|
La Mostra di
Venezia vedrà fuori concorso finalmente proiettata
l'ultima fatica di Vittorio De Seta: il suo Lettere dal
Sahara, film-viaggio sulle avventure di un immigrato
senegalese che attraversa l'Italia, ha avuto una lavorazione
lunghissima e molti problemi di produzione. Autore negli anni 50
di documentari sulla Sicilia che hanno fatto epoca, del film
Banditi a Orgosolo che nel 61 a Venezia 1961 ottiene
il Premio opera prima, del film girato per la tv Diario di un
maestro, storia di un insegnante nella periferia romana, da
sempre narratore della cultura, della tradizione, dei cambiamenti
del nostro paese, ora fissa con le camere digitali una delle più
grandi evoluzioni che l'Italia sta vivendo dal dopoguerra,
l'immigrazione. Questa intervista è la selezione di
un'ampia conversazione realizzata da chi scrive insieme a Luca
Mosso e Emiliano Morreale per una nuova rivista di cinema,
Brancaleone, che sarà presentata a Venezia il 31
agosto dopo la proiezione del film.
Quale
è la storia di Lettere dal Sahara?
Il
protagonista, Assan, un universitario senegalese costretto a
lasciare il suo paese per cercare lavoro, sbarca in Italia come
clandestino. Dopo un approdo di fortuna a Lampedusa compie un
avventuroso viaggio in Italia, da sud a nord. Si ferma a Firenze,
poi a Torino. Si scontra con varie situazioni, ma trova anche
persone brave che lo aiutano. Quando sembra che tutto vada per il
meglio, all'uscita di una discoteca viene menato per qualcosa di
cui non aveva colpa. In seguito a questo trauma, torna al suo
paese. In patria sta male, è inquieto, vive lo
sradicamento, quei problemi veri che hanno gli immigrati. Va a
cercare un vecchio professore universitario che si è
ritirato lungo un fiume e aiuta le persone. Nel vedere lallievo
in crisi, il professore gli fa raccontare la sua storia. Dopo un
lungo percorso il ragazzo recupera la sua identità
culturale e religiosa.
Che
ritratto dell'Italia si ricava dal film?
È
un'immagine di un'Italia vista dai musulmani. Quando abbiamo
girato c'era appena stato l'11 settembre, si parlava sempre di
scontro di civiltà. Volevo far vedere anche che questa
religione musulmana è cugina della nostra: hanno i primi
cinque libri della Bibbia, Gesù nel loro paradiso, Maria
pure, e Abramo
. Hanno una loro cultura da difendere, anche
se il loro machismo non è positivo. Devo dire che puoi
metterti a parlare di religione con chiunque di questi ragazzi,
perché sta a loro a cuore. Puoi parlare anche della
Bibbia, non solo del Corano. Sono ragazzi onesti, corretti. Sanno
usare il computer. L'attore protagonista del film è figlio
di un'alta carica del governo del suo paese. Sa cinque lingue e
in Italia lavora come operaio alla cromatura.
Gli
attori, oltre il protagonista, sono tutti presi dalla strada.
Quanto hanno partecipato con le loro esperienze alla scrittura
del film?
Molto.
La cugina del protagonista, ad esempio, è, come nel film,
una vera modella, ha un compagno e ha avuto un figlio italiano.
Le ho ritagliato addosso il suo personaggio e lei, raccontando se
stessa, è stata più brava. Bisogna prender tutto
ciò che serve. C'è da dire che non avevamo un
interprete se non il protagonista e spesso, visto che il film è
nella loro lingua, si girava senza capire cosa dicessero. Ma mi
fidavo perché avevano colto lo spirito.
Il
cinema italiano racconta poco il presente e la realtà,
tanto più l'immigrazione. Da cineasta e documentarista,
cosa ne pensa?
Su
cento e passa film all'anno, provate a fare un elenco dei film
italiani sulla droga. I film sull'immigrazione si contano sulla
punta di una mano, persino sulle Br non c'è un granché.
Perché è difficile elaborare il presente. Anche
quello di Muccino è presente, ma non so quanto sia
rappresentativo. La verità è che il cinema è
molto consolatorio e razionalizzante: giustifica. La gente vuole
essere confortata, consolata, favoleggiata. Anche se non è
troppo crudo questo mio film vuole dare un quadro; lo si può
vedere fra trent'anni e dire: ecco più o meno era così
l'immigrazione.
Intervista di Dario Zonta
L'UNITA' 27/08/2006
|