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MUSICA

Pace, giustizia e country rock

“Perruggini?”. La voce arriva da lontano, Los Angeles o giù di lì, ma il timbro è inconfondibile. Ma sì, è proprio lui, mr. David Crosby, il mito della West Coast, che ci chiama da casa in un venerdì sera che non dimenticheremo facilmente. Il signor Long Time Gone è per molti (noi compresi) una di quelle leggende viventi ancora capaci di suscitare lacrime e brividi (da solo o con gli amici Stills, Nash and Youg) grazie alla personalissima voce e all'ispiratissimo stile compositivo. Un antieroe dal passato burrascoso, minato da pesanti problemi di droga, una detenzione carceraria e un drammatico trapianto di fegato che nel 1994 l'ha tenuto in bilico fra la vita e la morte. E proprio su quel letto di degenza, per sottolineare ancor più la sua esistenza avventurosa, Crosby ritrovò il figlio naturale, dato in adozione appena nato nel 1962, che ora è il tastierista ufficiale della sua band.


Bene, ma veniamo al presente. Anzi, al futuro. David Crosby verrà tra pochi mesi in Italia, protagonista di un lungo tour assieme a Graham Nash. Ecco le date, così siete avvisati per tempo e non avete scuse: il 4 marzo a Trento (Auditorium), il 5 a Cortemaggiore (Fillmore), i 7 a Torino (teatro Colosseo), l'8 marzo a Milano (teatro Smeraldo) e il 10 a Roma (Auditorium). I due presenteranno il doppio album Crosby & Nash, uscito mesi fa, un gioiellino di classe, raffinatezza e intensità.


Complimenti, David, e tra un po' vi vedremo in concerto. A proposito: come sarà?


Naturalmente proporremo un sacco di pezzi del nuovo disco, ma anche brani tratti dalle varie fasi della nostra carriera. Che è piuttosto lunga: abbiamo messo giù una lista delle canzoni che vorremmo suonare e ci sarà solo l'imbarazzo della scelta. Avremo una bella band, con mio figlio James Raymond alle tastiere e Dean Parks alle chitarre, che è uno dei migliori strumentisti al mondo. Ha suonato anche con gli Steely Dan, una band che mi piace molto: il loro Aja è uno dei dischi che tuttora ascolto più volentieri.


E con Graham?


Il nostro è un rapporto lunghissimo e bellissimo. Dopo mia moglie, probabilmente, è la persona più cara che ho al mondo. E' il mio miglior amico. Un ragazzo speciale, onesto, divertente e di talento. Un uomo meraviglioso.


Cinque date in Italia: quaggiù qualcuno (tanti) vi ama. Affetto ricambiato?


Ohi, sì. Adoro l'Italia, è il mio paese preferito in Europa. Ci sono state tante volte e sono felice di tornarci. Mi sembra che voi italiani abbiate la giusta visione della vita e sappiate Godervela di più. E con gioia.


Spiace deluderla, ma le cose sono cambiate. E in peggio.


Sono certo che in confronto agli Usa è quasi un paradiso.


Ma lei conosce Berlusconi?


No. Però, ragazzo mio, mi creda: voi state meglio di noi.


Davvero?


Molto meglio.


Ci spieghi tutto, please.


Semplice: abbiamo un pessimo presidente, George Bush, che è una persona cattiva e pericolosa. Io sono totalmente contrario alla sua politica e come me lo pensa metà dell'America: credo che ciò che gli Usa stiano facendo sia completamente sbagliando. Andare in guerra è sempre un errore e invadere l'Iraq non è stata certo un'idea geniale.. Non funziona così, non puoi entrare in un Paese e scatenare un conflitto. A maggior ragione se lo fai per i soldi, il potere e per favorire gli interessi delle grandi compagnie. Ora a vivere in America è come stare su una macchina guidata da un ubriaco. Ci sentiamo impotenti. E impauriti.


Ma cos'è andato storto alle elezioni?


Difficili dirlo. La gente oggi è molto interessata alla politica, perché sente che riguarda direttamente la loro vita. E i giovani sono stati coinvolti nel voto molto più di prima: anche noi ci siamo mossi con organizzazioni come “Rock the Vote”. Abbiamo supportato Kerry in “Vote for Change” con Bruce Springsteen, Pearl Jam, Jackson Browne, Bonnie Raitt, James Taylor, R.E.M. E altri. Un sacco di persone ha lavorato duro perché i ragazzi andassero alle urne e votassero giusto. Eppure abbiamo perso ancora. E stiamo male per questo.


Fuori dai denti. Perché avete perso?


Non so darle una risposta precisa. Probabilmente perché metà degli americani sono più stupidi di quanto pensassimo.


Un tempo cantavate “We Can Change the World”. Avete perso la speranza?


No. Io ci credo ancora. Bisogna cominciare dai nostri figli, educarli ai giusti valori, renderli megliori di quanto siamo noi. E, comunque, non dobbiamo arrenderci. Altrimenti non ne verrà mai fuori qualcosa di buono.


Che cosa le è rimasto più impresso degli anni '70?


Il Movimento per i diritti civili: mi ha insegnato che tutti siamo uguali e ognuno merita un'opportunità. E, poi, il Vietnam, da cui ho appreso una sola grande lezione. Non bisogna fare la guerra. Invece, purtroppo, ci risiamo.


E Woodstock?


Un grande evento. Al tempo noi eravamo già abbastanza noti come Crosby, Stills e Nash, ma quello fu il lancio decisivo del gruppo. Al di là del successo personale, dalla marea di spettatori e della meravigliosa musica che si suonava, la cosa più importante fu la presa di coscienza del movimento hippy. Pensavamo d'essere una minoranza, invece eravamo milioni.


Sembra un secolo fa. Ora la musica non se la passa bene: lei come la vede?


Male. Prima l'industria discografica era gestita da persone che conoscevano, rispettavano e amavano la musica. Ma da quando il fenomeno si è ingrandito e sono cominciati a girare tanti soldi, sono subentrati avvocati, affaristi ed esperti di marketing. Gente che non ha la minima idea di quello che è la musica: sanno solo che muove un bel numero di dollari e stop. E' stato l'inizio della fine. A peggiorare le cose si sono messi reti televisive come Mtv e Vh1: sulla carta sembravano situazioni positive, poi si sono rivelate un disastro. Perché si è capito subito che di arte ne sarebbe entrata ben poca. Per loro è più importante la presenza scenica del talento. E così arriva gente come Britney Spears, che non sa cantare né scrivere né suonare, ma diventa una star perché sa muovere bene il sedere. C'è un sacco di gente come lei o Justin Timberlake, che sono solo dei pupazzi in posa senza nulla da dire. Tutto ciò un effetto nefasto sulla musica e ne abbassa paurosamente il livello.


E, intanto, artisti come voi vengono snobbati...


L'industria se ne frega di artisti come noi. Ormai ci abbiamo fatto il callo: vede, io non incido dischi per far soldi, ma penso all'arte, ai contenuti, a dire qualcosa. Così è nato l'album con Nash, che credo sinceramente sia uno dei lavori migliori che abbiamo fatto insieme. Però non m'aspetto certo che venda: perché, appunto, non lo passano su Mtv o Vh1, non ha diffusione sulle radio, non viene promosso a dovere. Alla fine, comunque, non importa: quello che conta è che la gente ci ami ancora e venga ai nostri concerti. Questo ci rende felici.


Rivedremo ancora la mitica formazione Crosby, Stills, Nash and Young?


Sì. ci siamo già ritrovati un paio di volte negli ultimi cinque anni, ci sarà sicuramente un'altra occasione. Non so quando, però. Comunque, lo posso assicurare che ci sentiamo spesso. E siamo sempre ottimi amici.


Ultima domanda. Scusi la retorica, ma è Natale: esprima un desiderio.


Un unico, grande augurio: la pace.


Intervista di Diego Perugini – L'UNITA' – 19/12/2004




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