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DARIO FO
L'UNITA' – 12/03/
2002

Da Moretti a Benigni

In un aspetto della vicenda sanremese il direttore del Foglio ha davvero segnato un punto: il giorno dopo lo show di Benigni, più di qualcuno, nella sinistra, si è chiesto perplesso se la pressione mediatica attivata dalle tristanzuole minacce di Ferrara non sia davvero riuscita, alla fine, a condizionare i fuochi d'artificio di Roberto spingendolo verso scenari meno partigiani, più ecumenici, più politici. E' invece fuor di dubbio il fatto che questo senso di attesa, un po' delusa sia, questo sì, uno degli effetti collaterali di una pressione che ha caricato preventivamente di tensioni revanchiste una parte del pubblico televisivo più schierato a sinistra. “Gliele canterà come sa fare lui e a nome di tutti noi”: si pensava così, mentre si affidava all'esile figura del premio Oscar una eccitatissima rappresentanza che invocava se non vendetta, qualche cosa di simile. Come se si fosse dovuta annullare ogni distanza – di stile, di metodo, di personalità, di linguaggio – tra il megafono da regista usato da Moretti per dare la sveglia alla sinistra e i passi ineffabili di quell'arlecchino senza maschera che avrebbe dovuto pronunciare parole come mannaie dal palco di Sanremo. Ma la mannaia è giusto ciò che il potere di tanto in tanto usa per spegnere il sorriso di chi contesta disarmato. La mannaia cancella il riso che si abbevera invece tanto più intensamente alla leggerezza, alla poesia quanto più pesanti sono le catene, quanto più pesanti sono le catene, quanto più dolorosa la distanza dalla libertà o dai suoi corollari. Così, nell'arco di pochi giorni, ecco due interpreti della cultura italiana scaraventati su una scena che sublima i confini della mediazione artistica con il pensiero, con la cultura politica e tende a investirli di significati oltre le loro intenzioni enfatizzando ruoli e parole, sottoponendoli alla dura e ingiusta prova del moto: sono loro gli dei che la sinistra aspetta, sono loro il Vero Nemico da combattere? Interrogativi diversi per fronti diversi ma comunque alla caccia del mito, maturati in una diffusa incapacità di stare ai fatti, al senso compiuto e concreto delle parole pronunciate su quei due palchi. Abbiamo chiesto aiuto a Dario Fo, il re dei giullari da cinquant'anni su un palco d'arte che è anche una barricata, un presidio ininterrotto in difesa della democrazia con la sinistra del cuore.

Benigni tenero, Benigni condizionato. Benigni che poteva fare di più. Sarà vero?

Non credo, no. Era emozionato, questo sì: aveva di fronte un pubblico ingessato che partecipava al rito con noia assoluta e che stava a vedere dove andava a parare. Li ha spiazzati parlando dell'amore e poi ha scoccato alcune frecciate. Ma non aveva il problema dell'aggressività: stava lì a fare la sua giullarata e l'ha fatta.

Ti è sembrato tenero, o politico al punto da frustrare le attese?

Nemmeno per sogno. Ha usato una grande forza, è stato spinto da una carica straordinaria. Quando poi si è infilato nel giudizio universale ha dato vita a momenti esilaranti pur conservando un significato politico di denuncia ben chiaro. Nel finale, quando si è rivolto a Berlusconi e lo ha invitato a garantirci che si possa andare a dormire con l'orgoglio di essere italiani nelle tasche del pigiama, ha compiuto un miracolo rovesciando il verso di una critica fondamentale che, per quanto obliqua, trattiene la sua carica: ha pregato il capo del governo di non sprofondarci nell'imbarazzo e nel ridicolo. Lo ha invitato ad essere diverso da quel che è, diverso dall'uomo che sta umiliando l'Italia non solo agli occhi degli italiani ma anche all'estero, dove le nostre vicende sono seguite con apprensione proprio per quello che sta facendo Berlusconi mentre piazza mine sotto il sistema democratico. Gli ha ricordato, e lo ha ricordato a tutti, quello che è mentre lo invitava ad essere diverso. Lo ha fatto con una intensità enorme, conclusiva, di quelle che cancellano la possibilità di repliche o di incertezze.

Tra gli entusiasti, dopo lo show, si sono contati anche quelli di An. Erano soddisfatti, sembravano riconoscenti...

E' vero che ha preferito fare attacchi generici che vanno letti correttamente ma se uno vuole non li legge come dovrebbe. Poi, va tenuto presente che questa soddisfazione può essere intesa come una trovata a chiave: il nostro capo non la prende, e noi vi dimostriamo come siamo superiori. Benigni ha voluto cavalcare le situazioni con leggerezza e ha badato a non scatenare il conflitto. Non era il luogo per andare giù a mele marce. Lo spazio conta sempre. Ripenso a quante volte mi capita di recitare il monologo su Ubu Roi: succede che sia facile e rotondo, in altre situazioni compie percorsi sgangherati. Perché? Perché c'è parte del pubblico che non accetta le accuse dirette. Lì sul palco dell'Ariston, Benigni non poteva esibirsi al livello dell'occasione che gli ha offerto Biagi o come sul palco a Roma parlando a ruota libera con grande aggressività.

Prima Moretti, poi Benigni. C'è chi sostiene che la politica non la fanno più i politici...

Intanto conviene distinguere tra i due: Moretti si impegna direttamente in questa nuova attenzione e fa proposte importanti, come quella di lasciare le postazioni rivolta ai membri ulivisti del nuovo consiglio di amministrazione della Rai, oppure come quella di oscurare la tv in prima serata. Benigni è ricorso a interventi mediati perché non poteva farne a meno nello spazio in cui si trovava e perché non è nelle sue corde uscire da questa traccia.

Ma qualche politico si è risentito per lo stile di Moretti, come se quell'atto di accusa e insieme quella sveglia suonata all'improvviso fossero state anche il segno di una espropriazione della politica dalle mani di chi la gestisce in modo professionale...

Devono piantarla di pensare di essere i depositari della politica. Questo arroccamento ci ha portati a un disastro. La sinistra si è allontanata dalla sua base, non l'hanno più ascoltata, hanno confidato nella loro capacità di vincere con l'arte del contatto riservato scendendo su un terreno che piace alle destre. Ciò che la destra teme sopra ogni cosa è la piazza: come se fosse un luogo metafisico e non fatto di persone che pensano e ragionano. I cittadini vanno ora in piazza perché vogliono contare. La destra dice: facciamo noi le torte e impediamo che la gente metta le dita sul piatto.

Ne parli con un entusiasmo che non incontravo da molti anni...

C'è una grande novità: quando mai si era registrata una partecipazione così ampia, diffusa a iniziative di lotta? Ora i politici sono costretti a partecipare, a esserci e a correggere il tiro, a uscire dalla schola cantorum della politica di palazzo.

Par che ti ricordi qualche cosa il fermento di oggi...

Mi ricorda il Sessantotto. C'erano cose eccezionali. Fino ad allora s'erano viste solo le manifestazioni del Pci ma a un certo punto, in strada, i cani sciolti erano più della gente di partito...

Esiste quindi un problema di leadership della sinistra?

Esisterà se l'attuale classe dirigente non saprà ascoltare la voce che viene dal basso spingendo con decisione verso una attitudine di lotta chiara e importante. Quelli che ancora tirano indietro il culo salteranno perché non hanno più ragione di esistere. Il problema ora non è di inventare nuovi piccoli leader che scimmiottano leader del passato. In piazza c'è solo gente che puntualizza con maggior chiarezza le proprie idee e lo fa senza proporsi come capo.

Stai descrivendo l'oggi come un banco di prova per la sinistra...

Ha di fronte un movimento complesso che conviene saper cogliere nel giusto valore senza disprezzarlo e senza specularci. Se si tentano manovre speculative o si cerca di minimizzarlo ti cadrà tutto addosso. E guai a cercare di gestirli. Bisogna dialogare accettando nuove soggettività, bisogna dialogare provocando il dibattito. E' una questione di onestà intellettuale prima che politica. Si può fare.

Intervista di Toni Jop – L'UNITA' – 12/03/2002




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