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DARIO FO

"I miei primi sette anni a Porto Valtravaglia"

Uno straordinario giullare di strada, maestro nell’affabulazione, buffone medievale con una gestualità che non necessita del linguaggio verbale dove può aver imparato la “tecnica del mestiere” se non proprio dalla strada?

Altro che registi, attori, professori - certo anche loro hanno fatto la loro parte, ma sono intervenuti in un secondo momento. I primi insegnanti di Dario Fo, giullare d’eccellenza, sono stati i pescatori, i vetrai, la gente che di giorno viveva nelle piazze e di notte nelle osterie. È dai loro racconti che deriva quell’uso particolare delle pause, la personalissima improvvisazione, quella specie di nuova lingua - il “gramelot” - caratterizzata dalla commistione di dialetti differenti. Di tutto questo, e molto di più, parla il libro di Dario Fo a cura di Franca Rame: “Il paese dei Mezaràt. I miei primi sette anni (e qualcuno in più)” (Feltrinelli, pagine 208, € 14,00), da domani in libreria. “È un testo che parla della mia giovinezza - spiega Fo - dei miei primi sette anni di vita e qualcuno in più, con tutti i conflitti, le paure e le passioni di quel periodo”.

Ma chi sono questi “mezaràt”?

In lombardo, soprattutto sul lago Maggiore, “mezaràt” significa mezzo-topo, quindi il paese dei mezaràt sarebbe il paese dei pipistrelli, mentre a Milano si dice “rata-vula”, ovvero il topo che vola. Ad ogni modo è un termine che si riferisce alla gente di Porto Valtravaglia che lavorava sopratutto di notte, perché erano soffiatori di vetro, pescatori e contrabbandieri. Insomma, Porto Valtravaglia è un paese in cui i bar e le osterie non chiudevano mai, non avevano neanche le porte, non avevano un ingresso principale. Io sono cresciuto lì, in un paese dove c’erano persone che provenivano da tutta Europa, dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, perfino dall’Oriente, ognuno con una tecnica diversa di soffiatura del vetro.

Immagino che l’uso particolare che lei fa della lingua derivi proprio dall’influenza dei dialetti di queste persone provenienti da tutto il mondo...

Non solo, questi dialetti hanno determinato la nascita di una strana lingua, quella del “gramelot”, nella quale si iserivano discorsi, dialoghi che erano anche divertenti: la favola, il lazzo, il gioco sarcastico, il paradosso di tutte le situazioni che prendevano in giro i personaggi stronfioni, prepotenti, gli sciocchi. In questo paese però c’era anche violenza. Nelle zone dove c’erano contrabbandieri, al confine con la Svizzera, succedeva spesso di imbattersi nei delinquenti. Perfino i bambini in molti casi erano aggressivi, io dovevo barcamenarmi tra ragazzi che arrivavano sempre all’estremo delle cose. Uno dei giochi classici che facevano era quello di buttarsi giù da una rupe che sporgeva a picco nel lago, rischiando di finire sulle rocce. Un altro gioco era quello di lanciarsi sulla teleferica con la quale si trasportava la legna: loro si attaccavano a questi ganci e si lasciavano trascinare giù, era molto pericoloso. Si rischiava di rimanere appesi come dei cretini. Anche io ho rischiato a mia volta, altrimenti non avrei fatto parte della banda. È un mondo ormai scomparso, che non esiste più, che però per me è stato fondamentale. Lì è venuta fuori la mia formazione, tra l’altro io dipingevo e il mio progetto era quello di arrivare al Politecnico e soprattutto a Brera. Infatti sono riuscito ad arrivarci, ma a un certo punto la cultura che mi ero fatto sul piano del raccontare, della favola, del proiettare le immagini, delle follie è diventato così importante che è stato determinante nella mia vita e nella mia scelta finale.

Quindi la sua capacità di raccontare - penso all’uso di certe pause o dei gesti - proviene direttamente da questo mondo...

Certo, perché lì erano tutti grandi affabulatori straordinari. In questo libro racconto di tutti gli affabulatori che ho incontrato.

Come si può definire la sua infanzia?

Eccezionale. Ho avuto la possibilità di vivere un’infanzia sempre attorno al lago Maggiore, ma cambiando un paese dopo l’altro. Ho frequentato la terza elementare in tre posti diversi, la quarta in due scuole differenti. Poi sono andato a Luino per le scuole medie, a Milano per il liceo di Brera e infine all’Università. Quindi io, figlio di un ferroviere, ero sempre in viaggio. Questo naturalmente ha influito molto sul mio carattere. Credo di essere una persona generosa, ed ho imparato non solo da mia madre o da mio padre, ma anche dal clima che mi sono trovato intorno.

La sua autobiografia arriva fino ai 14 anni?

Più o meno, ma con delle punte fino ai 20 anni. La situazione finale del libro è il funerale di mio padre, il quale prima di morire si era preoccupato di ingaggiare una banda che per tutto il tragitto da casa fino al cimitero suonasse le marce dei partigiani delle valli. Per ogni valle (sei o sette sul lago Maggiore), infatti, c’era un gruppo di partigiani che creava una propria canzone. Mentre si andava al funerale, tra le bandiere rosse, la gente, gli anarchici, iniziò un altro funerale, quello dello scrittore Piero Chiara, anche lui uomo di sinistra. Per cui la gente si unì al corteo di mio padre pensando che fosse quello di Chiara. Poi quando è arrivato il feretro da Varese, nel luogo dell’appuntamento non c’era nessuno. Così tutti i giornali riportarono questo episodio.

Politica e arte si intrecciano quasi sempre nei suoi spettacoli, penso a “Marino Libero!” o all’ultimo “Da tangentopoli all’irresistibile ascesa di Ubu-Bas”, che ha debuttato proprio ieri al teatro Smeraldo di Milano. Ma la politica è sempre stata così presente nella sua vita?

Totalmente. Io vedevo, sentivo delle cose che erano tragiche. Mio padre era responsabile del Cln dell’alto verbano quindi si preoccupava anche di far oltrepassare i confini della Svizzera - soprattutto quando non c’era ancora il blocco totale degli ebrei - ai cosiddetti fuoriusciti, che cercavano di appendersi dentro o sotto i vagoni, facevano delle cose incredibili e mio padre in qualche caso è riuscito ad evitare che cadessero in mano alla polizia. Li nascondeva o insegnava loro come passare dall’altra parte. Tra l’altro era molto pericoloso perché eravamo nel periodo più duro del fascismo dal 1927 al 1929. Da bambino mi è capitato spesso di andare in Svizzera e lì ho conosciuto un gruppo di anarchici. Non capivo chi fossero, non avevo coscienza, ma c’era un mio cugino più grande che mi spiegava da dove venissero, e poi ho scoperto che mio padre era in contatto con loro. Nel libro è narrato tutto, ma sempre in forma leggera, divertita, non c’è nessun atteggiamento di seriosità.

L’adolescenza è anche il periodo in cui si impara di più: quali sono stati i suoi maestri?

I miei maestri erano questi affabulatori straordinari, era mio nonno, che era soprattutto un contadino letterato, che leggeva, teneva le lezioni di agronomia all’Università di Pavia per dimostrare come si sviluppava la tecnica di innestare un albero in un altro o per parlare della sua conoscenza delle lune, una conoscenza che solo certi contadini hanno. Poi ho conosciuto un professore dell’Università di Milano che mi ha dato delle dritte straordinarie su come leggere la storia, su come individuare la verità, su come avvicinarsi alla scienza e ho scoperto che la scienza è corruttibile così come lo è la storia.

Come era Dario Fo di allora?

Era molto curioso, giocherellone come tutti i bambini, affascinato da tutto quello che succedeva allora, incantato dalle cose che vedeva.

Che differenza c’è tra Dario Fo di allora e quello di oggi?

Come diceva lo psicologo tedesco Bettelheim, “di un bambino e della sua vita per capire il suo carattere, come si svolgerà e come crescerà, datemi solo i primi sette anni di vita, il resto tenetevelo, non mi serve”. Il carattere, la sensualità, l’erotismo, il coraggio, la caparbietà e perfino il senso di dignità te le formi in quegli anni. È quello che gli scienziati chiamano il “background” del tuo carattere.

Oggi sapremo chi sarà il vincitore del Premio Nobel 2002 per la letteratura, che cinque anni fa fu assegnato a lei. Il Dario Fo del “Paese dei mezaràt” avrebbe mai potuto immaginarlo?

No, non potevo immaginarlo... però c’era mia madre che aveva degli intuiti. Lei immaginava dei dialoghi con persone che erano morte, riusciva ad ottenere delle informazioni impressionanti perchè erano particolareggiate, era una specie di indovina, ma solo per alcune cose. Per esempio continuava ad insistere dicendo che io avrei raggiunto quote alte. E non lo diceva degli altri figli... Io avevo e ho un fratello, Fulvio, che a tre anni faceva cose straordinarie, sapeva già scrivere e leggere, hanno perfino creato una piccola legge locale “ad hoc” per permetttergli di andare al ginnasio con due anni di anticipo, semmai era lui da guardare come geniale e invece mia madre puntava su un altro cavallo, su di me”.

Questa autobiografia avrà un seguito?

Non lo so, ci devo pensare.

Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 10/10/2002




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