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CINEMA

La dolce vita di Dominot

Questa è la storia di Dominot, attore, mimo, travestito, cantante, animatore di “cose e di oggetti”, protagonista dell'avanguardia romana degli anni migliori, ma anche – pensate un po' – “chansonnier francese” (esattamente così che l'hanno presentato pochi mesi addietro a Raitre), Dominot diva della felliniana Dolce vita o, se preferite, diva tout court e ancora, visto che ragioniamo (con lui) d'ogni angolo del suo mondo poetico e quotidiano, tenutario di un “baronato”, un locale assai particolare che ha sede e luogo in via di Panico, a Roma. Dominot che, poche settimane fa, vestito d'applausi, ha dato l'ennesima prova di sé al teatro romano “Vascello” con C'est moi, Dominot cui Natalia Ginzburg consegnò questo quasi-epitaffio: “Canta alcune canzoni di Edith Piaf con gesti e attitudini della Piaf”.

Con Edith al café de Flore

Cominciamo dunque proprio da lei, la Piaf?

Volentieri. Stiamo parlando della Parigi di Sant Germain de Prés, ma anche di me che frequentavo il café de Flore, la brasserie Lipp, luoghi straordinari. E poi c'era un bar delle rue du Bac che verso sera, più o meno intorno alle undici, si trasformava in un posto particolare frequentato da gente come Boris Vian, Francoise Sagan, Yves Montand e infine Edith Piaf. Lei arrivava stravolta verso l'una e mezza. Tornava d'essere stata a cantare all'Olympia e da lì a poco se ne sarebbe andata a battare sul lungosenna, diciamo anche che lo faceva naturalmente. Si trascinava dietro anche la sorella, Simone Berteu. Altre volte invece sempre lei, la piaf, andava nei cortili a cantare, dove la gente non la conosceva e infatti la prendeva a male parole. Una volta finì a botte perché dette appuntamento a tre militari nello stesso posto. Va detto che la sorella Simone era tutto il contrario di lei, e infatti veniva puntualmente tormentata: spesso la teneva in una camera d'albergo dicendole: chiudi gli uomini, non li far scappare, che appena finisco di cantare arrivo. L'unica donna che ho incontrata veramente spregiudicata, davvero. Ricordo anche Jean Genet, ma non sapevo che fosse un poeta, mi sembrava comunque una persona terribile”.

Parliamo adesso della sua vita, va bene?

Dominot nasce a Tunisi, in una famiglia molto povera, studia pochissimo però fin dall'inizio, dall'età di otto anni, desiderava fare questo mestiere. Sempre a Tunisi, ha studiato teatro con un professore, poi è andato a Parigi.

Cittadino francese, dunque?

No, sono cittadino siciliano, il mio vero nome è Antonio, anche se non mi piace essere chiamato in quel modo, mio padre e mia madre erano immigrati laggiù da Caltanissetta, in realtà sono un figlio adottivo.

Andiamo a Parigi?

Sì, sentivo l'esigenza di cambiare vita, così sono partito. Ho fatto l'accademia, ma nel frattempo mi piaceva molto il mondo del travestismo e infatti lavoravo in molti cabaret parigini, per vivere. Da “Madame Arthur” mi travestivo e facevo spogliarelli insieme alle donne. Ero la rue Pigalle, così guadagnavo un po' di soldi, ma avevo qualche problema perché contemporaneamente studiavo, non era facile...

Di quale tempo tempo stiamo parlando?

Era la fine degli anni Cinquanta. Facevo parte di una compagnia di sei donne, ero una delle sei, finché mi sono stancato e ho deciso di venire qui a Roma, dove ho incontrato Federico Fellini.

E a quel punto che cosa è successo?

Federico era molto incuriosito da me, lui era un'enorme puttana, con quella vocina, però molto generoso, ma anche dotato di grande cattiveria sottile, così nacque il mio piccolo personaggio per La dolce vita. Un personaggio che comunque portava un'innovazione dal punto di vista del costume, Roma infatti non era Parigi. Abbiamo litigato molto sul set, non volevo fare il travestito bellino, lui invece mi voleva molto bello con accanto un travestito non bello, allora io gli dissi: vedi Federico, qui le frocie, belle o brute, rimorchiano comunque tutte, ma lui non capiva, sa, un piccolo borghese di provincia, però molto tempo dopo, quando io richiesi al Papa d'avere riconosciuta la santità, lui mi scrisse una bella lettera.

Dominot a un certo punto diventa cittadino romano.

Roma, quando ci sono venuto a vivere, parlo sempre dei primi anni Sessanta, non mi piaceva per niente, alla fine però mi sono ambientato, anche grazie a gente come Giancarlo Nanni, un'altra persona che mi ha capito molto, che ha accettato la mia recitazione bizzarra, degna di chi ritiene che l'accademia per un'artista sia nociva.

Disperazione, gioia e desiderio

Parliamo della sua poetica?

E' una cosa che viene da dentro, fatta di un'enorme disperazione gioia e desiderio di esistere, c'è poi la certezza di non essere un interprete, ma di recitare in maniera naturale. D'altronde, io non sono lì, e dunque non mi posso né vedere né ascoltare.

Dominot ha anche realizzato un lavoro su Pasolini.

Era un omaggio, breve ma intenso, una specie di documentario che terminava con un inserto filmato tratto da La ricotta, l'ho realizzato nel '76. Finiva in tragedia, coinvolgevo tutto il pubblico...

A un certo punto però ha smesso con il teatro...

Sì, ho aperto il mio “Baronato quattro bellezze”, un locale dedicato a un barone siciliano, che è anche il proprietario delle mura, l'ho dedicato a lui per gratitudine. Il baronato è nato nell'84. All'inizio è stata dura, qui in via di panico c'era ancora molta malavita, quelli della droga venivano nel locale e si mettevano a spacciare, e non solo, quando finivano le loro cose lasciavano un filo di coca sul tavolo e mi obbligavano a tirarla, venivano tutti i giorni, lo facevano per coinvolgermi, per un fatto di sfida e di prepotenza; poi tutto è finito, solo che alla fine mi ero quasi abituato alla coca e quasi quasi quando non venivano mi dispiaceva, ma è stata veramente dura, a un certo punto hanno perfino tentato di togiermi il locale, se ci ripenso...

Il baronato, altre ad essere un locale dove si beve, è anche il suo teatro?

E' molto di più, è un posto molto particolare, almeno a Roma credo sia l'unico posto così, dove mi esibisco, canto...divento quel che sono. Ossia Dominot.

Intervista di Fulvio Abbate – L'UNITA' – 23/04/2003

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