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MUSICA

Canta che lavoriamo

Andare, camminare, lavorare. La canzone di Pero Ciampi non è mai stato azzeccata come in questi giorni di lotta contro un governo che vuole spremere gli italiani come limoni, che se ne frega della gente più debole, che pensa solo a dare energia al proprio tram per favorire i comodi del leader manovratore. Il convegno organizzato in occasione del premio dedicato al cantautore livornese, proprio il giorno prima della manifestazione a Roma di Cgil, Cisl e Uil, è diventato così sede di discussione su quanta musica nel nostro Paese oggi sia ispirata da fatti sociali, di quanto Ciampi avesse affrontato i temi della quotidianità della gente comune. C'è Luciano Ligabue, Premio Ciampi 2003, alla sua prima uscita pubblica dopo il tour racchiuso nel cd live Giro d'Italia in cima alle classifiche (“perché qui si parla di musica, dice, respingendo anche l'ipotesi di andare a Sanremo), che chiude il concerto dei premiati accompagnato al bouzouki da un Mauro Pagani strepitoso, nonostante l'influenza. Ci sono i giovani scoperti da questo riconoscimento (Del Sangre, Lorenzo Vecchiato, Flavio Giurato e Fabio Viscogliosi), ci sono i premi alla carriera per personaggi come Ricky Gianco, come Nicola Arigliano (l'uomo che adora o' jazz e stravede per lo swing, da ieri fresco ottantenne dalla voce immutabile e dal ritmo nel dna). Come Ivan Della Mea, che della musica sociale e politica italiana è un riferimento fondamentale e da ricercatore, avvezzo sempre a dire pane al pane, anche qui.

Amore, guerra e lavoro sono stati sempre i principali argomenti della canzone popolare e di quella sociale. Quale musica tra quella in circolazione oggi può essere considerata più attuale?

La maggior produzione di canto sociale che parla di guerra e lavoro oggi sicuramente viene fuori dai centri sociali o da gruppi che sono elaborazioni delle ex posse. Anche i nostri cantautori possono farlo. Mi viene in mente Ligabue, oppure De Gregori, se riuscisse a mettersi in pace con se stesso e con i suoi anda e rianda. Sennò è un casino capirlo. A meno che non gliene freghi neanche più tanto di essere capito. Comunque ha imparato a volergli bene e amen. A parte ciò, purtroppo in Italia succede che, se hai un'opposizione che non si oppone per un cazzo, si crea un clima culturale, un clima creativo che tende ad appiattirsi e di questo io ho veramente paura.

Insomma la produzione di musica popolare va a pallino...

Anche. Io ho paura davvero che si possa arrivare ad un periodo come quello degli anni Ottanta in cui ci fu un vero e proprio genocidio di cervelli e coscienze. Se non ci sono fermenti, non ci sono spinte. Se siamo ancora qui a premiare alla carriera un Ivan Della Mea, puttana Eva, vuol dire che manca qualcosa. Mi è andata bene che non mi hanno premiato postumo...

In buona sostanza vuol dire che la colonna sonora della protesta, dell'opposizione prende ancora a piena mani dal passato?

Già, qualcosa regge ancora e coltivo una mia piccola speranza. Tra canzoni come Morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei e Contessa di Paolo Pietrangeli, io ho scritto Cara moglie che è diventata una canzone sicuramente popolare, che veniva cantata nei cortei. La senti ancora oggi, ma sembra come se avesse cambiato segno, un segno di sfiga perché la situazione di oggi è quella che è. Sono andato l'anno scorso al congresso della Cgil Funzione Pubblica, dovevo chiuderlo cantando e c'era Cofferati. Pensa, Della Mea che viene portato sul palco come sorpresa finale. Naturalmente canto Cara moglie e alla fine a Cofferati, che sembra uno con una bella dose di autocontrollo, quasi spuntano i lucciconi, come del resto al sottoscritto e a quanti stanno in sala. Io, come dicevo prima, coltivo la speranza di riuscire a cantarla ancora come canzone di lotta, anche se le speranze per la verità mi sembran poche. In questo paese c'è troppo casino. E manca, secondo me, qualcuno che abbia il coraggio di cantare questo casino, questa confusione, questa impossibilità di una comunicazione diretta.

E Piero Ciampi?

Non lo conoscevo. Ci siamo incontrati solo una volta, ma leggendo i suoi testi ti rendi conto che era uno trent'anni avanti. Aveva questa capacità, ti metteva insieme delle cose che magari non ti appagavano, né da un punto di vista politico né da quello formale, ma ti inchiodava lì a dire: cazzo! Senti cosa sta dicendo. Insomma tutto quello che fa scattare la macchinetta, secondo me è importante. E oggi abbiamo bisogno di cose che facciano scattare questa benedetta macchinetta.

Intervista di Luis Cabasés – L'UNITA' – 07/12/2003



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