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DARIO FO

L'oroscoFo 2005

Strana non è più, bensì rodata la coppia Albertazzi-Fo, che sul piccolo (grande d'intenti, in questo caso) schermo di Raidue dialoga sul teatro) schermo di Raidue dialoga sul teatro. Discorsi d'autore, memorie di maestri che ondeggiano nel tempo e nello spazio scenico, si confrontano o si rispondono a distanza. Lezioni/non lezioni, partiture libere piuttosto, sulle quali ricamare preziose prospettive che mai troveremmo scritte su un libro. Sono i tagli di dentro, il teatro visto coi riflettori in faccia e il pubblico davanti, o intorno, da attirare sottilmente, con tutte le arti possibili, all'interno del play.


Albertazzi ha aperto la serie, lanciandosi in uno spericolato e personalissimo excursus sul teatro greco e poi quello romano. Adesso il testimone passa a Dario Fo, con una tranche dedicata alla rinascita del teatro nel Medioevo, con brani da Exultet e dal Mistero Buffo allestiti nel Palazzo del Podestà di Castell'Arquato a Piacenza. Seguiranno altre puntate distese nell'arco di due mesi che arriveranno fino al teatro del Cinquecento, e a una sorta di prologo di ciò che in Italia sarebbero diventati i primi segni della commedia dell'arte.


Il Medioevo, in particolare, è periodo molto amato dal Nobel giullare che ci ritorna sempre con piacere, stavolta anche con quello di raccontare qualcosa di “completamente avulso dal contesto scolastico – dice Fo – perché a torto il teatro medievale viene considerato minore. Anzi, addirittura qualche ignorante crede che non esista, una sorta di prefisso mentale che considera non teatro i giullari e le rappresentazioni corali...” E', invece, come Dario ha rivelato nelle sue innumerevoli metamorfosi sceniche, un mare magnum di invenzioni, visioni, immagini e spunti. “Chilometri di testi”, dalle giullarate alla Commedia di Dante Alighieri, che “andrebbe portata a teatro come merita”, dai Miracle e Mister Play inglesi ai fabliaux francesi. Un luogo di intrattenimento spesso ironico e festoso, pronto a sforare in fantasie iperboliche, quelle che nemmeno tra cielo e terra uno riuscirebbe a immaginare.


Ce ne racconta uno?


Beh, per esempio c'è il dialogo tra il maiale e il Padreterno...Discutono perché il maiale vorrebbe volare e alla fine Dio decide di accontentarlo e gli appicca un paio di ali, ma siccome non si fida gliele incolla con la cera. E il maiale vola e vola, abbracciato alla sua maiala. Addirittura fino in Paradiso, dove si insinua di notte di soppiatto, gustando i frutti enormi e saporosi di quel posto incantato. Pesche giganti, una vegetazione pazzesca dove rotolarsi e fare l'amore. Solo che gli angeli lo sorprendono per via della puzza che si porta sempre appresso e allora il maiale viaaa, si butta giù dal paradiso per cercare di tornare a casa prima che faccia giorno. Ma Dio anticipa il sorgere del sole, la cera si squaglia e il maiale cade.


Una brutta fine...


Mica tanto: il maiale continuerà sì a rotolarsi nello sterco ma anche ad amarsi follemente con la sua amata scrofa,


Altro che tempi bui, è un Medioevo ironico quello che salta fuori...


Come no, c'era giocondità e festosità nella Chiesa di allora. Il “risus pascalis” era una rappresentazione in chiesa con esplosioni di risate, in cui tutti gli astanti si trasformavano in attori, commedianti, clown. Una grande letizia per la resurrezione del Cristo. Non sono manifestazioni fuori luogo: Gesù ha delle entrate che sono teatro puro, i suoi miracoli sono teatro, rappresentazioni del divino. Era una cosa che san Francesco aveva capito perfettamente, per questo si definiva “giullare di Dio”, ovvero colui che esalta la gioia e le felicità della presenza divina. E il rito, prendere Dio e portarcelo vicino. Nel duomo di Modena il geniale scultore Agilulfo mette in scena Adamo ed Eva vestiti come i contadini che compaiono nel racconto dei mesi. Così quelli quando venivano a Messa, guardavano le figure degli antenati, vestiti con la giacconaccia e magari i calzerotti che si usavano per andare a lavorare nei campi e dicevano: ma siamo noi! Gli antichi lo sapevano bene, è per questo che raccontavano le storie dei santi ambientandole nella quotidianità. Non erano più creature di un altro mondo, ma della realtà circostante, facevano parte della nostra storia, della nostra rabbia, del nostro risentimento, della nostra vita.


Albertazzi ha raccontato e si è raccontato, con aneddoti personali. Anche lei parlerà di sé in queste puntate di teatro?


Sì e no. La mia chiave è parlare di cose successe nel mio rapporto col pubblico. Di quello che quotidianamente può accadere a ogni attore o giullare.


Per esempio?


Ci fu un gruppo di americani che mentre facevo un gramelot inglese si alzarono urlando e bestemmiando. Chissà cosa avevano capito da quel discorso senza senso...E mi ricordo anche una volta, a Boston, mentre raccontavo come gli inglesi abbiano “rubato” un Santo ai genovesi, comprandoglielo – cosa non del tutto inventata, perché i genovesi avevano San Giorgio come patrono già da tre secoli – beh, si alza un italiano e si mette a insultarmi perché dicevo che i genovesi davanti al denaro non ci vedono più e venderebbero anche la loro madre. Ma solo se gliela pagano bene, ho aggiunto, e lui è stato d'accordo. Anche queste interruzioni servono a rompere la quarta parete.


Questa puntata in tv va in onda a ridosso del nuovo anno. Cosa si augura per il 2005?


Vorrei che si arrivasse alla fine della guerra, a questa spirale infernale con terrorismo da una parte e vendetta sugli innocenti dall'altra. Vorrei che si smettesse di giocare basso con sarcasmo contro chi ha difficoltà a campare. Vorrei una scena politica che si occupasse del bene di coloro che soffrono. Già ripulire questo sarebbe bene. E sarebbe ora che i politici cominciassero a pensare sul serio ai problemi di coloro che li devono poi votare, smettendo di pensare alla corrente interna, alla manovra di partito. Se vestissero i miei abiti di attore davanti gente, sarebbero terrorizzati dal disprezzo che sale dal pubblico per questo modo di fare politica.


E per il teatro cosa si augura?


E' un brutto momento quando la satira e il gioco sono un cazzotto negli occhi per chi sta al potere, quando fanno paura, quando i politici sono abituati solo agli applausi e non accettano critiche. E poi c'è la catastrofe dei cacciati, di quelli che stavano attorno a chi è stato buttato fuori. Qui succede qualcosa di peggio: c'è l'autocensura e l'autocensura appartiene ai tempi duri, come diceva Brecht. Castra lo slancio, la partecipazione, la dignità. Mi fa rabbia che miei allievi, che so per certo avere talento, siano costretti ad accettare delle mortificazioni pur di campare. Qui e ora è il tempo del coraggio, non quando il vento ti soffia poppa e spinge la barca a gonfie vele. E' adesso che bisogna tenersi saldi e con la schiena dritta.


Albertazzi tifa Achille, lei per Ulisse.


Per una ragione molto semplice: nel racconto Omerico Achille è il peggiore di tutti gli eroi, incazzoso, pieno di egoismi, mai una generosità. Addirittura si traveste da donna per evitare di andare in battaglia quando non gli va. Ulisse, invece, pur nel suo cinismo e in tutta la sua truffalderia, è pieno di angosce, di drammi e ragionamenti. E' l'uomo dell'idea. Il mio eroe.


Intervista di Rossella Battisti – L'UNITA' – 27/12/2004




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