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Enrico Deaglio
– IL SECOLO XIX – 20/07/2001

L'allegro corteo nella città dei fantasmi



Verso le otto di sera, in via XX Settembre deserta un drappello di cavalleggeri volteggiava nel silenzio. Le bestie erano splendide e calme con una visiera di plexiglas sugli occhi, schinieri sui garretti, la coda annodata. Gli uomini in divisa da combattimento toccavano con la coscia l'elmo attaccato alla sella, tenevano lo sguardo diritto e si scambiavano poche parole, in dialetti del sud. Per l'odore di stalla, per i palazzi antichi a fare da quinta senza oggetti incongrui come le automobili, il passante si trovava precipitato in un'altra epoca, in mezzo al mestiere delle armi e alla silente agitazione delle vigilie.

Un'ora prima, il corteo che scendeva da via Corsica verso la rotonda aveva visto arrivare, quasi con stupore, l'aereo del primo ministro giapponese Koizumi con la palla rossa sulla fusoliera bianca: il Sol Levante scendeva morbido e senza far rumore. Un manifestante lo ha indicato: “E' il giapponese, quello che ha detto che vuole mangiare gli spaghetti con le vongole”. Vicino passava un lenzuolo con la scritta: “Sì al pesto, no ai pestaggi”.

E' stato un bel corteo, molto più numeroso del previsto, con francesi, inglesi, spagnoli, kurdi, molti cartelli e lenzuoli, mutande stese per far dispetto a Silvio, travestimenti, musica, capelli colorati.

Ho visto un piccolo gruppo che si è definito “Comitato Jack Lemmon – a qualcuno piace Karl”; un ritratto ufficiale di Sandro Pertini incorniciato a simbolo di idee internazionaliste e risorgimentali; un uomo giovane e con voce predicatoria brandiva invece un ritratto incorniciato di papa Luciani e gridava senza posa: “Era il papa dei poveri, stava dalla parte dei poveri, per questo 23 anni fa l'hanno ucciso!”.

Il corteo era stato definito dei “migranti” e chiedeva una cosa tanto moderna quanto sensata: la libera circolazione, nel mondo globalizzato in cui merci e denari viaggiano con la velocità del fulmine, degli esseri umani: dei lavoratori, dei clandestini, dei rifugiati, degli sfruttati. Chiedeva diritti (e io continuo sempre a stupirmi che nessuno in Italia chieda ufficialmente per loro il diritto di voto) Era un corteo che non voleva qualcosa per sé, ma agitava la speranze del popolo delle stive, delle navi carretta, che ricordava i naufraghi del canale di Sicilia e quelli che morirono asfissiati in mezzo alla patate in un Tir sotto la Manica.

C'erano tantissimi ragazzi allegri, ma l'altra componente visibile della manifestazione erano le donne, moltissime a Genova e di mezza età, avvilite e mortificate dal grottesco sbarramento creato in città, un ghetto vuoto in cui qualsiasi potente della terra dovrebbe vergognarsi di andare anche solo a fare quattro passi. Ho sentito raccontare della piccola agonia di una società civile, degli uffici chiusi, delle sedute di chemioterapia all'ospedale San Martino che sono state sospese, di persone anziane che hanno perso le coordinate dei luoghi che conoscono: come nel film Amarcord, quando il nonno esce di casa e si perde nella nebbia e pensa di essere morto. E borbotta in romagnolo: “Se la morte è così allora non è mica una cosa tanto bella”.

Il corteo invece era pieno di vita. Ed era adatto a Genova, al suo porto, ai suoi mercati, alla sua storia, alle merci rare che vi arrivarono e alle persone che portarono cose sconosciute e lontane, di cui i mercanti non avevano certo paura.

Vita da una parte, cavalli con il plexiglas davanti agli occhi nella zona rossa. Visto da fuori, tanti container: gli strateghi della sicurezza lo hanno usati come muraglie di difesa, ma non hanno calcolato il tremendo effetto che fa quando migliaia di mani gli battono sopra: è un frastuono di guerra, tremendo come un Deguello a Fort Alamo o la lingua arrotolata delle donne algerine nella casbah.

A domani, che sarà il giorno delle proposte dei potenti; forse del nitrire dei cavalli e dell'agilità delle tute bianche, le quali hanno studiato piani d'attacco, non sono venute al corteo e passano la veglia d'armi allo stadio Carlini.

A domani: alle 21 un saldatore stava ancora sigillando non so quale carrugio.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 20/07/2001

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