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MUSICA

Premiato canzoniere De Gregori & Marini

La recensione di Ivan Della Mea

Intervista a Francesco De Gregori (1)

IL FISCHIO DEL VAPORE

Intervista a Francesco De Gregori (2)

Intervista a Francesco De Gregori (3)

Intervista a Francesco De Gregori (4)

Intervista a Francesco De Gregori (5)

Intervista a Francesco De Gregori (6)

l titolo è Il fischio del vapore e può significare molte cose: il fischio del treno, quello di una nave, il fischio che ti sveglia da un lungo torpore. E magari significa tutte e tre le cose. O forse nemmeno loro due, Francesco De Gregori e Giovanna Marini, lo sanno del tutto spiegare. Ma è comunque un fischio che fa vibrare l'aria e ti scuote: De Gregori che canta il folk, che fa la seconda voce alla Marini e Giovanna che si incammina su una strada “elettrica” (nel senso degli strumenti) e su quella strada incontra amici e colleghi d'avventura musicale e politica come gli scomparsi Giovanna Daffini, Michele Straniero, Gianni Bosio o come il sempre attivo Gualtiero Bertelli. Ed è come se lei ti dicesse e dicesse a Francesco: “ecco, ricominciamo da qui?”. Fa nulla che le tappe siano un po' disordinate, un po' casuali. L'importante è mettere l'accento su colori e strutture, su modalità e forme. E magari sperimentare. Sperimentare come il canto popolare e d'autore possano incontarsi, convivere, collaborare e far germogliare il nuovo, partendo dalle nostre radici. “Sì – dice Francesco – ci interessava andare alle basi della grande musica italiana, magari quella di Verdi, che nasce anche dalla queste cose”.

Il fischio del vapore, si sarà capito, è un disco, in uscita il 15 novembre, anche in vinile. Un disco di Francesco De Gregori e Giovanna Marini che parte sommesso e via via aumenta di spessore, ora toccando il materiale popolare, ora quello d'autore. Dal brano che dà il titolo all'incisione, e che ci rivela un Francesco un po' intimidito a O Venezia che se la più bella, che torna alla fine in una davvero splendida versione per banda e coro, che sono quelli di Testaccio. Poi è la volta de L'attentato a Togliatti, che aveva già attratto De Gregori e che è la riproposta di una ballata di Marino Piazza, colorito cantastorie del Nord che ci riporta a una Italia senza tv, nella quale il “cantare le storie” aveva ancora una grande importanza comunicativa. Le parole tratteggiano il fatto, ne riassumono gli aspetti principali e sono cantate su un modulo fisso, sul quale si adattavano di volta in volta altre parole, altre cronache.

E allora, di racconto in racconto, ecco la medesima funzione assunta da Giovanna con I treni per Reggio Calabria, quelli che nel '72 portarono migliaia di operai nel Nord verso una città che altrimenti sarebbe rimasta preda dei “boia chi molla” del fascista Ciccio Franco. E' una narrazione musicalmente serrata, con flash improvvisi (la donna grassa che fa le corna, il bambino che fa il saluto romano) su una struttura nuova che però ha le fondamenta nella tradizione.

Poi viene Nina ti te ricordi di Gualtiero Bertelli, che prosegue il discorso formale del raccontare. Raccontare di due ragazzi che non riescono a fare all'amore perché non riescono a sposarsi perché non hanno soldi e madre e prete ripetono che non bisogna “farlo prima” e alla fine, quando sono riusciti ad andare “su 'sto toco de lèto”, lei aspetta un figlio ma lui è disoccupato. L'abbiamo amata molto, questa canzone, negli anni '60, per la sua tenue aria medrigalesca e perché no diceva “abbasso i padroni” o “viva la rivoluzione” ma ci metteva di fronte a una storia che era di tanti e che con apparente semplicità ti arrivava nel profondo, facendoti sentire sulla pelle una Venezia umida e povera che i turisti non vedranno mai. Anche Francesco, si sente, ama questa canzone e comunque, giunti a questo punto dell'ascolto, e dppo la doppia esecuzione di O Venezia che se la più bella, uno pensa che in qualche modo Venezia sia uno dei fulcri portanti del disco.

Invece no. Perché ora De Gregori e la Marini affrontano un altro modulo popolare che servì a raccontare l'ingiustizia americana contro Sacco e Vanzetti. E chi cantava sapeva che i due anarchici erano innocenti, e lo faceva per strada, quando – in pieno Ventennio – non era facile cantare di anarchici. Dunque, si continua con la cronaca? Niente affatto, il vapore fischia ancora e viene affrontata adesso la Donna Lombarda di Gualtieri, che è strettamente legata alla figura di Giovanna Daffini, che la cantava alla sua maniera, senza forzature interpretative ma lasciando che parole e musica ti arrivassero per quello che erano e raccontavano. Era davvero Rosmunda questa donna lombarda che tenta di avvelenare il marito e muore invece avvelenata per mano del consorte? Filologia che alla Daffini, credo, non interessava. Forse le piaceva perché raccontava eterne schiavitù ed antiche sconfitte femminili. E credo che con questa canzone la Marini abbia anche voluto ricordare la sua antica compagna di spettacolo, alla quale era legatissima. Tant'è vero che nel disco compaiono anche Saluteremo il signor padrone (nella quale Francesco si butta a capofitto) che è canzone di mondine che la Daffini cantava, e soprattutto compare Bella ciao, quelle mondine, che Giovanna Marini interpreta offrendoci un affettuoso ed emozionato “ricalco” dei modi esecutivi della cantatrice di Gualtieri. E nella quale, comunque, si avverte l'omaggio commosso di quella che era allora una giovane musicista scivolata dai suoi studi classici verso il folk, alla donna che, senza rendersene conto, faceva da maestra.

Il disco va avanti ed ecco di nuovo il Fischio del vapore che riannoda i fili, con Il tragico naufragio della nave Sirio, che a suo tempo Michele Straniero (quello che a Spoleto provocò un pandemonio con l'esecuzione di O gorizia tu sei maledetta) interpretava con voluto distacco straniante, e di cui lo stesso De Gregori aveva ripreso il motivo come coda a Titanic. Gente che va per mare, per emigrare e per lavorare, e dunque ecco L'abbigliamento del fuochista, con De Gregori e la Marini interpretano insieme, come insieme cantano Il feroce Monarchico Bava, cioè Bava Beccaris, quello delle cannonate di Milano del 1898 sparate su chi chiedeva pane; eccidio che fece arrivare l'anarchico Gaetano Bresci dall'America e gli armò la mano contro il Re (“colpito con palle tre”, si cantava altrove). Inevitabile che quella canzone porti a pensare all'imminente rientro dei Savoia. Perché quel re savoiardo benedì le cannonate e premiò il generale, come più tardi altri Savoia benedirono il fascismo, le imprese d'Africa, le leggi razziali, la seconda guerra mondiale per poi scapparsena da roma e lasciare gli italiani in balia dei nazisti.

Scusate la digressiome, ma nel Fischio del vapore c'è Italia del secolo passato e c'è storia e memoria. Come quando Giovanna ripropone, senza il consueto quartetto ma sovrapponendo in studio voci e controvoci (molto belle, peraltro) il ben noto Lamento per la morte di Pasolini, una narrazione legata alle ore, tipica – come lei stessa ci ricorda – delle Passioni religiose dell'Italia centrale. Insomma, Il fischio del vapore riverbera di mille note e di altrettante suggestioni. E' un disco politico, è un disco nel quale due cantanti e autori fanno quel che gli pare? “In realtà – dice ancora De Gregori – non abbiamo voluto fare un discorso organico: abbiamo scelto anche in base a quello che ci piaceva di più e ci convinceva dal punto di vista sonoro”. Certo potrà suscitare qualche discussione il dubbio che il materiale folk possa subire l'assalto della strumentazione elettrica, della batteria. Ma Giovanna Marini ci ride su e chiarisce: “La chitarra elettrica fa parte ormai dei suoni che ci stanno attorno, come un clacson o le pioggie acide. Io non ne ho paura. Quello che mi pare importante è far sentire ai giovani a saperne di più”. Chiedo a Francesco se da questo disco, che del resto viene dopo il concerto tenuto all'Auditorium, nasceranno altri progetti comuni: “Come no: intanto due concerti sempre qui a Roma e poi, andremo dove ci chiameranno, com'è d'abitudine nel nostro mestiere”. Basta un fischio del vapore.

Leoncarlo Settimelli – L'UNITA' – 08/11/2002

vedi anche intervista



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