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Clario Di Fabio
- IL SECOLO XIX – 08/07/2001

SAN LORENZO, UN'IDENTITA' GENOVESE ARABA, NORMANNA E BIZANTINA


Osservi la facciata della Cattedrale di San Lorenzo chi desideri comprendere fino a che punto l'Europa continentale e il Mediterraneo si siano incontrati, a Genova, e nel campo della cultura architettonica e del gusto decorativo abbiano dato origine a esperienze peculiari, a esiti impossibili altrove; sono poche le immagini che manifestano meglio di quei grandiosi portali archiacuti (o della minuscola, preziosissima lapide tombale di Simonetta e Percivalle Lercari, conservata al Museo di Sant'Agostino) una identità genovese che non ha nulla di dialettale o di folklorico ma è anzi, strutturalmente inter - nazionale e inter - culturale. Se non suonasse orribile, potremmo definirla addirittura "relazionale".

Forse nessun luogo, edificio, oggetto artistico della Genova medievale può pretendere con migliore titolo la dignità di "forma simbolica" della condizione, della vocazione e del destino di tutta la città: in quelle architetture concepite da un architetto normanno, in quelle sculture realizzate da artefici venuti dalla vasta regione posta fra il Rouen e la Mosa, in quella mediterranea profusione di colore, ottenuta con sciupìo di marmi pregiatissimi, si legge come essa sia stata un grande "nodo" dell'Europa medievale e, insieme, una delle più rapaci e ricettive "capitali " del Mediterraneo.

Disponibile a ricevere apporti variegati, a lasciarli radicare a ritrasmetterli modificati ad altri interlocutori. Apporti complementari, giunti talora n sincronia, talora no. Tanti e tanto diversificati che ci si domanda se sia lecito leggerli come il frutto di "influssi" e crederli semplici "riflessi" di qualcosa che nasce oltremare, o se non siano, almeno in larga misura, le tracce di un essere e di un divenire storico che vedono Genova caratterizzarsi soprattutto nella sua dimensione di città mediterranea; città mercato, di fondachi, di "volte", di piazze private, di vie protette, di palazzi e di chiese magnificati da paramenti bicolori, di logge, magazzini e botteghe, di porto (cioè porta) su un mare che è lo stesso sul quale affacciano e al quale affidano i loro destini anche molti suoi interlocutori, più o meno lontani: forse non è estremistico pensare che questa dimensione mercantile informi non soltanto il modo di essere economico della città, ma anche il suo rapporto con l'arte, che a Genova diviene più un fatto di raccolta e di scambio che di produzione. Ma questo la distingue, la fa originale e tipica.

Ma a Genova, nel Medioevo, molti "Mediterranei" lasciano segni, più o meno concreti, più o meno grandiosi, più o meno durevoli o conservati. Ci sono un Mediterraneo vicino, quello di Pisa o della Provenza; uno occidentale, in cui la Spagna araba si confronta con i regni cristiani alla riscossa; uno meridionale, variegatissimo, che va che va dalla Sicilia araba, normanna e sveva, dal Maghreb, all'Ifriqiya, all'Egitto; uno orientale (che i Franchi chiamano Outremer) dalla Siria e dalla Terrasanta; uno dominato da Bisanzio; uno parallelo e antagonista; l'Adriatico veneziano. I documenti artistici di questi nessi erano molti.

Ne restano pochi, ma sono molto eloquenti e quasi sempre hanno il crisma della eccezionalità. A parte il celeberrimo Sacro Catino, acquisito a Cesarea da Guglielmo Embriaco poco prima della spedizione vittoriosa contro Gerusalemme, per fare solo qualche esempio, si possono ricordare: i capitelli di San Tommaso, scolpiti tra X e XI secolo trovano la loro radice culturale nei territori bizantini: non sono trofei, prede, come le epigrafi cufiche murate in Santa Maria di Castello, razziate nell'XI secolo nell'Africa Settentrionale arabizzata, ma prodotti appositamente commissionati da una di quelle comunità monastiche tanto rilevanti nella rinascita della città alla fine dell'Alto Medioevo.

Ancora dal quadrante bizantino del Mediterraneo proviene un Tondo Marmoreo con Cristo benedicente, oggi al Museo di Sant'Agostino, scolpito verso il 1204, quando Bisanzio, con la Quarta Crociata, veniva conquistata, non dagli "infedeli" ma dai crociati, sotto l'egida veneziana. Degli sforzi genovesi di ribaltare quella situazione svantaggiosa, sostenendo i tentativi del basileus esiliato di riappropriarsi dell'Impero, parla il Pallio di San Lorenzo (Galleria di Palazzo Bianco): dono di "stato" al Comune dopo il trattato di Ninfeo del 1621, con le sue storie ricamate secondo la tradizione bizantina, ma illustrate da scritte in latino, è un esempio di quella lingua franca che si instaura nel Mediterraneo orientale dopo i fatti del 1204. Di questi nessi "ombelicali" parlano gli affreschi imponenti della controfacciata della Cattedrale, dipinti fra il 1307 e il 1312, da un artista - forse si chiamava Marco, detto il Greco nei documenti - che si esprimeva in un linguaggio pittorico raffinatissimo, identico a quello che, in quegli stessi mesi, divulgavano nella capitale d'Oriente i suoi colleghi all'opera per conto degli imperatori della casa paleologa regnante o di altissimi dignitari di corte.

E negli atelier imperiali sul Bosforo era stata di sicuro realizzata quella Croce reliquiario che - dopo vicende quasi romanzesche ambientate tra le isole egee e la costa turca, fra pirati, compagnie di ventura, razzie - nel corso del Trecento la famiglia Zaccaria donò infine alla Cattedrale, dove (Museo del Tesoro) ancora si trova.

Nemmeno dopo la caduta della "Nuova Roma" nel 1453, il flusso di tesori da Bisanzio si interruppe: prima che anche Pera - la città genovese aldilà del Corno d'Oro - si arrendesse a Mehmet "il Conquistatore", tutte le reliquie e le immagini sacre e preziose delle chiese vennero portate per mare in patria e qui distribuite alle chiese; scomparse quelle assegnate a Santa Maria di Castello, ne restano a Palazzo Bianco (la Vergine Hodigtria detta per antonomasia "Madonna di Pero", proveniente da Sant'Antonio di Prè) e nel Tesoro di San Lorenzo, dove giunse infine (dalla Madonna del Monte) il cosiddetto "braccio" (in realtà un femore) di Sant'Anna.

Degli oggetti mobili, di piccolo formato e di arte suntuaria qualcosa resta, ma troppo manca all'appello, se si pensa che nel 1204, un solo arrembaggio fortunato , in acque greche, a danno del papa e dei Templari fruttò ad alcuni corsari genovesi un vero tesoro in stoffe, anelli, pallii, icone, croci, vasellame, vetri preziosi e reliquie. Sono perciò tanto più suggestivi oggetti come i cofanetti d'avorio dipinto del Tesoro della Parrocchiale di Portovenere, prodotti nella Sicilia normanna della fine del XII secolo da artefici islamici e utilizzati dagli Occidentali spesso come custodie per reliquie (il che contribuì a salvarli); essi non sono soltanto l'indizio artistico di un rapporto storico ben documentato, ma anche la memoria di una presenza cancellata, quella dell'importante comunità araba insediata in città, vivace sotto il profilo commerciale e culturale. E forse proprio da un bronzista arabo - uno di quelli che producevano acquamanili, bacili, getti di fontane - imparò il mestiere il fonditore Oberto, incaricato nel 1228 di realizzare il grifone bronzeo, simbolo comunale, da porre trionfalmente in Cattedrale, dove rimase fino al 1296, sostituito dopo l'incendio da una copia marmorea oggi a Sant'Agostino. Ma quello stesso Oberto vide nella sua città anche opere della grande metallotecnica islamica: la Chiesa di San Giorgio aveva fino al 1537 le porte bronzee razziate dalla moschea di Almeria nel 1147, quando fu trafugato anche il mirabile lampadario bronzeo con iscrizioni cufiche che illuminò fino al 1693 la cappella del Battista in Cattedrale.

Di quest'impresa militare contro tre città della Spagna araba - Tortosa Almeria e Minorca - resta memoria nella celebre epigrafe di Porta Soprana, in una cronaca stesa da Caffaro, l'annalista ufficiale del Comune, e in certi affreschi - sopravvissuti, ma a brandelli, nella navata destra della Cattedrale, che illustravano gli episodi di quell'impresa, condotta nel clima della Reconquista della Spagna musulmana. Singolare e sintomatico, infine, che la memoria più evidente dei nessi con Pisa e Venezia, le rivali storiche del Comune di Genova nel Mediterraneo sia affidata a trofei di guerra. Quest'ultima è ricordata dai due Leoni di San Marco in pietra d'Istria, razziati a Chioggia e a Pola nel 1380, murati in piazza Giustiniani e in San Marco al Molo e le tre teste marmoree, una mostruosa e due leonine, tolte dal palazzo costantinopolitano del Pantocratore, assegnato ai Veneziani, e distrutto dai Genovesi nel 1262; rammentavano la prima gli anelli delle catene (fino al 1860 appesi alle porte e su varie chiese e palazzi cittadini) che chiudevano l'imboccatura del Porto Pisano, distrutto nel 1290 da Corrado Doria.

L'impresa è commemorata in un rilievo, un tempo in una casa del distrutto vico dritto di Ponticello e oggi in Sant'Agostino: un'opera primitiva ma terribile nel fissare nel marmo lo stupore dei Pisani, affacciati dalle torri difensive, attoniti davanti allo scempio del loro porto.

Clario Di Fabio – IL SECOLO XIX – 08/07/2001

Clario Di Fabio è nato a Genova nel 1955. Ha studiato Storia dell'Arte Medievale nelle Università di Genova e di Firenze. E' autore di oltre un centinaio di saggi – dedicati soprattutto all'architettura, alla scultura e all'oreficeria genovesi fra il XI e XV secolo – pubblicati in riviste scientifiche italiane e straniere, ma i suoi interessi si estendono alla pittura a Genova e in Liguria fra Due e Settecento e a quella fiamminga del XV-XVII secolo. Ha pubblicato un volume sulla Scultura romanica a Genova (1984) e uno sulla Cattedrale di Genova nel Medioevo (1998). E' il direttore della Galleria di Palazzo Bianco, del Museo del Tesoro della Cattedrale e del Museo di Sant'Agostino, del quale sta attualmente redigendo il catalogo. Con Piero Boccardo, ha curato un libro dedicato alla pittura fiamminga in Liguria (1997) e varie mostre, tra cui Van Dyck a Genova, Grande pittura e collezionismo, nel 1997, e la recente El Siglo del los Genoveses e una lunga storia di arte e splendori nel Palazzo dei Dogi (2000).

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