscuri. Ci siamo conosciuti e siamo diventati amici. E' stato motivo di orgoglio per me vedere come ha accolto il film. Io e Brian Helgeland, con il quale ho scritto la sceneggiatura, ci eravamo concessi parecchie libertà rispetto al libro. Ellroy ha ritenuto che l'essenza dei personaggi fosse rimasta intatta. E' accaduta la stessa cosa con Wonder Boys. Il film è piaciuto moltissimo all'autore del libro, Michael Chabon. Mi ha fatto molto piacere, perché spesso gli scrittori prendono le distanze dai film realizzati sulla base delle loro opere.

Uno dei tuoi più fidati collaboratori è un italiano, il direttore della fotografia Dante Spinotti. Come hai fatto a spiegargli la Los Angeles degli anni '50?

Con L.A. Confidential ci tenevo molto a creare un mondo speciale. Non mi interessava minimamente rendere omaggio al film noir. Ho chiamato Dante Spinotti in Italia. Ricordo di avergli detto: “Non farti venire in mente che abbia a che fare con il film noir. Non voglio niente del genere”. Lui mi rispose: “Cos'è il film noir?”. E io subito: “Fantastico!”. Non dovevo nemmeno toglierlo dalla mente. A dante, e a tutti i miei collaboratori, ho detto: “Voglio i personaggi in primo piano in modo che il pubblico possa quasi dimenticare che il film è ambientato nel passato. Perché se glielo ricordi in continuazione, diventa un ostacolo al coinvolgimento emotivo”.

La sceneggiatura di “Wonder Boys” ti è stata per caso offerta da Michael Douglas, che oltre ad essere un divo di Hollywood è anche un importante produttore?

La sceneggiatura esisteva da un po' di tempo. Quando l'ho letta la prima volta, mi è stato detto che Michael Douglas era potenzialmente interessato a patto che la regia la facessi io. Quindi, ho letto il copione pensando a lui. Avevo un unico dubbio. Mi chiedevo se Michael Douglas sarebbe stato disposto ad andare fino in fondo nel recitare il personaggio senza nascondersi dietro le vanità da divo del cinema. Ho incontrato Michael e ne abbiamo parlato senza mezzi termini. Al termine di quell'incontro, ci siamo stretti la mano e ci siamo detti: “Facciamo questo film”.

E' vero che Michael Douglas ha guadagnato molto meno del solito?

Per poter realizzare un film come Wonder Boys, che non è il tipo di film che interessa agli studios, sia io che Michael abbiamo ridotto il nostro compenso. Ovviamente, il suo è molto più alto del mio, quindi ha dovuto rinunciare ad una somma maggiore.

Non deve essere stato facile convincere Michael Douglas a interpretare un insegnante che va a scuola guidando la macchina e fumando una canna.

Volevo far dimenticare l'immagine ufficiale di Michael Douglas, soprattutto quella legata agli ultimi film, dove interpreta personaggi sempre molto sicuri di sé. Volevo far ripensare al periodo in cui era un giovane ribelle, quando ha prodotto e interpretato film come Qualcuno volò sul nido del cuculo o Sindrome cinema.

Agli occhi dell'industria cinematografica siete passati per dei pericolosi sovversivi. Un film come Wonder Boys è uno schiaffo alla politica degli studios.

E' un film fatto con passione. Ho sempre l'impressione che il pubblico voglia più di quanto ottiene. E' spiacevole il modo in cui vengono realizzati i film, come si arriva alla decisione di farli, e poi il marketing, la distribuzione e così via. Quando un film esce in 2000 sale, non c'è tempo di far circolare la voce o di scrivere recensioni che abbiano un senso. La gente va al cinema, ma penso pretenda di più. Credo ci sia posto per storie più insolite e tematiche più ambigue. Me è come se si dovesse rieducare il pubblico. I mezzi di comunicazione oggi sono devastanti. Macinano tutto e non si accorgono di niente. Il pubblico secondo me è molto più sensibile, molto più sofisticato dei media.

Cosa pensi del digitale? Pensi anche tu che porterà più democrazia e più libertà nel mondo dei media e nel mondo del cinema?

A dire il vero non ci ho mai pensato molto. A me interessa raccontare una storia. Sono elettrizzato dalla possibilità di raccontare una storia, indipendentemente dal mezzo. E' come chiedermi cosa ne penso dello scrivere con il computer. Che tu scriva a mano, come fa Ellroy, con una vecchia macchina da scrivere, come faccio io, o al computer, come fanno tanti, ala fine è pur sempre scrivere. Certo, se il digitale consente di rendere meno costosi i film, è un bene, perché allenta la pressione finanziaria. Poi, naturalmente, c'è la speranza che anche sul piano tecnico si arrivi a livelli equivalenti. Io sono un grande appassionato di cinema. Non mi piace guardare i film alla televisione. Per me, più lo schermo è grande, meglio è. Mi piace quando l luci si spengono e vengo trasportato in un mondo speciale. C'è qualcosa di speciale nel proiettare un fascio di luce attraverso una pellicola, su uno schermo, così come guardare un film circondato da sconosciuti.

Qual'è il tuo prossimo progetto, Curtis?

Onestamente, non so ancora quale sarà il mio prossimo film. Comunque, voglio lavorare ancora con James Ellroy e lo stesso vale per Russell Crowe. Ci piacerebbe trovare qualcosa da realizzare insieme. Si tratta di trovare la cosa giusta. Ho letto su una rivista che Russell sarebbe ansioso di parlarmi per realizzare il prequel di L.A. Confidential, in modo da raccontare come nasce il suo personaggio, Bud White. Mi sono sentito molto lusingato, ma la mia reazione è stata: “Sono pronto. Avvisatemi quando Russell Crowe sarà abbastanza ringiovanito”.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 25/02/2002

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