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Enrico Deaglio
IL SECOLO XIX – 09/10/2001

Paura di volare

Un piccolo Cessna che attraversa la pista di Linate, non visto dal radar di terra (che dovrebbe esserci, ma non c'è), semicoperto dalla nebbia delle otto di mattina. E fanno 118 morti, la più grande sciagura in un aeroporto italiano, con i corpi ricomposti sull'asfalto. E solo alle 11 c'è la certezza ufficiale che non si è trattato di un attentato, ma la consolazione dell'errore umano”, quasi che “umano” lenisca la “disumanità” terrorista. Dopo le atrocità inimmaginabili dell'attacco alle torri di New York, la maggioranza delle nostre paure riguarda ormai gli aeroplani: esplode il volo da Tel Aviv verso la Siberia; si sospetta, nelle campagne americane, degli aeroplanini che spargono i fertilizzanti, si evacuano gli aeroporti, si blindano le cabine di pilotaggio. E naturalmente crollano le prenotazioni, si cancellano i viaggi, in decine di migliaia vengono licenziati, le compagnie aeree falliscono.

La tragedia di Linate non c'entra con il terrorismo, ma ha due caratteristiche che difficilmente potranno essere cancellate in breve tempo.

La prima è che per ore moltissime persone hanno pensato che di terrorismo si trattasse, tanto inesplicabile era l'incidente; la seconda è che si è dimostrato come, anche in tempi di massima allerta, incuria e faciloneria possano continuare ad esistere negli aeroporti. Non c'è dubbio che l'attacco alle torri di New York abbia cambiato il nostro concetto di paura: è arrivata una forma di morte improvvisa e collettiva, una morte che colpisce uomini al lavoro nei loro luoghi di lavoro, senza preavviso, senza operare distinzioni per colpe, per divise o per censo; tutti fatti cui l'Occidente non era più abituato, probabilmente da secoli.

In questo scenario il volo aereo ha assunto il simbolo del viaggio più pericoloso. Il volo era già, se ci pensiamo, la condizione in cui ci sentiamo più indifesi. Alla mercè di una tecnologia fascinosa, ma che nessuno conosce, sospesi nell'aria, con la possibilità di un disastro improvviso che non lascia in genere superstiti.

Per questo ci siamo sempre fidati e ci siamo aggrappati ai sorrisi e alle sicurezze delle hostess e abbiamo riconosciuto nel pilota una figura paterna: lui saprà cosa fare, abbiamo sempre pensato, perché lui sa più di noi e soprattutto perché lui condivide la stessa nostra sorte: in caso di incidente lui non sarà un privilegiato. E nello stesso tempo i voli aerei sono sempre stati i luoghi della paura (i testamenti prima di partire, i segni della croce al decollo) e della liberazione quando si tocca terra, quando parte l'applauso, che non va alla bravura del pilota, ma a se stessi, per essere tornati ad avere l'ombra attaccata alla terra.

L'aviazione civile di massa, uno dei più potenti strumenti della globalizzazione del mondo, ha più o meno cinquant'anni di vita. Ha affrontato e superato le paure del maltempo e delle tempeste, dai dirottamenti, delle esplosioni in volo. Oggi affronta la sua crisi più grave, colpita nella fiducia: ognuno può misurarlo, chiedendosi che effetto farebbe oggi ascoltare la canzone più famosa di Domenico Modugno, quando il mondo volava alto.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 09/10/2001




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