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CINEMA

La rivoluzione del cinema “holahola”

Il più bel regalo che l'ultima Mostra di Pesaro (approdata a Roma, fino a domenica) si è fatta per i suoi quarant'anni è Khvan de la Cruz, nome di combattimento (artistico) Khvan. Questo trentenne nato a Manila (nel 1973), l'espressione svagata sotto ai capelli biondo ossigenatissimo, t-shirt maniaco (ha una collezione irresistibile) e galante naturale è un potenziale molto esplosivo di immaginari a venire. O di un futuro della visione che è già qui. A cominciare dalla rivendicazione del digitale militante e soprattutto di piacere, dunque scelta che non riguarda solo le economie ma afferma indipendenza di immagini, scrittura, provocazione. Per capire un po' meglio l'universo di Khvan, si può cominciare cliccando sul sito di kamias road (www.kamiasroad.com), "la cosa più dolce-amara che ti possa capitare". Ci troviamo biografia, foto, filmografia ma anche note sulla scrittura automatica e una pagina dedicata a The Brockas, band di culto nell'underground filippino di cui Khvan è leader (e compositore, voce, chitarra, tastiere, "il tuo nemico") come Bembol B. Il nome, The Brockas, è molto più di una citazione. Il cinema di Khvan racconta infatti le Filippine oggi con lo stesso sguardo tagliente e sensuale di Lino Brocka, Ishmael Bernal, Mike de Leon, cineasti grandi scomparsi o dimenticati - Khvan ha pubblicato (e ci ha fatto un film) il romanzo di Norman Wilwayco Mondomanila, un urlo metropolitano omaggio a Manila in the Claws of Neon (1975) di Brocka. Lo stesso rifiuto di un "terzo mondo" d'esportazione e di una liturgia realista senza dimenticare tre secoli di colonialismo spagnolo, decenni di influenza americana, "lo stupro" giapponese, la corruzione di Marcos. Khvan che ha iniziato a fare film alla Manila University dove si è laureato con una tesi tra cinema, letteratura e studi sullo sviluppo, ama intrecciare forme e linguaggi, le sue immagini scivolano dalla digitale come un flusso di scrittura automatica e graffi sonori. Nessuna cosa viene prima, nessuna viene dopo. Nel decalogo del cineasta, dieci regole fondamentali per rivoluzionare il fare-cinema - poco hanno a che vedere col Dogma anche se qualcuno li ha paragonati - Khvan scrive: "il solo modo per fare un film è girarlo. Gira quando puoi, non indugiare. Se puoi finire tutto in un giorno perché non farlo? L'indolenza è il nemico della musa. Il regista nell'ombra ora non ha più scuse". Infatti. La risposta a star-system, parassiti con agende nascoste, passato morto, celebrità (come lui dice) è la Filmless films, casa di produzione indipendente (insieme a Khvan troviamo Jeremiah Domingo), nata al passaggio del millennio per produrre cinema in digitale libero e provocativo. Quasi tutti i film di Khvan - da The family that eats soil a Headless passando per il temutissimo Mondomanila - sono censurati in patria. Lui dice che è per la violenza e il sesso, i tipi della commissione li pensa troppo stupidi per capirne la poetica politica. Noi abbiamo dei dubbi. Da Brocka (pure lui oscurato) ha metabolizzato set mentali e fisici, i ghetti di Manila e la rabbia dolorosa dell'uomo nell'era della globalizzazione narrati con irriverenza e senza spazio per l'autocommiserazione. Il gusto per linguaggio complesso rovescia anzi i segni della globalizzazione: cartoon, videgiochi, tv, consumo trash, la violenza nelle immagini di Khvan è iperrrealista e implacabile. Non è questione di sangue, torture, stupri. Il punto è il vuoto. La miseria, la mancanza di giustizia. E la vertigine di un sogno nike. Ne parliamo con Khvan un afoso pomeriggio pesarese.

Cominciamo da "Mondomanila" il tuo ultimo film che hai tratto dal romanzo di ) di Norman Wilwayco.

Mi piace esplorare Manila e l'umanità che la abita. E non solo le persone che vivono in maggioranza una condizione terribile di miseria, ma quella razionalità nell' irrazionale che riempie le loro esperienze ogni giorno. Il mio paese esprime una specie di dramma umano che è pura follia. In Mondomanila cerco una verità che non viene da fuori ma si trova nel nostro cortile di casa . E questo può fare molta paura. Specie se come capita da noi il cortile in questione non si considera più di tanto. Ho pensato ai film di Lino Brocka che dieci anni fa sapeva raccontare le ferite di Manila con grande verità. Però vorrei che Mondomanila esprimesse un nuovo modo di raccontare storie, la sensazione di una ferita contemporanea che viene scavata fino alla cancrena e al pus. Anche se parla di ghetti Mondomanila non celebra affatto l'autodistruzione. Anzi. La decadenza è infatti prerogativa dei privilegiati, è un comodo alibi e una facile via di fuga dalle grinfie dell'ordine borghese. E se invece non ci fosse affatto un ordine? Non siamo davanti alla storia che-si-deve-raccontare ma a un cortile che è pieno di adorabili stronzi.

Hai anche pubblicato il romanzo di Wilwayco e nella tua biografia leggiamo che sei poeta, musicista...

Ho studiato letteratura, il cinema è arrivato dopo. Quanto alla musica suonavo sin da ragazzino e mi diverto a fare il soundtrack dei miei film. Comunque provo a usare questi linguaggi tutti insieme. La sceneggiatura puoi scriverla prima o mentre giri così la musica... Un film per me è qualcosa di organico come il resto: scrivere una canzone è come scrivere una poesia. Mi piace mescolare le cose, stili e idee diverse. Nelle Filippine c'è un piatto che si chiama halohalo, un mix di sapori. I miei film sono così. C'è anche molta violenza che è nel quotidiano.

E Norman Wilwayco?

Ho pubblicato il suo romanzo perché mi piaceva, mi piace il suo linguaggio ruvido, è molto trasgressivo. Però non ha problemi, la letteratura non soffre la censura, si legge così poco... Ne ho tratto prima un corto, Mondomanila: Institute of Poets che utilizzava un racconto breve, il lungo è invece una specie di biopic di finzione, nel senso che non si ispira a una storia vera. Il protagonista è Tony de Guzman, un tipo che vive nel ghetto e che cerca di vendicare la sua infanzia e il suo presente. Adesso ne è stato fatto anche un libro di fumetti da tre artisti diversi.

Che rapporto hai coi cineasti delle altre generazioni? Parlavi di Brocka.

Conosco i suoi film ma il rapporto è inconscio. Non sono un fanatico del suo cinema e inoltre l'archivio cinematografico filippino è terribile, tutto è distrutto. Mike de Leon è stato un mio insegnante ma non fa più film e non esce nemmeno di casa. Parla solo coi suoi cani, due pastori tedeschi. Quando è morto Brocka nel 91 se si vedeva un buon film all'anno era già una fortuna. Poi le cose sono migliorate. Oggi ce ne sono almeno cinquanta, di cui trenta sono indipendenti. Prima pensavo che il problema fossero i produttori. Era colpa loro se si giravano cattive storie. Oggi ho capito che molti registi sono stupidi, gli piace fare film nulli sperando che incassino.

E la televisione? È ugualmente molto presente nel tuo cinema.

Ho fatto clip e cose del genere però non sento un'influenza televisiva vera e propria nelle mie immagini. Da ragazzino guardavo un sacco di tv, specie vecchi film filippini, b-movie in bianco e nero, commedie fantasy. Mi piacevano gli eroi degli action-movie come Lito Laid. Se devo dire la verità preferisco un film così a quelli di Brocka. I programmi tv filippini sono folli e in questo senso riflettono il paese. L'idea di The Family that Eats Soil mi è venuta da uno show all'ora di pranzo dove si devono fare cose impossibili. E c'era un tizio che mangiava la terra.

Cosa significa nel film questo gesto?

Si tratta di una famiglia media, il livello della loro povertà è più interiore. Oltretutto non è terra qualsiasi, la selezionano ogni volta con grande cura. In qualche modo questa famiglia sintetizza la storia filippina di colonialismo, globalizzazione, terrorismo del governo Marcos. Ci sono vari livelli di lettura, la povertà ma anche la tradizione agraria delle filippine e la tendenza che c'è di sacralizzare la famiglia pure nelle situazioni più brutali.

La scelta del digitale è per te economica o poetica?

Entrambe le cose. Lo sento più vicino alle mie esigenze e se mi danno soldi per fare un film in 35millimetri preferisco comunque il digitale. Con quel denaro ne posso girare trenta, la quantità è per me sempre meglio. In realtà però anche il digitale può essere caro, basta vedere Star Wars.

Hai un mercato nelle Filippine?

In sala no anche perché nessun film ha mai avuto il visto della censura. L'anno prossimo voglio lavorare un po' sulla distribuzione, mi piacerebbe organizzare una mia personale in sale cinematografiche per tutti. Servono soldi visto che ogni passaggio alla commissione di censura si paga molto. Forse al terzo mi daranno il visto! Finora è stato proiettato The Family that Eats Soil al centro culturale di Manila che è una zona franca. Mondomanila invece non si può proprio mostrare, ha avuto la X.

La violenza nei tuoi film vuol dire corruzione e potere.

Il governo filippino è molto corrotto. Ci sono continui scandali ma Gloria Arrayo, il presidente, rimane al potere. Il problema non è lei ma chi la sostituisce. Anche ultimamente è stata contestata per una storia di capitali illeciti. Il marito accusato numero uno si è rifugiato negli Stati uniti. Che se non controllano più direttamente le cose continuano a esercitare un'influenza economica e commerciale. Nelle Filippine coesistono persone ricchissime e poverissime. Il liberalismo è molto forte.

Parlaci dei tuoi prossimi film.

Sto lavorando a Edda XXX una commedia nera e futurista che racconta il movimento contro Marcos negli anni Settanta e la sua feroce repressione. Tutto cambia nulla cambia. Marcos è stato atroce ma gli altri dopo di lui non hanno fatto di meglio. Forse con lui è iniziato tutto, la situazione si è deteriorata. Oggi ci sono ulteriori problemi, a sud il governo ha schierato i militari contro gli indipendentisti che non sono solo musulmani. Però sono ottimista, credo che sia sempre possibile cambiare qualcosa.

Intervista di Cristina Piccino – IL MANIFESTO – 09/07/2005

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