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MUSICA

De Gregori & Marini dalla parte dei vinti

Una lezione di storia italiana. Dalla parte dei vinti e delle vittime del potere. Un album di canzoni popolari, chiaramente di sinistra, ma con uno spirito universale che trascende l'appartenenza politica. Un disco bellissimo, di altissimo valore artistico, firmato da Francesco De Gregori e Giovanna Marini: il cantautore che più ha nobilitato l'impegno civile d'artista, e la cantastorie che ha dato valore accademico al nostro patrimonio popolare.

Uscirà il 15 novembre “Il fischio del vapore”: quattordici canzoni che raccontano le violenze patite dalle mondine, la tragica ingiustizia contro Sacco e Vanzetti, la repressione sanguinaria del generale Bava Beccaris, le lotte operaie e gli emigranti, l'attentato a Togliatti, i treni contro la rivolta dei “boia chi molla” a Reggio Calabria. La morte di Pasolini.

Un album con sonorità tradizionali e moderne, merito anche di Elettrica, band storica di De Gregori, che va dalla struggente “Nina ti te ricordi”, sull'umiliazione di essere disoccupati, all'epica “Saluteremo il signor padrone” per finire con “Bella ciao”. Ma chi si aspetta un disco schierato su posizioni giacobine, troverà invece un lavoro appassionato e documentato con note a margine dei testi. Un progetto lontano dalla politica urlata e massimalista.

De Gregori, perché avete sentito l'urgenza di un album che farà discutere?

Volevamo soltanto riportare le canzoni popolari italiane al centro dell'attenzione. E' un grande patrimonio dimenticato e rimosso. Ma il disco non è nato solo con motivazioni terapeutiche. E' nato dal godimento di suonare e cantare canzoni bellissime, che oggi non scrive più nessuno.

E dai contenuti universali...

E' un disco sull'innocenza: quella di Sacco e Vanzetti, giuridica prima ancora che umana, l'innocenza di quelli che naufragano su una nave, quella delle mondine sfruttate e violentate, l'innocenza di Pasolini.

E' un album politico?

Prima di tutto è sulle vittime. La leggerezza di queste canzoni è proprio non calcare sulla politica, sull'antagonismo, sulla lotta. Potevamo fare un album di canzoni di lotta e magari lo faremo, però non era questo. Qui c'è l'innocenza di personaggi che attraversano la storia d'Italia e che sono vittime, vittime del potere che raccontano le loro storie.

Una storia d'Italia che si ferma alla morte di Pasolini nel'75: poi cos'è successo?

Ce ne sono state altre, di canzoni, ma non le ho ascoltate. Anche perché dal '75 ho cominciato a scrivere canzoni anch'io.

Giovanna Marini, cos'è successo alla canzone politica dopo il '75?

Si è cominciato a evitare testi troppo impegnati, perché non abbastanza poetici. Quando cantiamo “cara moglie, stasera ti prego dì a mio figlio che mi hanno licenziato” non c'è poesia, ma invettiva. In quell'epoca, alla scuola di Testaccio c'era un cartello che diceva !vale più un assolo di Charlie Parker di Bandiera Rossa2. Si cercava di tornare ad una canzone più intimista.

De Gregori però ha fatto la strada opposta.

Il suo caso è emblematico: cantava “Rimmel” quando tutti si urlava “morte al padrone”. Era di un'altra generazione e non sopportava l'enfasi retorica. Però quando noi abbiamo smesso di esserlo, lui ha cominciato a esprimersi in modo politico e ha scritto “Viva l'Italia”.

L'album è anche un tributo a Giovanna Daffini?

Sì, negli anni Sessanta è stata la prima a cantarci “Bella ciao”. Prima di essere una mondina, era una cantastorie. E i cantastorie erano un po' come Omero, come il profeta, il poeta popolare. Giovanna ci ha insegnato tutti i canti della monda e a me come forgiare la voce.

Cos'hanno rappresentato le mondine?

Sono state il primo gruppo femminile organizzato. Con le operaie tessili, sono le prime donne a rivendicare i propri diritti, a usare la canzone come messaggio politico.

De Gregori, quindi avete fatto un disco di sinistra?

Queste canzoni sono legate alle sofferenze del popolo, alle sue rivendicazioni, e chiaramente non sono di destra, ma inevitabilmente di sinistra. Io e Giovanna, poi, siamo da sempre di sinistra. Quindi lo è anche il nostro disco. Però non lo abbiamo fatto con lo spirito con cui Santoro ha cantato “Bella ciao”, per intenderci. E in ogni caso “Bella ciao” non si può fraintendere, vuol dire che un giorno lavoreremo in libertà. Io ci metto un punto interrogativo. In realtà oggi ancora il mondo è pieno di gente che non lavora in libertà.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 08/11/2002



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