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Francesco Sangermano
L'UNITA'
21.02.2003

L'acqua non è una merce. E tantomeno può esserla per gli irakeni



FIRENZE. Acqua come bene comune e non come merce. Acqua come diritto umano imprescittibile da garantire a tutti gli esseri umani. Acqua come servizio cui destinare da parte della collettività la copertura finanziaria dei costi necessari per garantirne a tutti l’effettivo accesso. E acqua come simbolo di democrazia, attraverso una gestione della proprietà e dei servizi in maniera sostenibile. Quattro punti. Chiari e semplici. Sono queste le fodamenta su cui si baserà il forum mondiale alternativo sull’acqua, previsto a Firenze il prossimo 21 e 22 marzo, in concomitanza con l’appuntamento di Kioto cui parteciperà l’oligarchia mondiale dell’acqua e riaffermerà il primato del mercato e del capitale.

«Anche a Kyoto si affermeranno quattro principi - spiega Riccardo Petrella, presidente del comitato italiano per il contratto mondiale sull’acqua - ma opposti rispetto ai nostri. Si dirà che l’acqua è rara, che è un bene prezioso e che quindi deve soottostare alle ragioni del mercato; si ridurrà il tutto a un problema sociale per cui, non essendo assicurabile a tutti, l’acqua confluirà laddove circola più denaro; si spingerà per una gestione lineare del servizio affidandola al privato che ha più soldi rispetto al pubblico; infine, per combattere il divario tra domanda e offerta, si proverà a regolare quest’ultima proprio attraverso una manovra dei prezzi».

All’appuntamento, cui prenderanno parte associazioni, movimenti e gruppi provenienti da tutto il mondo, è previsto l’arrivo di mille delegati provenienti da 50 paesi tra cui personaggi di spicco come Mario Soares, Vandana Shiva, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Ignazio Ramonet, Danielle Mitterand e proprio Petrella. L’obiettivo è quello di promuovere una serie di azioni sul piano legislativo, politico economico e culturale e di realizzare una carta attraverso cui ribadire il “no” alla privatizzazione e il “sì” all’acqua come diritto per tutti. A maggior ragione visto il comportamento del governo italiano. «Siamo l’unico paese al mondo che ha definito per legge la privatizzazione delle risorse idriche, attraverso l’articolo 35 della Finanziaria 2002. Guardiamo a realtà come la Svezia, la Danimarca o la Germania. E perfino gli Stati Uniti, che il nostro governo pare ammirare così tanto, ha il 92% delle risorse idriche gestite pubblicmente».

Una scadenza importante, insomma, per fare il punto su un fenomeno dai contorni drammatici. Basti qualche numero: ogni giorno nel mondo 30mila persone muoiono per la mancanza di acqua potabile, per motivi sanitari ed alimentari, 800 milioni non hanno neanche il rubinetto in casa. E, inoltre, se un nordamericano arriva a consumare 1.700 metri cubi di acqua all’anno, in Africa la media è di appena 250 metri cubi. La penuria di acqua impedisce poi a 2,4 miliardi di persone di beneficiare di alcun servizio sanitario e 200 milioni di bambini muoiono ogni anno a causa di malattie dovute al consumo di acqua «insalubre». In media, globalmente, ogni abitante del pianeta oggi consuma il doppio di acqua rispetto all’inizio del ‘900, ma in Africa, negli ultimi 50 anni, la disponibilità è diminuita di tre quarti e meno del 60% della popolazione dispone di acqua potabile e di servizi igienici. Oggi 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile ma, è stato stimato, saranno 3,4 miliardi tra il 2025 e il 2035.

Intanto, però, un segno tangibile è già stato lasciato: acqua potabile come segno di pace per oltre 20mila cittadini dell’Iraq che ancora pagano, con la sete, il prezzo dei bombardamenti subiti durante la Guerra del Golfo. Una delegazione del Comitato italiano per un Contratto mondiale dell'acqua, partirà nei prossimi giorni alla volta di Bassora per costruire un impianto di potabilizzazione di acqua di fiume.



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