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MUSICA

“Usa governati dalla paura”

Dice di viaggiare più con la mente Daniele Sepe, una delle colonne della nostra musica popolare. Eppure, ad ogni nuovo disco il nostro Salgari partenopeo ci fa salpare verso terre sconosciute, pescando con fantasia tra le tradizioni di popoli lontani. Forse ha ragione, e quell’Atlantide che emerge dalle sue canzoni in realtà è sempre lo stesso luogo, frutto di un antico sogno: quello di mescolare radici diverse, di mostrarci ogni volta quanto siamo figli dello stesso mare, quel Mediterraneo che si scorge dalla balaustra della sua musica. Non a caso ha titolato l’ultimo album Nia maro, che in esperanto altro non è che il Mare Nostrum: “Volevo usare una lingua neutra – racconta Sepe - che non fosse la lingua del vincitore, come il latino, l'arabo, o l’inglese oggi. Una lingua che non avesse a che vedere con un’idea di guerra e l'esperanto è l'unica lingua che voleva trattare la cultura di tutti con lo stesso peso”.

Tra gli spunti del disco, una citazione della celebre “Guerra dei mondi” di Orson Welles..

Quella trasmissione radiofonica geniale ha messo allo scoperto un problema. Che non è mai finito e tiene in scacco l’America: la paura. E quando parlo di americani non parlo di Zappa e Coltrane… la metà delle cose che ascolto vengono dagli Usa. Parlo dell'americano medio, un marziano che io definisco un estremista di centro: questa massa informe, maggioranza silenziosa, che vive da sempre come se il mondo ce l’avesse contro di lei.

Con un governo del genere hanno di che aver paura…

Vedi, il problema è che i norvegesi non sono odiati perché non vogliono imporre il merluzzo. Invece in Usa hanno un governo che ha approfittato della tragedia dell'11 settembre per imporre terrore e paranoia. Siamo una provincia dell'impero e subiamo i loro dettami.

Hai suonato per i disoccupati di Terni, ma non per la manifestazione contro la camorra, come mai?

La militanza è scontata. Vengo da una generazione che, nonostante tutti i suoi errori ha tentato di cambiare qualcosa. Al concerto di Napoli non ho partecipato perché la camorra se ne fa un baffo del concerto, e poi perché l’ho vista come una passerella per il sindaco di Napoli. Avrei preferito farla a Secondigliano, aveva più senso.

Nel disco c’è anche una tamorra. Ti fa piacere la crescente riscoperta per questo genere musicale?

Non troppo: questo modo di vivere la musica popolare ha il profumo della beffa. Quel mondo non esiste più, così come non esistono tutte le relazioni sociali di una cultura contadina che è stata distrutta dall'industrializzazione selvaggia (vedi proprio Acerra e Secondigliano) e da 50 anni di televisione. Sentir suonare musica tradizionale oggi mi dà la sensazione di quando mi vendono il formaggino con sopra il mulino di nonno Gino, sapore da agriturismo falso. La cultura popolare è cosa diversa: esprime grandissima sofferenza, quella di mio nonno contadino…

Nel disco c’è anche una citazione di “Brancaleone alle crociate”…

Era una maniera intelligente di rappresentare la guerra, un cinema popolare che sapeva raccontare cose serie. Nella canzone mi immagino Bush e la Rice che fanno un girotondo nella sala ovale ballando allegramente.

Oltre a Monicelli citi anche Comencini.

Ho voluto fare un omaggio a lui e al grande compagno Vittorio de Sica, esempio di come si possa fare cultura di sinistra con film come Il giudizio universale o Miracolo a Milano. Cose bellissime raccontate ad un pubblico non per forza intellettuale. Immagina il giudizio universale a casa di Calderoni… succederebbe la stessa cosa.

Il disco è impreziosito da foto di pellegrinaggi nel sud Italia dove i partecipanti si flagellano con crudezza. Ha un senso la scelta di queste foto?

Certo. Anche questo disco parla di guerra, di conflitto. Quando hanno preparato mediaticamente la guerra in Iraq ci hanno fatto vedere un pellegrinaggio sciita dove i fedeli si prendevano a catenate. Ce lo vendevano dicendo: guardate questi barbari! Ebbene, le foto sul disco dimostrano che siamo uguali a loro. Noi lo chiamiamo sentimento religioso, di loro diciamo fanatismo religioso.

C’è anche un famoso brano arabo…

Sì, è un pezzo molto noto, come Volare di Modugno per noi. Ora ci fanno vedere tutto quello che viene dal mondo arabo come una follia e nessuno ricorda che gli arabi ci hanno insegnato a far di conto, erano maestri di medicina, di musica. Chi fa una musica così bella non può essere cattivo...

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 24/05/2005

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