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L'Unità, 30.06.2003

L'unico pozzo d'acqua inquinato da scorie tossiche, decimato un villaggio in Nigeria


Era un vecchio pozzo, l'unico rimasto con un po' d'acqua, non utilizzato da anni, ma nella carestia in molti hanno ripreso calare i secchi e ad attingere acqua. E tutti quelli che lo hanno fatto sono morti, più di ottanta: donne, vecchi, uomini, bambini, persino l'imam, il capo religioso del villaggio. Si muore così in Nigeria nel terzo millennio, per una falda acquifera inquinata da sostanze tossiche, rifiuti esportati da altri continenti, penuria d'acqua potabile, acqua d'oro.

Tutte le persone morte abitavano nel villaggio di Janki, nel governatorato locale di Sule-Tankarkar. Le vittime, tra cui l'imam e capo del villaggio, sono morte nel giro di dieci giorni, ha spiegato il portavoce governativo Habibu Kila, «dopo aver bevuto l'acqua del pozzo che era inutilizzato e abbandonato da molto tempo». «La gente ha ricominciato a usare l'acqua del pozzo quando si è rotta una pompa che estraeva l'acqua da una falda in profondità. Questa pompa era l'unica possibilità per il villaggio di avere acqua potabile».

Nessuno ha pensato che le malattie e i decessi fossero causati dall'acqua del pozzo fino a quando un responsabile
dell'igiene e della sanità ha compiuto alcuni esami e si è accordo della contaminazione. Il portavoce ha affermato che il governo ha ordinato che la pompa sia riparata e il pozzo chiuso. Ma di chi è la colpa? Per le autorità nigeriane la colpa è degli abitanti che hanno attinto acqua da un vecchio e inaffidabile pozzo. Ma chi ha fatto sì che quella vena acquifera diventasse veleno? In Nigeria la dittatura militare al potere non consente libertà di parola e di protesta, come dimostrano le feroci repressioni di questi giorni dei lavoratori in scioipero negli impianti petroliferi. In compenso i colonnelli nigeriani godono da decenni dei favori e dei buoni affari con le potenze occidentali anche in fatto di delocalizzazioni industriali e smaltimento selvaggio di rifiuti tossici e nocivi (basterebbe ricordare le navi dei veleni degli anni Ottanta in partenza dall'Italia), scaricati spesso persino in alvei fluviali. Rifiuti pagati a prezzo d'oro ai colonnelli e scontati poi sulla pelle dalle popolazioni dei villaggi e dalle zone agricole e naturalistiche.

di red L'Unità, 30.06.2003



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