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Enrico Deaglio
– IL SECOLO XIX – 16/09/2001

Odore di soldi e di petrolio

A distanza di quasi cinque giorni, credo che nessuno sia in grado di formulare un'analisi su quanto è successo. Personalmente, come tutti noi, non so se l'Air Force One fosse un obiettivo; se l'aero che ha colpito il Pentagono volesse colpire il Pentagono o la Casa Bianca; se altri attentati sono in programma; non so quanto grande e ramificata sia stata la rete di appoggio agli attentati; non so se Bin Laden sia a capo di una nuova Spectre, di una multinazionale o di una chiesa dell'apocalisse.

Per questo motivo non sono in grado di votare, nel grande sondaggio mondiale, su come dovrebbe essere portata avanti una risposta militare, a meno di rispondere guidato dagli intestini e non dalla testa.

Una cosa, però, intuisco, come tutti: che l'onda d'urto delle Torri di New York si farà sentire per molti, molti anni e che la prima risposta militare americana (dovesse anche essere, come sembra dalle parole di Bush, “spettacolare” e “monumentale”) non sarà la chiusura della partita, ma resterà nella storia come uno dei primi episodi di una lunga guerra.

Una lunga guerra che vedrà il peggioramento del nostro tenore di vita, l'erosione dei nostri risparmi, la chiusura progressiva del nostro mondo globale, il sospetto o l'odio per i diversi da noi, la comparsa sulla scena di “uomini forti” che si occuperanno di proteggerci dalle nostre paure.

In questi primi giorni di trauma ho sperato, come milioni di persone, di potermi riconoscere in qualcuno e ho sperato che questi fosse il presidente americano George W. Bush. Ma non ci riesco. Mi sembrano all'altezza dei loro compiti figure come il sindaco Giuliani o Alan Greenspan, sono commosso dai pompieri di New York e ammirato dalla popolazione della metropoli ferita, ma non riesco a sentire in Bush l'autorità morale, la competenza e la saggezza necessaria per guidare il suo Paese e la coalizione dell'Occidente.

Non so bene a chi assomigli Osama Bin Laden, ma so che Bush non è né Churchil, né Roosvelt. La sua elezione, d'altra parte, per la prima volta nella storia della democrazia americana, non è avvenuta dal popolo, ma a maggioranza risicata da una Corte Suprema i cui giudici erano stati nominati da suo padre. L'uomo non ha qualità particolari di statista ed ha trascorso, ostentatamente, il mese precedente al disastro in vacanza nel suo ranch in Texas; intorno il mondo,stava scoppiando, il Medio Oriente era in fiamme e alla conferenza dell'ONU di Durban veniva presentata una piattaforma politica “contro l'imperialismo e il sionismo” che avrebbe potuto essere, senza neanche troppe aggiunte, il viatico dei piloti kamikaze di New York.

E' troppo sperare che il popolo degli Stati Uniti riesca ad affiancare a questa persona, altre persone in cui ci si possa maggiormente riconoscere? Credo che questa sia oggi la maggiore urgenza. Leggo da molte parti analisi sullo “scontro tra civiltà” (quella occidentale e quella islamica) e proclami di guerra senza quartiere; ma leggo anche che gli attentati su New York e Washington sono stati preparati almeno da tre anni, che Bin Laden altro non è che una parte dell'establishment dell'Arabia Saudita e che la sua enorme e ricchissima famiglia vede i suoi rappresentanti alla guida di decine di società finanziarie in America e in Europa.

Leggo poi, sul Corriere di ieri, che i titoli assicurativi a Wall Street erano stati colpiti nei dieci giorni precedenti l'attentato da un'ondata eccezionale di vendite che nessun analista finanziario riusciva a spiegare. Ora gli stessi analisti e (l'Fbi) un forte sospetto ce l'hanno: chi vendeva sapeva che nei giorni successivi il valore dei titoli assicurativi sarebbe stato polverizzato dall'attentato.

Il massimo orrore sarebbe – e non è improbabile che sia avvenuto così – che nelle Torri di Manhattan, forse nello stesso ufficio, siano morti un impiegato di una società finanziaria che stava vendendo (e si chiedeva perché gli avessero dato quell'ordine) e il suo collega che si chiedeva perché nessuno con valori così bassi volesse acquistare. Man mano che si saprà di più, noi troveremo nell'11 settembre 2001 molto più Occidente che Islam, molto più potere finanziario e petrolio che Jihad e Corano. In attesa di lunedì, quando, forse, suonerà la campana di Wall Street riaperta. E poi martedì, mercoledì...

Come per i meteorologi, previsioni a lungo tempo sono un azzardo. Ma, come cantava Bob Dylan trent'anni fa, non occorre essere un meteorologo per capire che i tempi sono cambiati.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 16/09/2001





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