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Gianfranco Bologna
l'UNITA' 10 agosto 2002

DEL DIRITTO ALLA BUONA ACQUA
Johannesburg ultima spiaggia per il pianeta

A meno di tre settimane dal vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile crescono le preoccupazioni per quelli che potranno essere gli esiti del summit. A dieci anni dal grande vertice della Terra (la conferenza Onu su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992) abbiamo straordinariamente incrementato le nostre conoscenze scientifiche sugli effetti che l’intervento umano sta causando ai sistemi naturali. Tutti gli scienziati che a livello mondiale si occupano delle cosiddette Global Change Sciences, sono estremamente preoccupati per lo stato di salute dei sistemi naturali e per le loro capacità di rigenerazione rispetto ai nostri tassi di utilizzo e di recettività rispetto alle nostre produzioni di rifiuti solidi, liquidi e gassosi che ormai hanno assunto livelli insostenibili.

Tutti i numerosi rapporti internazionali che in questi anni si sono moltiplicati e sono stati prodotti da prestigiosi istituti di ricerca, accademie scientifiche e grandi programmi internazionali di ricerca (come l’International Geosphere Biosphere Programme, IGBP) hanno esplicitato, con una ricca messe di dati, le loro preoccupazioni.

Recentemente lo stesso Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) ha pubblicato il suo «Environmental Outlook 2002» in cui sono riportati i dati sulla «salute» dei sistemi naturali di fronte ai quali non si può restare inerti. Chi si occupa di cambiamenti globali ed ha una frequentazione con le foto da satellite che, in questi dieci anni, sono sempre più perfezionate ed accurate, può «vedere», si può dire in tempo reale, tra le tante cose, la trasformazione dovuta all’intervento umano di straordinari ambienti naturali, come le foreste o può assistere, al distaccarsi di masse di ghiaccio come la piattaforma «Larsen B» in Antartide con una superficie equivalente a quella della Val d’Aosta, dovuta verosimilmente all’incremento della temperatura media in quell’area.

Purtroppo quello che ci colpisce profondamente è la totale inadeguatezza della risposta politica. A fronte di questa migliorata conoscenza la risposta migliore che viene fornita è l’inazione, lo scenario migliore che viene proposto è quello «Bau» (Business As Usual): fare come se niente fosse.

Johannesburg potrebbe costituire la grande occasione per promuovere impegni concreti nella direzione delle energie rinnovabili, della corretta gestione della risorsa acqua, della tutela della straordinaria ricchezza di vita sul nostro pianeta che costituisce una sorta di «rete» senza la quale la nostra stessa sopravvivenza è messa a rischio, degli impegni precisi ed efficaci per cercare di sradicare la povertà, condonando i debiti, avviando processi e progetti di sviluppo sostenibile per le aree agricole, le foreste, le acque dei paesi poveri, per evitare che gli interessi commerciali siano sempre al primo posto rispetto agli interessi dell’ambiente e della salute degli abitanti della Terra. Ma tutto questo non sta avvenendo.

Si arriva a Johannesburg con testi preparatori, negoziati in ben quattro riunioni internazionali lunghe e defatiganti dalle delegazioni di tutti i governi, molto generici, privi di impegni concreti, di tempi entro cui raggiungere tali impegni e della specifica dei mezzi di implementazione degli stessi.

Il mondo della società civile, delle organizzazioni non governative, è mobilitato da tempo per avvisare i «potenti» della Terra che è giunta l’epoca dell’azione, dell’avvio di un’ineludibile cambiamento di rotta, che non si può continuare a credere che il nostro sistema economico e produttivo sia al di fuori dell’ecosistema globale come abbiamo fatto sino ad oggi, pensando che il solo obiettivo delle politiche di tutto il mondo sia il raggiungimento della crescita del Pil. Johannesburg è una grande sfida che non può fallire. Le responsabilità del fallimento sarebbero gravissime per il futuro di noi tutti e il costo dell’inazione sarebbe insopportabile.
A Johannesburg bisogna andare con la precisa volontà di cominciare a voltare pagina.

Gianfranco Bologna


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