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DARIO FO

Che fabulazzo osceno

E' con una parabola lieve, poetica, fascinosamente erotica che si apre la seconda videocassetta dedicata al teatro di Dario Fo e Franca Rame. Stiamo parlando della Parpaja Topola, gustosa storia che ci arriva dal lontano XII secolo con profumi, colori e movenze ravvivate dal Nobel giullare. Le versione – estratta a sua volta dallo spettacolo Fabulazzo osceno – qui proposta è quella del '91, ma Dario la racconta ancora oggi. “L'ultima volta – ci dice – è stato non più tardi di un mese fa a Castel'Arquato”.

Non una ruga sulla storia di Giovanpietro e della bella Alessia, lui un capraio ingenuo e candido, lei una fanciulla in fiore concupita da un prete libidinoso e senza scrupoli. In mezzo, la mamma (di lei), la Volpessa, contadinona col cervello fino e il culo grosso, che impone al prete di trovare un marito alla figlia se vuole continuare a copulare senza scandalo. Il don che si chiama Faina (di nome e di fatto) pensa subito a Giovanpietro: le nozze si fanno, lo jus primae noctis se lo gode il prete mentre il capraio è impegnato a portare a casa la suocera al di là del bosco. E poi indietro dalla sua bella e ancora dalla Volpassa a riprendere quella “parpaja topola” che l'Alessia dice di aver dimenticato a casa nella fretta. La “farfalla topolina”, l'oggetto del desiderio senza il quale non si possono fare giochi d'amore, la dote preziosa dell'Alessia che Giovanpietro torna a prendere fra mille peripezie, tra i rovi e tra i lupi, facendo morire dalla risate la vecchia Volpessa (e gli spettatori ammaliati da Fo), ma conquistando con la sua passione ingenua anche il cuore della sua amata. Ovvero, come parlare di sesso e fare poesia. La pornografia, quella vera – avverte Fo a prefazione dello spettacolo, andato in scena al lirico di Milano nel 1991 - “è la mancanza assoluta di senso dell' humour...”. E oggi aggiunge: “pornografia è mancanza di passione reale nell'amore, quando termina la fantasia, l'emozione, l'amore...Ecco, è qui che il sesso diventa un fatto ginnico. La tv ci propina questa massa di glutei, tette e fianchi senza alcuna emozione, senza produrre né gioia né fantasie. E' un mercato della carne fine a se stesso, dove l'amore si trasforma in quello che con termini orrendo chiamato “scopata” “.

Tutto il contrario della leggerezza aerea della farfalla-topolino o del cinquecentesco “Arlecchino fallotropo” [...], che si beve tutto d'un fiato la pozione destinata al padrone e si ritrova con un ingombrante “essere superiore” che dalle viscere si erge e tiene banco. Hai voglia a coprirlo con pelli di gatto o fasce di neonato: quello attira l'attenzione di donne e domine e addio!

Insomma Dario, è un Arlecchino che ha scoperto il Viagra, mentre il suo padrone è stato rovinato dalle banche avide. Ma in che epoca siamo?

La nostra civiltà dura da duemila anni e certe cose continuano ancora oggi...

C'è un brano del tuo repertorio a cui sei più affezionato?

Non riesco ad eleggere un pezzo come favorito. Semmai ci sono dei testi che non funzionano in certi momenti per ragioni storiche, e magari tornano in risonanza in altre situazioni diventate drammatiche. Lo dico sempre ai miei allievi: attenti, la comicità regge solo sulla tragedia. E' questa che rimane nel cervello anche quando si ride col cuore, ciò che viene a mancare nella quotidianità: la mancanza di libertà, di cibo, l'arraffo dei potenti...Se lo racconti e riesci a capovolgere il dramma, entri in profondità e riesci a penetrare l'ascolto degli spettatori.

Come ti appaiono oggi questi monologhi, a distanza di più di dieci anni da quella registrazione?

La Parpaja continua a commuovere: è la tragedia dell'uomo beffato, addirittura dal prete che gli porta via la moglie la notte delle nozze...Ma poi la tragedia volta in commedia, con l'invenzione di questo sesso che vaga, emerge, annega e risorge. La resurrezione del sesso! Raccontato per giunta dalle donne, le giullaresse dell'Alto Medioevo, scelto però solo nella classe bassa per poter inscenare questo fabliau. Avevo paura invece del pezzo che fa Franca, la Medea, perché è una storia feroce, brutale di una donna che uccide i figli per l'umiliazione subita, per annullare il marchio di donna usata per produrre, portare avanti la genia. Ma la gente riesce a ridere di questa allegoria violenta, anche se un riso che si ferma nella strozza. Ti fa pensare, amaro, a quanto la condizione della donna sia ancora tragica.

Intervista di Rossella Battisti – L'UNITA' – 29/10/2004




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