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GINO STRADA

INTERVISTA AD UN MEDICO IN GUERRA

Dallo scempio della distruzione delle statue dei Buddha da parte degli integralisti afgani alle "cose buone" di Emergency, l'associazione umanitaria che opera in varie parti del mondo e cura direttamente sul posto le vittime dei conflitti. Il nesso fra i due "fenomeni" non è certo immediato se non per una ragione squisitamente geografica: l'Afghanistan, spesso dimenticato da tutti.

Gino Strada, fondatore di Emergency, è attualmente impegnato nell'apertura di un ospedale a Kabul e racconta gratificazioni e delusioni, vite salvate e morti inevitabili di questi "medici senza frontiere".

Prima di tutto qual è la situazione sul territorio dove operate?

"La situazione in Afghanistan purtroppo arriva all'attenzione dell'opinione pubblica, solo quando si parla di due statue di Buddha. In realtà questa guerra è probabilmente il più grosso disastro umanitario a cui stiamo ancora assistendo, una guerra che dura da 23 anni, che ha fatto un paio di milioni di morti, 4 o 5 milioni di rifugiati, un milione di handicappati, quindi è una tragedia immane e la gente qui è al livello della sopravvivenza."

 In che modo scegliete le parti del mondo dove prestate la vostra opera umanitaria e volontaria?

" La filosofia di Emergency è sempre stata un po’ quella di andare a scegliere in base a episodi umanitari, a bisogni ovviamente esistenti e non soddisfatti. Questo ci porta inevitabilmente nei Paesi dove i conflitti sono più devastanti o dove gli effetti delle guerre sono prolungati e persistenti. Adesso, tra dieci giorni credo, apriremo il secondo ospedale in Afghanistan, questo qui appunto di Kabul, e quindi avremo un ospedale nella regione controllata dai talibani e un ospedale nella regione controllata dall'Alleanza del nord. Insomma, anche per sottolineare la nostra estraneità alle vicende della guerra, ci occupiamo semplicemente delle conseguenze."

 Sappiamo che avete un'emergenza nell'emergenza…

"In questo momento siamo alla caccia di oculisti."

 Come mai cercate oculisti?

"Perché non c'è un oculista in tutto il nord dell'Afghanistan e quindi non soltanto chi riceve una scheggia da una mina in un occhio ma chi ha una semplice cataratta è condannato alla cecità. Allora noi speriamo di trovare un oculista italiano che abbia voglia di passare qui alcuni mesi, da tre a sei mesi insomma, ad addestrare medici afgani e a fare interventi di base di chirurgia oculistica."

 Avete più bisogno di denaro o di medici?

"Beh, di tutti e due perché poi il denaro permette anche di pagare i medici che vengono…Troviamo moltissima gente disposta a venire un mese invece di fare ferie, è un atto molto generoso ma che purtroppo poi non ha molta efficacia. Noi siamo sempre alla caccia di specialisti fissi: di chirurghi soprattutto, ma anche di anestesisti, di infermieri, di fisioterapisti, di protesisti o di persone che abbiano competenze logistico-manageriali. Ovviamente in questi posti, e non certo per fare il management di una media azienda nel centro di Milano."

All'inizio di marzo avete ricevuto una donazione, un cargo di materiale dalla Cooperazione Italiana…

"Sì, 35 tonnellate che sono state inviate dalla Cooperazione Italiana e devo dire con grande piacere che questa organizzazione è estremamente attiva e attenta ai problemi dell'Afghanistan. All'aeroporto di Kabul è arrivato un grande Iliushin con medicinali, equipaggiamento e strumentario chirurgico. Una grande cosa, almeno per noi."

 Lei ha fatto questa scelta coinvolgendo i suoi familiari? E come?

"Io ho una moglie e una figlia cui tengo tantissimo, restano la cosa più importante della mia vita. Ho cominciato con questo lavoro dopo essermi sposato. Sì, non è facile fare questa scelta e gestire i rapporti familiari. Alla resa dei conti, si rinuncia a qualcosa però si ha tantissimo da questo mestiere."

 C'è qualche suggerimento che può dare alla gente per essere utile?

"Mi sembra che complessivamente Emergency sia una bellissima avventura, sul piano di una proposta culturale. Quindi il mio invito è quello di partecipare alla vita dell'associazione nei modi in cui ciascuno ritiene opportuno, in cui uno può. Insomma, prendete parte a quest'avventura!"

Intervista raccolta da Mauro Rattone

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