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MUSICA

Salviamo il mondo dagli Usa

David Byrne, il macchinoso dandy che veleggia tra nevrosi metropolitane e volate tecnologiche, si è concesso un divertissement e, a 52 anni, ha deciso di darsi al pop da camera. Via i ritmi dance sincopati delle ultime prove discografiche, ecco l'introspezione drammatica e sentimentale condita dall'opera lirica cantata con voce flebile ma senza vergogna nel cd Going backwords. L'ex leader dei Talking Heads, che arriva in tour in Italia, nervoso e scattante come vent'anni fa, vede con sgomento un'America alla deriva che definisce tranquillamente “un impero” e una New York che, dall'11 settembre, è cambiata per sempre.

Nel cd ci sono due arie di Bizet e di Verdi. Da dove nasce l'amore per questi due compositori?

Bizet è una vecchia conoscenza mentre Verdi l'ho ascoltato solo di recente e mi sono detto: “Un dì felice eterea” dalla Traviata oltre ad essere una bellissima canzone è anche nelle mie corde. Così l'ho registrata per la colonna sonora di un film del regista inglese Stephen Fryer, Dirty pretty things, su una comunità di immigrati a Londra. Un tema forte che aveva bisogno di una musica adatta. Mi sono detto: cosa c'è di più emozionale di quest'aria di Verdi anche se l'argomento è diverso? Però ai tipi del film il pezzo non è piaciuto.

E' consapevole di andare al massacro reinterpretando Verdi?

Certo, è come mettere la testa nella ghigliottina. Ma se non ci provo ora che sono David Byrne quando lo faccio?

Alla fine degli anni Settanta ha contribuito a scardinare il rock dandogli nuova vita assieme ai suoi Talking Heads. Oggi torna alla musica classica. Per lei oggi è più conservatore il rock o la classica?

Ah, entrambi ovviamente! Negli ultimi anni a mio parere l'innovazione arriva solo dalla musica elettronica e in parte dall'hip hop e dalla musica cosiddetta “world”. Il rock è ormai tradizione, al pari del blues. Questo non significa che non ci siano persone brave in giro. Prendi i White Stripes: sono bravi, piacciono, ma a me paiono musica tradizionale.

Il ritorno alla melodia è frutto anche di altri ascolti musicali?

Negli ultimi anni ho ascoltato tanta musica brasiliana e quelle stupende melodie devono essermi entrate sotto la pelle. Ma una grande fonte di ispirazione è stata la musica napoletana, sia quella classica che quella di un nuovo gruppo che si chiama Banda Jonica.

Come ha fatto la Banda Jonica di Roy Paci ad arrivare fin da lei a New York?

Merito di un amico musicista parigino. Era a New York negli studi della Louka Bop per fare una compilation per me sulla musica francese e me l'ha consigliata. Poi ultimamente ho comprato gli spartiti dei grandi compositori americani classici, gente come Cole Porter, Gershwin. Ho trovato un filo comune tra tutti.

La spinta che l'ha portata in sudamerica (e poi a sdoganare i tropicalisti in Usa) dopo le ricerche ultra intellettuali che hanno caratterizzato la sua musica ha risposto al suo bisogno di appropriarsi di qualcosa che non aveva?

Sì. E il problema di noi cresciuti in una cultura anglosassone. Tendiamo inevitabilmente a mitizzare il sud in una meravigliosa cartolina naive che non corrisponde mai alla verità. Al sud c'è il cuore, al nord la testa. Non è così, c'è molto di più. Ma è vero che i viaggi da nord a sud e viceversa, di uomini alla ricerca di imprecisato ma mancante, hanno sempre dato buoni frutti: legami di cuore, ispirazione, nuove prospettive. Ad aprile Caetano Veloso e io faremo un concerto assieme alla Carnegie Hall: lui reinterpreterà canzoni della tradizione anglosassone e io quelle del suo paese. Solo questo mi ripaga del mio antico approccio naive al Sud del mondo.

La globalizzazione amplifica o distrugge la musica tradizionale?

Entrambe le cose. La globalizzazione, che molta gente giustamente chiama americanizzazione, significa ascoltare in qualsiasi parte del mondo 50 Cent, Eminem e Madonna, ma significa anche che io e te oggi parliamo di dischi di musica colombiana, venezuelana o quant'altro. Dischi di cui abbiamo sentito dire su Internet e che oggi abbiamo a disposizione. Vent'anni fa queste possibilità non c'erano. Oggi i musicisti sono consapevoli della loro “glocalità”.

Nel brano “Empire” parla di una “febbre democratica per la difesa della nazione”. E' difficile vivere negli Usa oggi?

Sì, è un grosso problema. La cosa assurda è che ho scritto quella canzone qualche anno fa, per un altro disco. Doveva essere una sorta di inno ironico dell'impero americano. Qualche anno fa se usavi queste due parole, impero americano, la gente ti diceva che eri un esagerato. Invece oggi è un terribile dato di fatto: questa è l'America, un impero che governa il resto del mondo a modo suo.

Con la dittatura della paura, come racconta Michael Moore.

Mi è piaciuto molto quel documentario. Così come ho amato The fog war, una lunga intervista al ministro della difesa Usa durante la guerra del Vietnam e prima ancora politico nella Seconda guerra mondiale. Tutto il tempo racconta di come prendeva la decisione di lanciare le bombe. C'erano migliaia di persone che morivano ma per lui era solo un problema di numeri e di strategia. Ultimamente mi ha colpito molto rivedere la Battaglia di Algeri. E' stato rivelatore. Sono convinto che il Pentagono, i militari, abbiano studiato quel film per capire la strategia da usare in Iraq. Ma non hanno imparato la lezione: puoi catturare i terroristi, la resistenza o come la vuoi chiamare, ma allo stesso tempo puoi perdere un paese. Proprio come successe per la Francia.

In Usa ora si è aperta la battaglia delle elezioni presidenziali. Appoggerà Kerry?

Certo, ma più avanti. Non mi tiro indietro. L'ultima cosa che ho fatto recentemente è stato poco prima dell'invasione dell'Iraq. Ho creato un'associazione con altri musicisti e abbiamo comprato pagine del New York Times e del Rolling Stone per dire la nostra: non alla guerra. Mi ha sorpreso la trasversalità dei musicisti che hanno partecipato: Outkast, Missy Elliott, 50 Cent, ma anche io, Bian Eno, Veloso. Gente proveniente da tradizioni culturali diversissime che non aveva mai diviso un palco per una causa comune. Questo per me ha significato che la pace è la causa comune per cui combattere in questo secolo.

Quanto è cambiata la sua New York?

Moltissimo dopo l'11 settembre. C'è stato un breve periodo di fratellanza che presto ha lasciato spazio a qualcos'altro, il patriottismo. Sono spuntate bandiere ovunque e la gente ha cominciato a ripetere le frasi dei politici: l'America deve essere forte, unita. Da lì alla vendetta il passo è breve. Questo processo di odio impossibile da fermare ci ha fatto sentire alieni e alienati. Da allora NY è diventata uno strano posto, un po' inquietante.

E' folle continuare ad ascoltare nel 2004 i Talking Heads?

Oh no, soprattutto alcune canzoni che suonano bene anche oggi per giunta rifatte con gli archi. Così come Road to nowhere e, soprattutto I zimbra, che ha ancora quell'impatto violento da canzone che narra la fine del mondo. Attuale non trovi?

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 19/03/2004



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