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Enrico Deaglio
– IL SECOLO XIX – 21/07/2001

Il giorno più brutto della mia vita



Le fotografie del ragazzo le ho viste uscire sa un computer nella redazione del “Secolo”, intorno alle 19. In una si vedeva la testa coperta da un passamontagna in mezzo al sangue. In un'altra si vedeva il corpo da cui era stata tolta la maglietta: magro, quasi denutrito. E poi quella con i piedi in avanti come il Cristo del Mantegna. Avevo lasciato le nervose retrovie della piazza poco prima della tragedia; ritornando verso la “zona rossa”, nel silenzio dei varchi arrivavano le prime notizie. E con tutti i colleghi che risalivano la via XX Settembre ci si scambiava solo dei mesti “Lo sai già? E' confermato? Sì, l'ha battuta l'Ansa...”

Il 20 luglio 2001 a Genova me lo ricorderò come uno dei giorni più brutti della mia vita: per la tensione, per la paura, per il disgusto provato alla vista di uno sfoggio militare che solo dei pazzi o degli incoscienti possono avere programmato.

Era cominciato di mattina presto, al famoso varco in fondo a via XX Settembre, quello che le tute bianche avevano annunciato che avrebbero attaccato. Grate, reticolati, idranti efficientissimi, manganelli e lacrimogeni, maschere antigas, caschi; la polizia sfoggiava tutto il suo nuovo armamentario e ogni tanto facevano delle corsette, delle prove: erano tutti contenti di farsi fotografare e filmare. Un vice questore ci ammoniva, con la bonomia di chi è armato, ad allontanarci, per quando sarebbero cominciate “le operazioni”, perché questa volta “i lacrimogeni fanno male, fanno davvero male”.

Eravamo in un gruppetto ad ascoltarlo e ci siamo detti: “Pensa che bello sarebbe se i manifestanti rinunciassero e gli dichiarassero: “Sapete che c'è? Vi lasciamo tutta la vostra pompa, tutte le vostre divise nuove e ce ne andiamo a Nervi a fare il bagno. Tenetevi i vostri ghetti, le vostre gabbie, i manganelli, le imbottiture, tutti i soldi che avete speso, tutto i soldi che avete speso, tutto il ridicolo di cui vi circondate. Tenetevi i container, i computer (c'era infatti un computer, poggiato sul marciapiede, con ancora il cellophane intorno, collegato a due video pronti a segnalare se un attentatore passava per le fogne). Noi ce ne andiamo”. Ci siamo detti: “Sarebbe il più grande colpo del No Global, la vera notizia che farebbe il giro del mondo”. E un altro ha detto: “Io spero comunque che le tute bianche non arrivino fin qui. Perché li massacrerebbero”.

Scherzavamo, erano appena le nove di mattina. Ci dicevamo: “Oggi Di Gennaro, Scajola e Casarini si giocano la carriera”. A mezzogiorno già non si aveva più voglia di scherzare. “Guarda, passa il Tuscania, il corpo d'elite, i carabinieri paracadutisti”. Poi sono passati i cingolati, volteggiando e sgommando. Sono dei veri e propri carriarmati; vederli in una piazza a Genova ti fa venire la nausea. Sono sempre rimasto lì, in quella grande trappola intorno alla stazione Brignole, andando ogni tanto un po' più vicino agli scontri. Non ho capito la strategia delle forze dell'ordine: avanzavano con i blindati, i Black Bloc li fronteggiavano e intanto sfasciavano tutto e polizia e carabinieri li lasciavano fare.

Alle quattordici era già un disastro e l'Impero (così lo chiama il Luca Casarini) non sapeva più cosa fare. Andare avanti e arrestare i casseur, che incendiavano macchine e sfasciavano vetrine? Non lo hanno fatto, pur con tutti i mezzi che avevano: gli hanno permesso di fare tutto quello che volevano. Alle sedici l'Impero (che stava sulla strada della mattina: che non aveva mangiato, che non aveva pisciato, che stava oppresso dalle proprie divise e imbottiture, che si pigliava pietrate e aspettava mezz'ora un'ambulanza, che ubbidiva ad ordini di capi sempre più nervosi), cominciava a perdere il controllo: assaliva i giornalisti onnipresenti, gridava, batteva i manganelli sugli scudi di plastica, si scaldava con delle corsette, gridava, offendeva.

Mi è sembrato, ascoltando le comunicazioni via radio che tenevano a volume alto, che avessero perso completamente la testa. Se mai l'avevano avuta, se mai i loro capi avevano dato loro una strategia d'ordine pubblico. Le inchieste diranno se questa strategia c'era; a me è sembrato che ci fosse soprattutto una voglia di ostentazione, lo sfoggio dei mezzi e del loro nuovo potere: sicuramente qualcuno dovrà spiegare in Parlamento come sono stati spesi i soldi, come sono stati esautorati i poteri cittadini, chi ha deciso l'estensione della zona rossa con la posa dei container, chi ha continuato per quindici giorni a mentire ai manifestanti, chi nell'intelligence non ha saputo prevedere e controllare appena duemila casseurs conosciuti alle polizie di tutta Europa, chi ha fatto trovare sui bordi del cratere una polizia che è stata spesso in condizioni di inferiorità.

Alle 21 vedo l'ultima fotografia sfornata dai computer, qui al “Secolo”. E' la prova: il ragazzo lancia un estintore contro il blindato, accerchiato dai dimostranti; dall'interno un carabiniere gli spara. Il blindato si libera a marcia indietro e passa sopra il corpo del ragazzo.

Signor ministro dell'interno dottor Claudio Scajola, io mi auguro che lei possa spiegare. Ma la prossima volta che blinderà una città – e io spero che lei non sia più messo in condizioni di deciderlo e di organizzarlo – non commetta l'errore di accreditare tremila giornalisti. Perché i giornalisti, alla fine, fanno il loro mestiere.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 21/07/2001

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