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MUSICA

De Gregori: io che non ho fede...

De Gregori parla di amore, di morte, di fragilità e di un aldilà che probabilmente non c’è, o forse sì. Depone l’indignazione che gli aveva fatto ventilare nello scorso disco (solo 11 mesi fa) una dipartita dal suolo italico. Rispolvera il falsetto, acquieta il rock per uno stile più acustico e, come se si fosse re-innamorato di una sua foto di 30 anni fa, sforna un disco di ballate emozionanti come da tempo non se ne sentivano. Esce Calypsos, dove Calypso è la dea dell’Odissea ma anche il ritmo di una delle canzoni più belle del disco, L’angelo, un brano che parla di morte.

Pensieri cupi Principe?


No. Fa parte delle esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero come quello della morte. Soprattutto per un laico come me, uno che non “crede” nel senso tradizionale del termine. Uno che non ha un’idea consolidata dell’aldilà, che non si aspetta un paradiso cattolico. Nella canzone il mistero viene risolto dalla figura di un angelo che “viene a sciogliere e non a legare”, scusa se mi cito. Il senso è vedere la nostra fine come un momento di scioglimento dolce, non una frattura, non una cosa di cui aver paura. Una canzone che dovrebbe riconciliarci con l’idea della morte che in occidente è sempre bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché poi nessuno si scandalizza se un film o un romanzo trattano l’argomento. In una canzone è inusuale.


A proposito di laicità. Non trovi che nell’Italia di oggi questo sia un valore sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino a dichiarare una qualche appartenenza religiosa?


Vorrai mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare… Al di là del fatto che (e non stupirò nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra alle prossime elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi cosa poi viene reinterpretata, strillata, ribattuta, rimasticata.


Perché, essere laici vuol dire schierarsi?


Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente laico. Perché mi piacerebbe credere, vorrei tanto... L’uomo che veramente crede ha un grande privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della morte, dei sentimenti. E invece il laico vive una condizione più dolorosa, io mi sento orfano. Dopodiché la fede esasperata, la fede più formale che sostanziale, è una cosa che non mi piace. E c’è n’è tanta in giro. Così come c’è tanta gente che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi piacciono le persone che oltre a credere in Dio credono anche negli uomini.


Non vuoi parlare di politica perché hai paura che ti tirino per la giacchetta?


A me c’è poco da tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte sto. Ma è vero che sono molto annoiato dalla politica.


Però c’è chi, tra i colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo j’accuse alla democrazia perduta… E lo fa in maniera forse fin troppo semplice, no?


Non starai mica tentando di farmi parlare male di Ivano?


Sia mai!


Trovo che ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità di scrivere in un momento piuttosto che in un altro. Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove indubbiamente c’era uno sguardo più attento alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente sentito la necessità di dire la sua. Tra l’altro lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate. Anzi… lui sì che è stato tirato per la giacchetta!


Credi che col passare del tempo la tua scrittura si sia semplificata?


No, nient’affatto, forse chi l’ascolta si è abituato a sentire testi meno elementari rispetto a 20, 30 anni fa. La scrittura delle canzoni si è evoluta nel tempo. Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta ci fu una levata di scudi: per molti scrivevo cose incomprensibili. Se fossero uscite oggi nessuno avrebbe detto niente.


C’è una malinconia di fondo in questo disco, anche quando si parla di casa, una casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che si può buttare giù con un soffio…


La casa è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso, comunque non è sulla terra la vita vera dell’uomo. Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni. Il resto è legno cartone, non c’è né ferro né cemento.


Dopo la canzone di Celestino che se ne andava in Africa, qui c’è un altro brano che parla di fuga, “MayDay”…


Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull’isola e se ne va. È una rottura netta. A volte capita di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della propria fragilità.


Dallo scorso disco ti sei un po’ riappacificato con il suolo patrio? Oggi diresti ancora che sei pronto ad andartene dall’Italia?


Beh, in 11 mesi non posso aver cambiato idea. L’Italia non è un paese rasserenante e i problemi non si risolvono certo nell’arco di un anno.


Che musica ascolta De Gregori ultimamente?


Essenzialmente musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato dei timbri, delle sonorità. Pensa che quando ho cominciato a fare questo lavoro me ne fregavo totalmente. Per me una canzone era solo una serie di accordi, una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un fagotto, una chitarra o un qualsiasi altro strumento. Quando ho fatto Rimmel era così. Invece ora voglio stare più attento ai timbri.


Ci dobbiamo aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio?


Mai dire mai. Il problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle così come le ha trovate trent’anni fa sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte.


Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 16/02/2006



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