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Enrico Deaglio
– IL SECOLO XIX – 22/07/2001

Carlo, il ragazzo dimenticato da tutti



Carlo Giuliani, il ragazzo genovese studente universitario di Storia ucciso venerdì negli scontri, nel grande corteo di ieri non c'era un'immagine, una fotografia, un cartello. Eppure tutti i giornali del mondo avevano le immagini del suo corpo. Molti spezzoni del corteo gridavano “assassini” all'indirizzo del G8: molti ragazzi portavano al braccio, in segno di lutto, un pezzo di plastica grigia strappato da un sacco dell'immondizia, come a dire, credo, del misero valore che si dà ad una vita umana, ma Carlo Giuliani non era il martire nel nome del quale sfilavano duecentomila persone.

Anche la notte precedente, nella spianata del Genoa Social Forum, il ragazzo non era al centro delle parole che venivano scambiate: don Gallo stava silenzioso al centro di un gruppo altrettanto silenzioso, pregando; altri erano stravolti dalla stanchezza e dal dolore, ma “Carlo, chi era Carlo, chi erano gli amici di Carlo, ditemi di Carlo” non era il bisbiglio della spianata. Ho letto le nobili parole di suo padre, ho letto la sua biografia volutamente stereotipata, alla fine ho immaginato che la ragione della mancanza di Carlo Giuliani dai simboli del corteo, sia nella fotografia in cui lo si vede nell'atto di scagliare un estintore contro un Land Rover dei carabinieri e ho pensato che quell'estintore abbia pesato.

Ieri mattina ho cominciato a vedere il corteo mentre si formava a Sturla: era l'Italia di sinistra, con le bandiere, le sezioni, i vecchi compagni; i verdi e i pacifisti, i cattolici e le bande di ottoni, qualche gonfalone; i nuovi movimenti, l'associazione degli universitari, mischiati ai comunisti e socialisti greci, agli inesauribili sostenitori di Ocalan, il sindacato Cgil. Tanti, in mezzo ai lacrimogeni, alzavano le mani in segno di resa senza sapere che cosa succedeva, come il bambino del ghetto di Varsavia. E di nuovo, però, una stranezza: non c'era alla testa del corteo un folto gruppo di parlamentari dei DS a chiedere: non c'era il leader dell'opposizione.

Sì, qualcosa è cambiato, in Italia. Molto è cambiato in quelli che saranno ricordati come “i giorni di Genova”: giorni di disastro immane da cui nessuno sa dire che cosa verrà fuori. E poi, a un certo punto del corteo, quando delle brave donne genovesi delle pochissime finestre aperte hanno cominciato a regalare acqua e un gentile pensionato ha attrezzato un tubo per rinfrescare i manifestanti e tutti hanno applaudito scandendo “Genova libera”, si è visto qual era il sogno reale del corteo, la piccola utopia a cui tutti siamo affezionati: un movimento giusto, un movimento perfetto. E, purtroppo, Carlo Giuliani non veniva ammesso a in questa perfezione.

Abbiamo imparato una nuova sigla, in questi giorni: “Black bloc”, e Carlo Giuliani vi è stato, post mortem, associato, sulla base di una sequenza fotografica. Fanno paura, i Black bloc: si infiltrano, provocano, saccheggiano, devastano. Non si sa quanti siano, non si capisce Perché la polizia gli spiani la strada. Li vedi da vicino e li osservi: giovani, muti, magri. Si mettono un cappuccio nero in testa e cominciano a sfasciare quello che trovano a tiro.

Non parlano: sulle banche che assaltano scrivono solo “fuck”. Il corteo delle buone utopie non sa come comportarsi con loro: li scaccia, gli grida contro, ma non ha nei loro confronti una vera forza di dissuasione. Loro circolano, formano gruppi, poi cominciano e molti gli vanno dietro. Neanche loro parlano di Carlo Giuliani. Venerdì sera, nel corteo che andava in piazza Manin (assolutamente pacifico) hanno usato la stessa tecnica e la polizia ha manganellato tutti. Un distinto signore che non soffre di allucinazioni ha osservato la seguente scena: un “black bloc” che aveva temporaneamente smesso di picchiare, probabilmente per stanchezza, è stato richiamato dal suo capo, una persona più anziana, che lo ha schiaffeggiato e gli ha ordinato venti flessioni. Il ragazzo le ha fatte ed è ritornato in battaglia.

Fumo, lacrime, feriti, incendi, saccheggi, botte, umiliazioni, arroganza, un morto. Così sono finite le manifestazioni contro il G8. Con la presa di potere dei sergenti.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 22/07/2001

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