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MUSICA

Donovan: Lì aiutai John a scrivere “Julia”

Mi dicono che lei Mr. Donovan è una delle persone più pacifiche e gentili del mondo. Ma come si fa a rimanere tali oggi, in un universo che implode?

Con la meditazione. E' una realtà di cui ci siamo resi conto negli anni Settanta e ha vedere con qualcosa come: mettersi a sedere tranquillamente e respirare molto lentamente. Il mondo ha bisogno di meditazione. Nel 1968 con i miei amici George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Ringo andammo in India per studiare yoga e capimmo che rimanere in pace è difficile, ma la meditazione aiuta.

A quel tempo chi dei Beatles era più vicino a lei spiritualmente?

Sicuramente George, sia per quanto riguarda la sensibilità musicale che l'attitudine alla ricerca. Lui aveva come riferimento la saggezza antica, e più degli altri meditava ogni giorno. Condividevamo gli stessi sogni e li mettevamo in forma di canzone.

Durante quel viaggio del Maharishi qual è stata la cosa più divertente, e quale la scoperta più entusiasmante?

La cosa più divertente sono state sicuramente le scimmie che saltavano sui tavoli a colazione per rubarci il cibo. Ci trovavamo in un ashram nella giungla che dava sul Gange. L'altra cosa divertente erano i giornalisti che saltavano sopra i fan assiepati fuori per riuscire a farci qualche foto, soprattutto quando John Lennon si stava lavando i capelli e dopo poco decise di inseguirli nella giungla. La cosa più importante fu che per la prima volta quei ragazzi e io dopo 3 o 4 anni smettemmo di lavorare, bloccammo quella folle giostra e ci ritirammo per sei settimana lontano da tutto nell'india più remota solo con le nostre chitarre acustiche. La fama, il successo per noi erano diventati una follia. I Beatles non potevano andare da nessuna parte che c'erano migliaia di persone che li volevano toccare, e lo stesso era per me. Fu importante per la nostra fermarci. Da quell'esperienza portammo indietro tantissime canzoni, ma soprattutto la consapevolezza che era possibile non solo fermare la giostra del successo, ma anche quella della vita. E questa idee la mettemmo nelle canzoni: l'idea che è possibile dare una risposta al mistero del mondo solo guardando dentro se stessi. Pace e fratellanza, ecco cosa portammo con noi.

E' rimasto in contatto con George dopo il viaggio?

Ci siamo visti a distanza di molti anni, e tutte le volte che lo facevamo era come se ci fossimo salutati il giorno prima. Esiste una fratellanza tra alcuni amici che il tempo e la distanza non possono cancellare. E' sempre stato nel mio cuore e io nel suo, anche adesso naturalmente, uniti sempre. Ci è dispiaciuto che se ne sia andato, ma la sua musica e il suo spirito vivono.

La leggenda vuole che lei insegnò il fingerpicking a George Harrison...

In realtà in India insegnai molte cose a John. Fu allora che scrisse due canzoni: una era per la madre, Julia, la scrisse durante una profonda meditazione. Lui non visse con la madre ma con la zia, e per questo gli è sempre mancata la figura materna durante l'adolescenza. Fu proprio per Julia che aiutai John a trovare uno stile chitarristico nuovo. L'altra canzone era Dear prudence. Prudence era la sorella di Mia Farrow, una giovane molto problematica dell'ashram. Ma anche a George ho insegnato qualcosa, mentre lui, in cambio, mi ha dato i rudimenti del sitar. Più tardi lui scrisse un verso di Hurdy gurdy man che non era mai stato registrato fino ad oggi, quando ho deciso di inciderlo in suo onore. Poi ho contribuito a Yellow submarine, mentre ultimamente ho registrato una versione di Give me love per la causa del Tibet assieme a Ringo, Bob Geldof e David Gilmour in un concerto privato.

Cosa ha in mente per il suo grande ritorno cominciato dall'Italia?

Sono contentissimo, in ottima forma. Nel 2004 è previsto un lungo tour, molti dischi nuove e ristampe di vecchi, ma anche libri, documentari, collaborazioni. Sono pieno di energia, mi sento in salute, mi sento ancora giovane. In fin dei conti ho solo 57 anni! Sono forte anche perché ho l'aiuto di mia figlia, Estrella, del mio manager Jason (che è il figlio di Brian Jones, ndr.) Lavoreremo molto con la nuova etichetta Donovan Disc. L'Italia è il primo posto da cui ripartirò, registrando un nuovo disco assieme al folksinger e mio amico Andrea Sisti, con il quale poi andremo a Sanremo.

Nella sua carriera è stato anche politico, si è scagliato contro la guerra in Vietnam. Poi è passato a toni più pacati. Non le sembra il caso di tornare alla canzone politica oggi?

Mi riesce difficile oggi cantare “contro” qualcosa. Contro l'America o contro l'Iraq, ad esempio. Dovremmo essere “per” qualcuno e qualcosa, per la comprensione e la comunicazione. La grande protesta negli anni Sessanta era contro la guerra in Vietnam, e contro tutte le guerre. Ed è vero che una canzone come Universal soldier è valida tutt'oggi. Ma capimmo che il mondo può solo cambiare lavorando su ogni individuo. Così tutto si spostò ad una dilemma spirituale, una domanda etica, morale. La protesta come la si intendeva prima non si è dimostrata abbastanza potente, ora dobbiamo imparare comprensione, alzare il livello della compassione.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 21/10/2002



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