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CINEMA

Denzel: non vi farò ridere dell'America

Cinque anni fa Denzel Washington ricevette dalle mani di Antwone Fisher, un ex guardiano della casa cinematografica Sony, un volumetto. Lo lesse e se ne innamorò. Era la storia della vita dii quell'uomo, una storia triste, di abusi e violenze nate ancor prima della sua nascita, avvenuta in un carcere, da una madre tossicodipendente, e proseguite sino alla maggiore età, quando il ragazzo, entrato in marina, iniziò a mostrare i segni del suo disagio e venne seguito da uno psichiatra che riuscì a salvarlo. Ora quel doloroso racconto è diventato il film che ha segnato il debutto alla regia dell'attore due volte premio Oscar. Antwone Fisher uscirà negli Stati Uniti a Natale, in tempo per concorrere alla gara degli Oscar e c'è già chi scommette che Washington sarà fra i candidati a vincere una statuetta, o forse due, visto che, nella pellicola, recita anche il ruolo dello psichiatra che si prenderà cura del ragazzo.

Come mai ha deciso di cimentarsi alla regia?

E' stata una scelta quasi casuale. Quando ho letto quel racconto sono rimasto profondamente colpito ed ho deciso di farne un film, stavo discutendo la sceneggiatura con il produttore quando questi mi ha detto: “Ne parli come un regista”, da allora ho preso in considerazione l'idea. Ho passato gli ultimi cinque anni a osservare, quasi spiare, i registi con i quali stavo lavorando.

E' servito?

In parte. La pratica è un'altra cosa. Ho capito cosa volevo fare solo dopo l'impatto con la cinepresa. Quando ho girato la prima scelta mi sono reso conto che potevo farcela, ma è stata dura, anche perché non è mai facile fare bene due cose insieme e, a causa del mio doppio ruolo di attore e regista, avevo la sensazione di non riuscirmi a concentrare al meglio. Insomma: è stato massacrante ma sono soddisfatto.

Come definirebbe la vicenda narrata nel film?

Un viaggio doloroso e drammatico, che mi ha turbato sin dalla prima lettura. In quelle pagine c'erano dentro le lacrime di quel ragazzo. Non è stato facile raccontarlo, sentivo di avere addosso un'enorme responsabilità, dovevo raccontare la parte più oscura della sua vita, senza distorcerla e senza ferirlo. Quell'uomo aveva sofferto troppo, non volevo deluderlo.

E c'è riuscito?

Credo di sì, credo gli sia piaciuto.

Cosa le ha detto?

Non mi ha detto nulla, mi ha abbracciato.

Come mai ha scelto per il ruolo del protagonista un attore praticamente sconosciuto, Derek Luke?

Perché era l'uomo giusto. Ho subito creduto in lui e credo di aver fatto la scelta migliore, non riuscivo a vederci un attore famoso in quella parte e poi credo sia importante dare una possibilità a chi è agli esordi, da qualche parte bisogna pur incominciare.

Non pensa che questo film possa essere percepito come destinato ad un pubblico di colore?

Non credo, non è un film sugli afroamericani. E' un film che racconta una storia di violenza e abuso, una storia triste di una persona costretta a subire. Fenomeni che non hanno colore, nazionalità o etnia.

Però è facile trovare certe situazioni di degrado fra le minoranze...

Credo che la questione sia da ribaltare. Prendiamo il mio esempio, l'Oscar che ho vinto quest'anno. L'ho ottenuto perché avevo una buona parte. Se nessuno ti offre una buona parte non vincerai mai nulla e per gli afroamericani è molto più difficile ottenere la fiducia dei produttori. E' un discorso che vale per tutti i campi. Il successo arriva più facilmente a coloro cui sono date migliori possibilità: è questa la regione per cui il degrado e la povertà colpiscono più spesso le minoranze.

Non pensa che la scorsa edizione degli Oscar abbia avuto un particolare significato?

No. si è trattato solo di un trofeo, di una notte. La consegna di un premio non significa niente e solo il tempo dirà la verità sul lavoro che ho svolto.

Lei e Halle Berry con l'oscar in mano. Non ci legge nessun messaggio da parte dell'Academy?

E' solo un premio, non ci vedo nulla di politico.

E lei, quando sceglie un film, pensa al messaggio che vorrebbe fare arrivare al pubblico?

No, nella mia carriera ho rifiutato molte parti, ma solo perché non mi piaceva la storia. Non mi preoccupo mai di quello che la gente può pensare di me, altrimenti farei sempre la stessa cosa. E poi, con Training Day ho vinto un Oscar nei panni di un poliziotto corrotto.

Cosa pensa della situazione internazionale? Vede qualche spiraglio di speranza nel futuro?

E' un vero disastro e non solo in Medio Oriente, ma un po' ovunque. Stiamo vivendo un momento drammatico: rabbia, odio, malizia, ingordigia. Viviamo in una società marcia, ma credo possa migliorare e che sull'altro piatto della bilancia ci sia anche tanto bene. Qualche volta però devi spegnere la televisione, uscire e aiutare qualcuno, insomma fare qualcosa.

Quindi c'è ancora speranza?

Non avrei messo al mondo dei figli se non fossi ottimista.

Com'è Denzel Washington padre?

Credo di essere un genitore attento. Diventare padre ha rafforzato una mia convinzione: un essere umano deve saper ascoltare.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 12/12/2002

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