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Da Khomeini a Bin Laden

“Non volevo che per i talibani succedesse quello che è accaduto con i black bloc, che a tutt'oggi rimangono un mistero: non si sa da dove vengano, cosa li muova, né cosa ci si può aspettare per il futuro”.

Entra subito in argomento il genovese Carlo degli Abbati, autore del nuovissimo saggio Afghanistan. L'Islam afghano dalla tradizione alla radicalizzazione talibana, scritto in coppia con lo studioso francese Olivier Roy e pubblicato dalla Ecig (pagg.332, € 22,50), docente di Economia dello Sviluppo e Politica dell'Integrazione Europea presso la facoltà di Lingue di Genova e grande esperto dell'Afghanistan. Ha inoltre fondato l'Associazione Lussemburghese per l'Afghanistan (il professore vive infatti in Lussemburgo) ed è stato per 13 anni funzionario europeo responsabile della politica di cooperazione dell'UE con i Paesi dell'Asia, del Mediterraneo e dell'America Latina presso la Corte dei Conti Europea che ha sede appunto a Lussemburgo.

Per fare chiarezza su tante generalizzazioni connotate anche politicamente serviva un volume preciso e informato, che ricostruisse la travagliata vicenda dell'Afghanistan, il paese-cuscinetto che ha sempre fatto gola alle grandi potenze, e quella dei suoi ultimi dominatori: gli studenti coranici guidati dal mullah Omar.

Intanto il nome: è talebani o talibani?

Sono accettabili entrambi, ma è meglio talibani, per restare più fedeli alla parola d'origine araba talib (che in lingua pashtun si legge taleb), traducibile in italiano con : cercatore della conoscenza religiosa, studente in scienze teologiche.

Il suo libro si apre su una distinzione sostanziale, quella fra Islam e islamismo.

Non bisogna confondere l'Islam, professione di fede monoteista, con l'islamismo o Islam radicale, che è l'utilizzo di alcuni precetti della religione musulmana a fini politici da parte di un gruppo di militanti – altrimenti si contribuisce a diffondere in Occidente quel cliché negativo che vede l'Islam, religione di ben 45 paesi, come un unico blocco monolitico, senza distinzioni etniche, antropologiche, storiche e sociali.

In che modo l'Islam fondamentalista è paragonabile al protestantesimo?

Bisogna fare un passo indietro fino al 1798, con l'arrivo della flotta napoleonica in Egitto, che causa una grave crisi nel mondo musulmano messo di fronte alla superiorità tecnologica dell'Occidente. La storia dell'Islam moderno nasce da questa crisi e dalle due opposte reazioni che essa produce. Da un lato si ha una spinta modernista, che mira imitare l'Occidente. Dall'altro una corrente che intende invece tornare alla purezza originaria delle scritture per far fronte alle sfide della modernità. E' questo ritorno ai fondamenti delle fede, il fondamentalismo appunto, che propone un cammino analogo a quello della Riforma protestante, liberando le scritture dalle incrostazioni delle interpretazioni successive.

Ma non siamo ancora ai talebani.

No, per arrivare ai talibani bisogna passare attraverso altre fasi. Iniziando dagli anni trenta del Novecento, quando con l'indo-pakistano Mawdudi va affermandosi una nuova corrente di fondamentalismo radicale che è alla base del movimento islamista. Esso trova facile esca nella crisi sociale e politica di molti paesi musulmani e si basa sul rispetto dei precetti orali della tradizione, affidando la loro interpretazione – e la conseguente guida politica – ai dottori della legge, gli ulema. Il risultato è un mondo chiuso in se stesso che spesso scivola lungo il triste pendio della regressione e della violenza, agli antipodi della religione musulmana “del giusto mezzo”. E' questa la via scelta dall'egiziano Hasan Al-Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani, poi dall'ayatollah sciita iraniano Khomeini, giù giù fino ad arrivare a Bin Laden e ai talibani, per lo più istruiti nelle scuole per profughi in Pakistan.

Questi ultimi all'inizio miravano ad essere riconosciuti dagli Stati Occidentali ma poi si sono uniti a Bin Laden nella sfida agli Stati Uniti.

E' straordinario come a perdere agli occhi dell'Occidente il regime dei talibani (portatori dell'estrema interpretazione della legge coranica) non siano stati né il disprezzo per la donna, né l'oscurantismo o il carattere di khmer rossi dell'Islam, ma la finale compromissione con chi ha osato colpire al cuore l'America. Tutto inizia durante l'occupazione sovietica dell'Afghanistan, dal 1979 al 1989, quando i talibani e Bin Laden combattono insieme nella resistenza, sostenuti e armati dagli Stati Uniti. Nel '90, con il paese libero ma straziato da lotte intestine, Bin Laden, deluso, torna in Arabia Saudita, dove la Guerra del Golfo deciderà il suo destino. Infatti la presenza anche dopo “Desert Storm” di ventimila soldati americani nella penisola arabica, dove si trovano i due luoghi santi dell'Islam, la Mecca e Medina, è per lui e per molti altri musulmani una gravissima provocazione. Espulso dal suo paese per le continue critiche al governo che tollera la presenza americana, passato in Sudan e nel 1996 di nuovo in Afghanistan, Bin Laden porterà avanti la sua guerra personale, creando una rete di militanti in tutto il mondo e organizzando una serie di attentati culminati con l'11 settembre.

Quanto è condiviso nel mondo musulmano l'odio di Bin Laden per l'America?

C'è molta rabbia fra i musulmani e una larga fetta di consenso per questa guerra santa che vede gli Americani come invasori prepotenti e irrispettosi delle altre culture. Per la prima volta nella storia con Al Qaeda assistiamo a una nuova forma di lotta mondiale: non una jihad per liberare un paese specifico ma una globalizzazione statunitense, vista come un nuovo imperialismo. E il terrorismo di al Qaeda, pur ignobile, non può non porre interrogativi inquietanti sugli equilibri mondiali.

Quale futuro si può prevedere per l'Afghanistan?

Con un reddito pro capite fra i più bassi del mondo e la più alta mortalità infantile, dieci milioni di mine antiuomo lasciate sul terreno dai sovietici e la più grande popolazione di rifugiati, più i tre anni di siccità che hanno portato il paese alle soglie della catastrofe umanitaria, l'Afghanistan oggi osa parlare di speranza. Ed essa è legata a componenti interne, il cui primo obiettivo è la ricomposizione di un paese martoriato, ma anche a componenti esterne. E' infatti necessaria, da parte dei paesi occidentali, una politica regionale che vada oltre la fase puramente militare e miri a confrontarsi coi nodi ancora irrisolti di natura economica e politica che destabilizzano i paesi musulmani e alimentano i movimenti terroristici. Urgono concessioni politiche in Israele e Iraq, oltre a un impegno economico per migliorare le condizioni di vita nel quadrante medio-orientale ed evitare che la sola via di fuga dalla miseria passi attraverso il militarismo religioso. Altrimenti avremo perso un altro appuntamento con la pace mondiale.

Intervista di Lucia Compagnino – Il SECOLO XIX - 04/04/2002


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