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MUSICA

Fabrizio, il volto

C'è sempre stata la voce. E le idee. Erano intrecciate. Indissolubili. Poi c'era il carattere. La riservatezza, la paura dei concerti, il timore del pubblico. Quando parlava, la cantilena genovese saltava fuori. Quanto cantava, la voce era acciaio, pietra levigata, universale nell'assenza d'accento. La faccia, il ciuffo, lo sguardo asimmetrico venivano dopo. Molto dopo.

Fabrizio De Andrè non era un divo, né un attore, né un politico. Quindi sembrava naturale scordarsi com'era fatto. Non sembrava importante. Forse non lo era davvero. Se n'è andato, ma non esiste un'iconografia nella memoria del pubblico. Prima, sempre, la voce. Ora, un bel libro del fotografo Guido Harari, che lo ha seguito dal '79, colma questa mancanza (Mondadori, 208 pagine, 32.000 lire) racconta l'altra faccia di De Andrè: la sua.

Per una volta, mancando il sonoro, De Andrè è nella parola scritta, nei ricordi, che sembrano uscire dalle fotografie. Ovviamente, non sono tutte di Harari, che ha fatto un ottimo lavoro di ricerca. L'effetto, specialmente per quei genovesi che con De Andrè sono cresciuti, che lo ascoltavano senza vederlo, anche se girava nella loro stessa città, è sorprendente.

L'incontro con Harari è del '79: “Mi infilai senza preamboli nel camerino di Fabrizio: sono qui per fare le foto del vostro disco, esordii con sicurezza. Dando tutto per scontato. Tutto tranne quel semplice e diretto “Accomodati pure” con cui lui mi stese. Nessuna condizione, nessuna restrizione”.

Da allora, Harari fotografa De Andrè, lo intervista. Il cantautore gli raccomanda: “Fa come ti pare, basta che dimostri dieci anni in meno”. Nel '90, De Andrè pubblica l'album “Le Nuvole”. Una sera, nella tenuta sarda dell'Agnata, non avendo una cassetta fa ascoltare le nuove canzoni ad Harari, accompagnandosi con la chitarra: “Mi mancò il coraggio di tirare fuori la macchina fotografica. Rimasi inchiodato alla sedia, muto, sempre più toccato da quel magico rosario di parole. Fu quella sera che capìi: Fabrizio sapeva indurre pudore e rispetto. Grazie a quel suo dono specialissimo di farti sentire ammesso nel suo tabernacolo più intimo”. Harari ha fatto di più. Raccogliendo la testimonianza più evidente dell'uomo: le sue fotografie.

E le fotografie sono un viaggio grafico, che gira intorno alle riflessioni del cantautore, a tutto ciò che, in un modo o nell'altro, sono diventate prima canzoni, poi eredità spirituale e intellettuale di un borghese che si fece anarchico, per farsi artista e rimanere anarchico. E borghese.

Questa volta, senza voce, De Andrè entra nei nostri pensieri con calma. Nella stessa progressione di un libro. Senza l'urgenza di afferrare un verso, di saldarlo al canto. Soprattutto il De Andrè giovane, nella Borsa d'Arlecchino, che balla con la futura moglie Punny, che canta davanti ad Ave Ninchi e Anna Magnani, nella Città vecchia. Con Paolo Villaggio. Con le amiche.

Il ragazzo borghese, terribilmente genovese, in mocassini, oxford azzurra, cashmere blu, giubbotto di daino. De Andrè era bello, da giovane. Di un'intensità alla Gèrard Philippe. Senza pretendere nulla, tranne l'esempio, ai cantautori francesi, sbracati e bruttini. Ma l'apparire, per artisti come De Andrè, e prima di lui Gino Paoli e Luigi Tenco, non doveva essere così importante. Con tutto ciò che volevano dire. O per tutte le direzioni “ostinate e contrarie” che avrebbero preso.

Di qualsiasi artista ci ricordiamo come ha cominciato, quando è diventato importante, un idolo, e poi d'improvviso si passa alla maturità, alla svolta dei 50 anni. In qualche caso, come Paoli, Conte, Gaber o i grandi attori inglesi come John Gielund, Ralph Richardson o Laurence Olivier, fissiamo anche l'immagine dei 60 anni.

Per De Andrè non è successo nulla di tutto questo. Eppure, rivederlo in fotografia vale qualche canzone. Per lui, Harari cita una frase di Alvaro Mutis: “Quando perdiamo una persona così, sappiamo che un'altra parte della scarsa fortuna che ci è concessa se n'è andata per sempre”.

Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 11/11/2001



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