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Enrico Deaglio
IL SECOLO XIX – 25/10/2001

Ma per me ha fatto una bella morte

Caro Direttore,

mi hai mandato questa foto attraverso la email. Mi hai detto di che cosa si trattava e mi hai chiesto di commentarla. E' comparsa sullo schermo del mio computer, così come compaiono le immagini immediate da tutto il mondo. Ero in ufficio, l'ho fatta vedere alle persone con cui lavoro. Ho domandato: che cos'è secondo voi? Uno ha detto, in giocatore morto per un malore. Un altro ha detto: un giocatore sfinito per la fatica che festeggia la vittoria della sua squadra. Ho chiesto: dove siamo? Un campo piccolo, in un posto dove non piove molto, non lo so, sono state le risposte. E' l'Afghanistan? Chissà, potrebbe essere. Forse potrebbe essere il Sud America, ai tempi di Pinochet o di Videla.

Chi ha mandato questa foto? E' su Internet? E' importante? Perché ci fai vedere questa foto? Se ce la fai vedere, vuol dire che non è morto per un malore...

E infatti il corpo disteso ha tre proiettili addosso, sparati dal bordo campo da un gruppo di sicari. Il morto aveva 38 anni e la cronaca ufficiale dice che era un “pregiudicato”. Stava giocando una partita di calcetto in un piccolo campo da gioco ad Agnano, periferia di Napoli. Dicono le notizie di agenzia che dopo la sparatoria, tutti sono fuggiti e che quando la polizia è arrivata, questo ha trovato: un campo di calcio, un pallone, un telo sopra il morto (che non so chi abbia messo, un telo che a qualcuno che non sa la storia, poteva anche sembrare una bandiera). Agli spari, tutti sono fuggiti dal piccolo campo di Agnano: giocatori, arbitro, spettatori. Meschino, il magistrato che dovrà rintracciare i testimoni: non li troverà.

Io adesso dovrei scrivere delle parole indignate, perché tutti sono fuggiti, perché nessuno andrà a testimoniare. Fate conto che le abbia scritte. Ma l'unica cosa che mi viene in mente adesso è di dire che gli italiani sanno quanto l'Italia sia diventata dura, feroce. Gli italiani sanno, anche se fanno finta spesso di non sapere. Sanno benissimo che non c'è niente di strano se una squadra di sicari si presenta a bordo campo, sanno capire dal primo sparo che è meglio squagliarsela, sanno cosa rispondere quando verrà l'appuntato dei carabinieri.

Adesso dovrei dire che si è violata la sacralità del gioco e che le armi sono comparse sul rettangolo verde. Datelo per scritto. O forse potrei scrivere che dopo l'11 settembre, tutto quello che sembrava impensabile è diventato verosimile. Datelo per scritto anche questo. L'unica cosa che mi viene da dire è un omaggio all'innocenza. Perché è chiaro che quando Vincenzo Pascucci (questo il nome dell'ucciso) si stava mettendo le scarpette nello spogliatoio, quando ha fatto i primi dribbling, lui – 38 anni – pensava ancora che al mondo si può giocare. Non so perché, ma mi viene da dire che ha fatto una bella morte.

Enrico Deaglio – IL SECOLO XIX – 25/10/2001




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