| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

EDICOLA

Problemi di identità

Per tornare basta un aereo e poche ore di viaggio, ma lo spirito è lento: arriva sempre dopo, assieme ai ricordi. E per qualche giorno si resta sbalorditi nello spazio di nessuno. Il manifesto di Prodi che invita al tutti insieme per l'Europa, esce proprio nel limbo di un ritorno dal Cile sovrastato dalla morte dei ragazzi in divisa: quel dolore di mogli, madri e figli trasformato in macchina da guerra inquinando l'emozione di spettatori stravolti dalla commozione Tv.

Intanto Prodi spiegava quale pericolo alimenta il mosaico delle divisioni. Ma è difficile rompere il cerchio delle cittadelle dove ci si sente forti e si trema all'idea di aprire le porte per affrontare il cambiamento. O si aprono, polemizzando. Io non voglio lui, lui non vuole l'altro. Meglio da soli. Dico sì, ma al momento giusto posso cambiare. L'identità è il mio nome. Perché rinunciare al nome?

Devo gratitudine ad Emilio Fede: mi ha aiutato a rimettere a posto il fuso politico. “Lui”, e indica, col pollice piegato dietro l'immagine di Prodi apparsa alle sue spalle, “lui ride. Beato lui se è contento...Lancia un appello che divide anziché unire...Eppure ride...Lui...”. Pause, e mani che si allargano nella commiserazione mentre gli occhi ammiccano alla telecamera: visto come sono ridicoli? Informazione del mitico Tg4. Bisogna ammetterlo: una volta tanto la caricatura della notizia distribuisce una notizia quasi vera. Ma se i teatrini rallegrano la quotidianità, lo spettacolo sembra meno divertente a chi ha incontrato dall'altra parte del mondo i protagonisti di una storia finita male, purtroppo animata dagli stessi umori: la difesa delle piccole patrie partitiche trascurando il destino della gente. Metafora? Speriamo fantasia.

Trent'anni dopo la morte di Salvador Allende, Carlos Altamirano con la pena di chi non sopporta i fantasmi che lo perseguitano, riconosce il “tragico errore dell'aver voluto subito e tutto nel nome dell'identità politica” del suo partito socialista. Che era stato il partito di Allende e che governava il Cile nella coalizione di Unidad Popular. Altamirano aveva imposto la “nazionalizzazione immediata” di miniere, banche; espropriazione di grandi e piccoli latifondi. Aveva minacciato di distribuire armi a minatori e portuali se la melina dei dubbiosi allungava i tempi. Nel governo c'era anche il partito comunista. Con realismo tentava di frenarne lo scatenamento invocando “la stabilizzazione delle conquiste sociali” prima di allargare nuove conquiste. Pretendere di abbassare “subito” a 40 ore settimanali i contratti di lavoro ignobili che Allende aveva già limato da 50 a 44 ore, voleva dire scatenare la reazione delle holding il cui bastone restava militare. Si mormorava dei pericoli in agguato. I comunisti conoscevano la rabbia delle multinazionali. Nel 1946, un radicale fondamentalista – Gabriel Gonzales Videla – era diventato presidente col voto della sinistra. Ma dopo un viaggio a Washington rovesciava il programma, spostamento a destra precipitoso. Alla Cicchitto, tanto per capire. Comunisti fuori legge e in campo di concentramento a Pisagua. Protezione ossessiva dello sfruttamento inglese e nordamericano, dal salgemma al rame. Scioperi proibiti. Sindacati sciolti. Giudici in castigo. Ed operai che ingoiano quello che i Chicago's boys avevano deciso. Altro che 40 ore. Ecco perché, con Allende presidente, il vecchio partito non voleva che il consenso, raccolto voto per voto, fosse spazzato dalla furia Altamirano.

Allende non piaceva a Washington il cui impaccio era scoprire come aizzargli contro la borghesia moderata. Ma la riservatezza cilena alzava nebbie. Altamirano ha dato una mano a sgombrare il terreno ai falchi: spaventa e provoca con l'infantilismo dei principi sacrosanti nell'enunciazione dottrinale ma che non tengono conto del futuro della gente. Si aggrappano alle sue prediche gli scioperi organizzati dal Dipartimento di Stato. Washington assume (con pebsione) il sindacalista dei camionisti cileni, Leo Villarin. Organizza un blocco che inginocchia il Paese, eppure Altamirano non cambia programma.

Era cresciuto nella casa del proprietario di un'intera regione, Bio Bio, non sopportando gli ospiti stranieri ai quali nonno e padre affidavano ogni sfruttamento. Parlantina sciolta. Analisi che disarmavano ogni avversario; dibattiti che diventavano spettacoli. Odiato, ma coccolato, sempre interpellato per la gradevolezza del linguaggio, elegante come gli abiti ai quali è abituato. Allende aveva tre figlie, gli mancava il maschio e coltivava l'illusione di un erede sentimentale. Ma quanti tormenti politici fino alle ultime ore. Il piccolo dottore le aveva trascorse in famiglia, silenzio e pensieri neri; Altamirano a cena nella residenza dell'ambasciatore di Cuba. Lui e l'ambasciatore ricordano la piacevolezza delle analisi politiche mentre cominciava l'agonia. Il figliol prodigo aveva proibito ad Allende di dialogare con i democristiani, voti indispensabili alla sopravvivenza del governo. “Non possiamo sopportare la loro moderazione”. E il presidente si era affidato alla discrezione dell'arcivescovo Raul Silva Henriquez per un abboccamento segreto col segretario della Dc, Patricio Aylwin. Segreto, soprattutto, per gli alleati di governo.

Anche i democristiani erano divisi: Eduardo Frei padre, ex presidente, non sopportava “la confusione di Allende”, mentre Andrés Aylwin, fratello, deputato di Patricio, supplicava gli amici di partito “ad essere realisti” annunciando il pericolo che stava per addensarsi. Niente da fare. L'ala destra della Dc e i suoi notabili del Nord speravano in un golpe soft. I notabili del Sud coltivavano alleanze dalla doppia faccia convinti che i militari sarebbero tornati in caserma dopo sei mesi e ne erano talmente sicuri da compilare organigrammi per dividere le poltrone in sintonia con quello che chiameremmo manuale Cencelli. Rivendicavano “la difesa dinamica dell'identità cristiana contro il pericolo del disordine socialista”. Non tenevano conto dei dubbi dell'arcivescovo. Alcuni sceglievano laicamente due porte aperte. Passavano dall'una all'altra secondo le convenienze del momento. Umori della loro regione, alleanze locali, antiche promesse clientelari da riscuotere o da pretendere. Andirivieni di bisbigli, ammiccamenti spregiudicati: io faccio da solo, ma se tu vuoi, e i militari inquieti insistono, eccomi. E se Allende mi accontenta in quella cosa, Allende mi va bene. Con Allende o con i duri in divisa, l'importante era restare a galla nella speranza di continuare la rappresentazione del partitino nelle piazze e in Tv.

Anche a sinistra i radicali del ministro delle miniere Orlando Canturias facevano le pulci e pretendevano esclusioni. Il tale è troppo moderato: fuori. Altamirano è troppo estremista: imbavagliamolo su una poltrona dalla quale non possa nuocere. Ognuno si impegnava a distinguersi dall'altro per coltivare la prosperità del feudo al momento delle elezioni. Ma costruire assieme rappresentava il sacrificio più crudele, voleva dire soffocare un po' le ambizioni personali.

Trent'anni dopo Altamirano si sente responsabile della dittatura e torture e morti e desaparecidos: un milione di profughi su undici milioni di abitanti. Canturias mormora un po' commosso: “forse dovevamo essere più uniti”. Patricio Aylwin ed Eduardo Frei figlio non ne parlano volentieri delle strategie sbagliate di Eduardo Frei padre, convinto di riportare la Dc alla presidenza dopo qualche mese d'attesa all'ombra di carabineros, in fondo non malvagi. Solo Andrés Aylwin, fratello, non tace ma non prova gioia nel ricordare gli errori degli amici di partito. Li aveva previsti, continuava ad avvisare: come tanti altri ha pagato. Protetto dal censo di figlio di presidente della Corte Suprema, si è ritagliato una pericola libertà. Dopo un confino sperduto nelle Ande, per 17 anni ha sfidato il potere difendendo in tribunale imputati che il regime definiva “politicamente pericolosi per la patria e la libera economia”.

Storie di ieri, ma non proprio. Dodici anni dopo il pensionamento della dittatura, il cile non ritrova una democrazia compiuta perché ancora impacciato dalla rete delle leggi salva ladri e proteggi assassini che Pinochet e i suoi avvocati-ministri hanno intrecciato senza il disturbo di un'opposizione compatta. Architettura oggi difficile da smontare. Una specie di via crucis abrogare un solo codicillo. Le maggioranze richieste in parlamento dal dettato lasciato da Pinochet sono quasi blindate. Nella sua “saggezza”, il generale aveva indicato la promozione a senatori di diritto dei comandanti militari, i quali, a fine carriera “hanno facoltà di distribuire la loro esperienza in Parlamento”. Senza contare i privilegi concessi alle forze armate in modo da trasformarle, economicamente e industrialmente, in uno stato nello Stato. Il presidente della repubblica presidenziale non può ordinare né censurarle. Anche in Cile ormai contano un po' meno, ma Tv e giornali continuano a vivere nel loro mito. Il regime le ha affidate a mani sicure. Ed “estensori” ex militari sono dispersi in ogni redazione, soprattutto nel Mercurio, quotidiano che monopolizza l'informazione. A sinistra quasi nessuna voce. E la destra si prepara a riscrivere la storia degli anni di Pinochet prima delle prossime elezioni. Democristiani dalla parte del solito capitale. Democristiani dalla parte del solito capitale (Lavin, sindaco di Santiago, Opus Dei) e democristiani con la piccola gente, gli uni sempre di fronte agli altri. La tragedia non ha insegnato niente.

Sono passati tren'anni. I superstiti che alzavano la bandiera delle “identità irrinunciabili”, disposti a sfidare la reazione brutale pur di non impallidire la visibilità del partito o partitino come consigliava l'interesse della gente, recitano i mea culpa con contrizioni più o meno sfumate. Ma il dolore delle vittime e di chi è scappato; di operai e contadini ancora costretti dal liberismo imposto nella paura a paghe antidiluviane, sopportano la pena della storia distorta dalle vanità. Due generazioni ferite e la terza che sopravvive come può. La sofferenza di tutti per non annacquare le speranze personali di pochi. Valeva la pena?

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 23/11/2003




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |