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Dylan Dog


Dylan Dog, fumetti e vecchi merletti

Se è cambiato Dylan Dog? Certo che è cambiato, perché sono cambiati i miei gusti, quelli degli sceneggiatori e dei disegnatori. All'inizio c'era l'horror, lo splatter, poi sono entrati i temi sociali, politici: si è evoluto. O involuto, chissà? Oggi mi piace pensare che sia diventato una sorta di commedia, un Arsenico e vecchi merletti”.

Duecento numeri, 16 anni abbondanti, da quell'ottobre del 1986 quando un albo dalla copertina nera e dal titolo L'alba dei morti viventi fece la sua comparsa nelle edicole italiane. Lo firmavano Tiziano Sclavi, lo disegnava Angelo stano e lo pubblicava Sergio Bonelli, l'editore di Tex.

Fu una scossa: per l'editoria, per il fumetto e per il costume. Qualche mese in sordina, poi il passaparola dei lettori, tirature in salita, articoli sulla stampa, qualche polemica dei soliti benpensanti (ma perché non cominciamo a chiamarli malpensanti?) e perfino un memorabile ed affollatissimo “Dylan Dog Horror Fest” hanno fatto il boom. Storia nota e raccontata, com'è noto che “l'indagatore dell'incubo” a assomiglia a Rupert Everett, veste perennemente con jeans, camicia rossa e giacchetta nera; che suona li clarinetto e costruisce un galeone in miniatura che non riesce mai a finire; che ha un aiutante che è il sosia di Grouco Marx e spara freddure a ripetizione, e un “collega” come l'ispettore Bloch, perennemente in ansia per la sua pensione. Come è noto che il papà di Dylan Dog è Tiziano Sclavi, prolifico autore, scrittore, sceneggiatore di fumetti, racconti, romanzi, soggetti cinematografici; e come è noto che è un tipo schivo, che per anni non si è fatto vedere in giro, non ha concesso interviste, non si è fatto fotografare. E anche oggi, dopo una parentesi di “visibilità” è tornato nell'ombra, nella sua casa-eremo di Venegono Superiore, ai confini di un bosco, quasi in Svizzera, dove vive con l'amatissima moglie Cristina, tre cani (“la mia enciclopedia Treccani”, dice con una battuta in puro stile grouchesco) e un gatto.

Soggetti e sceneggiature per Dylan Dog non ne scrive da tempo e questo, che sta passando, psicologicamente, non è uno dei suoi momenti migliori. Ne ha passati altri, di peggiori. Quelli e questo meritano un doveroso riserbo. E rispetto. Però al telefono risponde con gentilezza e chiacchiera con noi amabilmente, in occasione dell'uscita del duecentesimo numero della serie regolare, dal titolo Il numero 200: una storia un po' cupa e drammatica (il soggetto è di una giovane autrice, Paola Barbato e i disegni di Bruno Brindisi, uno dei migliori disegnatori della serie).

Insomma, Scalvi, neppure in quest'occasione si è fatto tentare ed è tornato a scrivere un nuovo “Dylan Dog”. E' stanco della sua creatura?

Non è questione di stanchezza, piuttosto è che ho l'impressione di aver detto tutto quello che avevo da dire. Avrei voglia di fare qualcosa di nuovo, di diverso...non so, magari un nuovo personaggio. Ma sa, alla mia età...(Sclavi è nato a Broni nel 1953).

Addio Dylan Dog, dunque?

No, resta il mio figlio preferito. Comunque è in buone mani, quelle di Mauro Marcheselli che cura la collana da una decina d'anni, menre io faccio la supervisione: se io sono il papà di Dylan Dog, Mauro è la mamma. E si sa, la mamma è sempre la mamma.

Dylan Dog, il fumetto, è una macchina ben oliata, che vende l'onorevole cifra di 230.000 copie al mese (senza contare le due ristampe, gli speciali, gli almanacchi e altro) e conta su una squadra di soggettisti, sceneggiatori e disegnatori di qualità. Come giudica il loro lavoro?

Sono bravissimi, anzi più bravi di me. Tra me e loro c'è un grande spirito di collaborazione e quando qualcuno mi chiede consigli o manifesta qualche dubbio su un soggetto, su un dialogo gli rispondo semplicemente;: “Segui la forza”.

E con Sergio Bonelli, il suo editore, come va?

Con Sergio ci conosciamo dal 1978-79. E' un amico, un collaboratore, un colega: perché anche lui è un ottimo sceneggiatore di fumetti. A distinguerci c'è solo il piccolo particolare che è il mio padrone.

Umberto Eco, a proposito delle storie di Dylan Dog ha parlato di “sgangheratezza” e ha rimarcato il carattere della sua scrittura, fatto di citazioni: uno stile che è la cifra distintiva di questo fumetto e che ha contribuito alla sua fortuna. E' un modo ancora valido di scrivere?

Penso di sì, anche perché, come diceva Totò, “tutti sono capaci di fare, è copiare che è “difficile”. Il gioco delle citazioni fa parte della nostra vita, tutti si divertono a citare, si passano intere serate con gli amici a citare quella frase di un libro o quella battuta di un film; c'è persino un gioco basato tutto sulle citazioni”.

Quando le è nata la voglia di scrivere, di fare fumetti?

La mia è una vocazione genetica. Il mio primo racconto l'ho scritto quando facevo la prima media: era un western e s'intitolava “Il padrone di Sacramento”. Poi mi sono messo a scrivere storie di James Bond...

...James Bond?

Sì, visto che avevo letto tute quelle scritte da Fleming e non ce n'erano di nuove, i romanzi di Bond me li sono scritti da soli. Se disegnavo, anche? Ci ho provato, agli inizi, ma non avevo nessun talento.

Ci racconta un po' questo “numero 200”?

E' una storia dura, molto interiore: scava nel passato, doloroso, di Dylan Dog e in quello dell'ispettore Bloch; nel loro rapporto che è quasi quello tra un padre e un figlio.

Domanda banale, ma d'obbligo: qual'è la storia più bella che ha scritto e quale è che quella che non ha scritto e che vorrebbe scrivere?

La mia risposta è ancora più banale: l'ultima storia è sempre la più bella; e quella che scriverai è quella che avresti voluto scrivere.

Lei vive appartato nella sua casa, tra decine di migliaia di libri, videocassette, cd, cd-rom. Quali sono le sue letture preferite?

Vado a periodi e tendo a rileggere vecchie cose: tra i fumetti il buon Tintin e le storie di Blake e Mortimer, i vecchi Classici dell'Audacia. Tra i libri, la mia ultima passione sono quelli di Brett Easton Ellis e, naturalmente, ogni nuovo Stephen King. Ora sono alle prese con l'ultimo Grisham.

Esce poco e non va quasi mai a Milano, in casa editrice. Come mai?

Sì, è vero, non mi piace uscire, passo il tempo a leggere a guardare film in videocassetta; non guardo mai la tv, non leggo i giornali. A Milano vado pochissimo, non la amo. Ci ho vissuto molti anni e ho finito per odiarla: è una città ostile, brutta, incazzata, male amministrata. Milano per me è un Inferno, è il mio Inferno dantesco.

E il mondo?

Quello me lo raccontano gli amici per telefono. Non è un bel racconto però: ora mi dicono che c'è la guerra. Insomma abbiamo appena abbandonato un secolo che è stato orribile e questo nuovo è cominciato male. Molto male.

Intervista di Renato Pallavicini – l'UNITA' – 24/04/2003



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