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Pinochet, noi lo conosciamo bene

Nella decadenza della vecchiaia Pinochet ha il merito di riassumere le virtù di altri che gli somigliano, sia pure privi della stessa ferocia: sparsi nel mondo, anime non così nere, ma non immacolate. La furbizia del sopravvivere inventando nemici è la conferma di un metodo consueto a tanti uomini di potere. Il “testamento” di Pinochet (che è poi un'intervista Tv ad una cubana di Miami sentimentalmente vicina ai suoi ideali) diventa un monumento fondamentale innalzato alla strategia dei presunti innocenti, qualcosa come il decalogo nel quale il lessico della “vittima” (che si ritiene incolpevole) può essere trasferito ad ogni realtà. Pedagogia degli oppressori sensibili all'intrallazzo che nei tropici lontani prevede il delitto. Ma gli anni passano e i tempi nuovi modificano le definizioni, nella forma, non nell'uso della sostanza. I comunisti, per esempio.

Nel'60 rappresentavano quelle forme del male ormai monopolio dell'islamismo. Se i comunisti fossero spariti prima, chissà quanti Pinochet disoccupati e senza fortuna. Alibi svanito, ambizione punita. A meno di non resuscitarli come fantasmi prèt a porter, comparse da comizi. L'età di pinochet autorizza i ricordi: “I comunisti cercavano di imprigionare la patria, togliere la libertà. L'ho ripetuto tante volte ai cileni: se i militari non fossero intervenuti, i comunisti avrebbero impedito alla gente perfino di respirare. La guerra fredda in America l'ho vinta io...” Libertador – liberista: “Non voglio che le future generazioni pensino male di me e desidero che sappiamo realmente come ho tenuto fede agli impegni nella convinzione che liberismo e democrazia siano principi irrinunciabili”.

Altro principio facile da riprodurre in altre realtà è la lotta ai giudici politicizzati. Comunisti anche loro. Comunista Garzon per averlo costretto alla prigione rosa di Londra. 503 giorni di un esilio consolato da familiari e amici in pellegrinaggio nella bella casa di campagna dove, ogni tanto, la signora Thatcher andava a bere il tè. “Garzon cercava onori e carriera”, e si è aggrappato “a mio pare per farsi un nome sui giornali”, parole di Jacqueline Pinochet, figlia piccola, splendidi 40 anni, nove bambini e un carattere sbarazzino che la distingue dalla noiosità rapace della famiglia. All'amica cubana ha prestato salotto e giardino per filmare il testamento del padre. Comunista il magistrato cileno Guzman: ha osato rompere un patto fra gentiluomini raccogliendo le testimonianze dei torturati e dei figli delle vittime e pretendendo dalla Corte Suprema il sacrilegio del rinvio a giudizio. Insomma, ha alzato il dito sull'uomo del destino, del benessere promesso, dei giornali e delle Tv distribuite all'esercito in obbedienza agli ordini dell'altra America Repubblicana negli anni della guerra Iran-Iraq. Il marito di Lucia, l'altra figlia, avvocato e deputato di una destra che negli ultimi tempi ha sbiadito nel doppiopetto ma anni fa cavalcava con svastiche sulle camicia; questo marito, è riuscito a sventare il tradimento di Guzman. Che ha esasperato la famiglia Pinochet. Perché la famiglia Guzman appartiene alla buona borghesia cattolica e conservatrice. Ed ecco che il magistrato tranquillo all'improvviso si politicizza con sintomi inequivocabili. Chiede rogatorie, pretende di frugare nei conti in banca della Svizzera ed incrociare i trasferimenti per capire dove siano finiti i miliardi accumulati nemmeno in segreto del generale presidente; dal presidente distributore fi benessere; dal presidente diplomatico “il cui successo internazionale ha riscattato l'immagine opaca, precedenti governi che avevano ingrigito la patria”. Tipo di persecuzione del quale l'onorevole Previti è l'ultima vittima. Per fortuna il “teorema di Garzon si è scontrato con le verità della storia ed è stato sbriciolato”.

Ciononostante Pinochet viene costretto ad affrontare le torture della magistratura politicizzata. “Accuso che considero oltraggiose. Subisco un calvario a mezzo stampa che tutto imbroglia e tutto confonde. Ho combattuto la prospettiva di una rovina personale con le risorse degli affetti che mi circondano e del mio carattere che è forte sebbene non impermeabile al mare di vivere...Ho preso atto del fiorire della calunnia, fiore velenoso. Ho opposto a tutto questo la solidarietà delle persone che mi vogliono bene e la dignità che viene direttamente dalla mia coscienza...”. Le ultime virgolette non raccolgono le parole di Pinochet. Il generale ancién regime avrebbe unito la sua resistenza con l'orgoglio militare. Ma anche Marcello Dell'Utri nella lettera citata e inviata al dottor Ingroia, procuratore di Palermo, attraverso la prima pagina del giornale sincopato di Ferrara: anche Dell'Utri come Pinochet è “costernato per l'insensibilità della stampa”.

Il generale fa sapere che non si pente e non chiederà perdono. Perché dovrebbe? Prima di lasciare la Moneda e il comando delle forze armate, travolto dalla democrazia, ha chiesto ai suoi giuristi di mettere a punto una gabbia di leggi destinate a proteggerlo per sempre dalla punizione per i delitti commessi. Non perseguibile se ha superato i 70 anni, oppure sordo, o perché ha obbedito all'ordine dovuto o alla voce della coscienza votata al rispetto militare e alla difesa della patria, eccetera. Ma per disattenzione è rimasto uno spiraglio, svista della Cirami. E il procuratore Guzman con in mano le carte di 89 delitti la cui responsabilità diretta è provata, stava per trascinarlo davanti ai giudici, vittime e testimoni. Le toghe delle corti supreme dovevano qualcosa della carriera al padre della patria e hanno bloccato Guzman riconoscendo al generale la “demenza senile”. Libero perché non giudicabile. Finale triste, anche se stemperato dalla presenza (maggio scorso) di Pinochet a ogni festa importante: inaugurazione autosalone Mercedes, inaugurazione nuovo supermercato a Los Condes. Brindisi alle signore: cose così. Malgrado queste luci, la demenza resta umiliazione indecorosa per l'uomo che ha piegato il comunismo. Sconfitta da non citare nel manuale estremo per la sopravvivenza che la vita di Pinochet suggerisce a un certo tipo di protagonisti. Fino all'ultimo respiro.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 27/11/2003




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