| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

EDICOLA

Marcos dieci anni dopo

Dieci anni fa – 30 dicembre – l'emozione del turista che guardava i Maya delle piramidi, diventa l'emozione di chi in Italia aspetta notizie agitato dalle prime immagini tv. Racconti di viaggiatori chiusi in albergo, coprifuoco imposto da “terroristi mascherati”. Batticuore non previsto dai tour operator. All'improvviso le promesse dei depliant si confondono nel brivido di una rivolta. Emozione fantastica, soprattutto vera: non cartapesta son et lumière delle ghost city californiane. Incappucciati e armati, hanno occupato quattro città del Chiapas e per due giorni ne sono padroni. Perché Con chi se la prendono le raffiche lontane nella notte?

La filosofia del turismo organizza la spensieratezza nei libretti che accompagnano la vacanza paradiso: retorica di un divertimento che sfugge la realtà. Nessuno deve sapere cosa c'è dietro la siepe di bouganville dell'albergo. Anche perché nelle foto da portare a casa, gli indios del Chiapas, somigliano agli indios del Guatemala o degli altopiani del Perù. Stessi occhi, stesse rughe, miseria che non cambia. Faticoso decifrarne le diversità sfogliando solo il passato in quanto il presente ricade “nella politica” e il vacanziere non deve sapere.

Se la gente non sa perché quei contadini si sono mascherati, i grandi giornali riflettono la stessa insicurezza con appena qualche nota in più: tic tac delle agenzie. Aggrappati alla sigla dell'Ezln e alla rivoluzione di emiliano Zapata, nascondono dietro la pomposità del riepilogo della vecchia storia, lo smarrimento di orecchianti che non conoscono l'impegno dell'esercito sbucato dalla foresta. Nessun volto, neanche un nome. Finché una signora di Varese viene informata dal portiere dell'albergo di San Cristobal: chi comanda i ribelli è persona colta, parla inglese, francese, perfino un po' d'italiano. “Il suo nome?”, insiste la prigioniera rosa. “Mi pare Marcos...”. 2 gennaio '94: l'Italia svagata scopre il mito sul Corriere della Sera.

Un Marcos dalla radici borghesi. Marcos che frequenta l'università come ogni bianco benestante. Marcos che discute di politica e poesia con amici che vorrebbero diventare scrittori. Marcos che nella “dittatura perfetta” dei presidenti mani sporche del Partito Rivoluzionario Istituzionale – padrone da mezzo secolo del Messico – questo Marcos, annuncia una rivoluzione morale da combattere sulle montagne. Discorsi tra ragazzi. Qualcuno lo segue: novembre 1983. Ma l'inverno è duro in montagna. Resistono in pochi. Marcos resta perché affascinato da una dimensione sconosciuta: il tempo indiano è diverso dalle misurazioni dei calendari che segnano giorni e anni nelle città. Passato e presente si confondono. Gli anni hanno un'altra velocità “forse un'altra lentezza”. Il passato convive col presente i lo influenza con una profondità che sconvolge i nostri parametri. Ieri uguale a oggi. Marcos decide di ascoltare in silenzio, per capire. “Altrimenti a quale rivoluzione posso chiamarli se non conoscono gli umori che accompagnano l'attesa del riscatto?”. Si incanta ascoltando racconti che dovrebbero evocare la storia e si trasformano in favole. Guarda i contadini: prima di strappare i rovi chiedono scusa alla terra per il dolore che le stanno procurando. “Queste le bestie senz'anima celebrate dalla chiesa cattolica della colonna e dai nuovi politici del Chiapas?”. Marcos si confonde nella rete sociale decifrando i legami tra famiglie. Sette anni di silenzio per diventare “come loro2. Ma nell'angolo verde di un Messico che ricorda laghi e montagne svizzere, ai vecchi proprietari si aggiungono nuovi arrivi: funzionari del partito che gli scandali costringono a lasciare le città, militari a riposo e gli speculatori che il mercato comune con gli Usa comincia a richiamare. Chiapas vuol dire anche petrolio. Il latifondo si allarga: licenze concesse in un lampo ai potenti d'altrove. Proprietà indiane cancellate. Ogni richiesta delle comunità deve pazientare almeno vent'anni. Ogni rifiuto di sgombero per far posto al nuovo signore, viene punito da squadre paramilitari organizzate dai proprietari terrieri. I governi le finanziano “per tutelare l'ordine” . Dopo l'apparizione di Marcos e degli altri “per risolvere in fretta il conflitto”, da Città del Messico arrivano 68 milioni di dollari. Cominciano i massacri. Nei mercati o mentre pregano in chiesa. La paura dovrebbe farli sparire. Il 4 gennaio '94, sull'aereo dei giornalisti che corrono in Chiapas, un colonnello medico sta sistemando la racchetta del tennis delle vacanze: “Non val la pena andare lassù. La storia è già finita. Pensate davvero che un po' di contadini possa resistere a 40 elicotteri, 200 carri armati e migliaia di soldati? Non facciamo ridere con le bugie della miseria. Nella selva hanno tutto: acqua, mais, selvaggina. Se i giornalisti non avessero preso sul serio la mascherata di capodanno, nessuno se ne sarebbe accorto”. Invece continua.

Intellettuali e politici si innamorano del mito del subcomandante. Qualche brivido e chilometri scarponando per raggiungerlo in posti sicuri. I francesi: Danielle Mitterand e Regis Debray. Tedeschi, spagnoli, argentino. Garcia Marquez parla con Marcos tre ore. Vasquez Montalban lo segue per un giorno nelle ombre della capitale per “capire se sa ancora vivere in città”. Bertinotti fuma la pipa, gli regala un libro e lo invita a Roma. E il subcomandante ringrazia: sotto baffi e cappuccio si indovina il sorriso di chi non crede a questo tipo di irrealtà. Quando scende con mille uomini a Città del Messico, sembra la conclusione della lunga rincorsa anche se il governo non rispetta il cessate il fuoco lasciando mano libera ai paramilitari. Malgrado l'entusiasmo popolare, torna nella selva a mani vuote, nessun riconoscimento di un'autonomia culturale e sociale. Nessun freno concreto alla violenza delle squadre della morte. Sono passati dieci anni. Il sogno di Marcos è sempre lì. Ce la farà?

Sono mesi che Marcos ha ripreso il silenzio. Sta consolidando l'architettura costituzionale di tutte le comunità indigene. Ne definisce l'autonomia. Dopo dieci anni vede con chiarezza cosa deve fare. E ripete, e gli altri subcomandanti confermano, “al movimento zapatista la figura di Marcos non basta più”. Ne ha spalmato immagine e autorità sui cento protagonisti istituzionali il cui ruolo è ormai codificato: “La sua coscienza adesso è chiara. La lotta sarà lunga, come nella tradizione messicana. Le principali rivolte indigene sono cominciate al nord nel 1838, finite nel 1907. L'altra guerra delle Coste ha infuocato lo Yucatan dal 1942 al 1909. I cambiamenti generazionali trasformano i movimenti affinando le strategie. Impossibile fare un bilancio degli ultimi dieci anni. Sono solo i primi dieci anni.

Fino a qualche tempo fa Marcos usava la stampa come strumento di una battaglia mediatica, lasciando da parte i colpi di teatro coi turisti. Il settimanale “Proceso” (“Espresso” messicano) una volta al mese pubblicava le pagelle, voti che Marcos assegnava a giornali e Tv sulla corretta informazione del problema indiano. Trascriveva le favole ascoltate nella foresta. Libri presentati alla fiera di Francoforte. Ma la strategia è cambiata. Affida l'ultima intervista a un libro pubblicato da Jornada, il quotidiano più intelligente della capitale. Cinque anni di chiacchiere con la giornalista Gracia Munoz Ramirez: “Verità e dilemma, il fuoco e le parole”. La prospettiva sembra disegnata: per la prima volta i zapatisti sono schierati in armi a difesa delle comunità minacciate dai nuovi appetiti dei teranientes. Hanno avvisato i governi locali e federale. Un altro massacro e sarà la guerra. Da sei mesi nessuna violenza. Un improvviso silenzio delle autorità.

Quando dieci anni fa Marcos “conquista” San Cristobal, la chiesa cattolica stava riconoscendo agli indigeni la dignità trascurata da ogni governo. La storia del Vescovo Samuel Ruiz somiglia a quella del Romero somiglia a quella del Romero assassinato in Salvador: un conservatore che lentamente scopre la sofferenza dei diseredati. Da principio i grandi proprietari lo invitano a celebrare nel loro feudo: preparano pranzi sontuosi, letti morbidi, stanze affrescate. Ma appena Ruiz scopre che i proprietari fanno pagare ai contadini la “festa del vescovo”, va a dormire nelle loro baracche e l'idillio col potere finisce. Scopre gli indigeni lontani alla religione, retrocessi nella superstizione. Per troppo tempo abbandonati, cercano sollievo nelle voci del passato. Come Marcos, Ruiz fa domande e non distribuisce risposte. La sua dottrina penetra nella dottrina Maya. I principi della predicazione restano saldi, ma il modo di leggere “assieme il Vangelo si piega a intonazioni diverse”. La loro Chiesa autoctona è prevista dal Concilio Vaticano II eppure suscita reazioni dispettose sia nei conservatori della capitale che dal nunzio apostolico monsignor Prigione. Anche perché Ruiz crea ottomila gruppi di catechisti preparati a distribuire il nuovo modo di accostarsi a Dio. Nomina centinaia di diaconi. Penetra nel tessuto abbandonato, legandolo alla Chiesa, di conseguenza, coinvolgendola negli affanni che la gente ogni giorno affronta. Quando appare Marcos (“del quale sa ormai tante cose”), Ruiz non approva la dimostrazione armata, ma confessa di identificarsi con le necessità di chi protesta, e si impegna affinché le due parti – militari e incappucciati – si arrendano alla ragione in un incontro di pace. L'averli confusi nella stessa colpa scatena la reazione delle autorità. L'essere nominato mediatore negli incontri di pace, esaspera l'arroganza. Ruiz assediato da pistoleros del latifondo senza che i militari intervengano. Minacce, auto bruciata. E le parole pesanti del nunzio Prigione. Condanna il vescovo isolato e in pericolo. Quando L'Osservatore Romano ne prende la difesa, Prigione ribatte stizzoso: “L'Osservatore non esprime il pensiero della Santa Sede. E' solo un giornale cattolico”. Compiuti 75 anni, Ruiz vorrebbe restare ma la lettera scritta a Roma non riceve risposta. Lascia la guida al vescovo ausiliario e la conferenza episcopale messicana e il nunzio lampeggia: Raul Vera somiglia troppo a chi se ne va.

Comincia la rapida restaurazione. Il nuovo pastore – Don Felipe Ausmendis – va d'accordo con autorità federali, militari e governatore non a caso metodista in odor di setta. Torna il potere dei ladinos.

Come ogni alto Messico, San Cristobal resta un luogo frequentato da comunità cattoliche dall'impegno diverso. Ai giovani europei e d'America che arrivano nel mito di Ruiz, si aggiungono i ragazzi di Comunione e Liberazione, fortissima a Città del Messico dove i libri di don Giussani sono piccoli best seller. Senza contare l'intransigenza fondamentalista dei Legionari di Cristo, fondati da un vescovo messicano che vive a Roma. Considerano l'Opus Dei pericolosamente di sinistra. Questa l'immagine non allegrissima di San Cristobal della Casa, dieci anni dopo. L'impegno della Chiesa vicina alla gente viene annacquato nel rifiuto della teologia della liberazione. E Marcos si sta autocancellando per dar forza ai protagonisti nei quali si riconosce. Non vuole affiancare la propria immagine alle bandiere che sventolano il Che in ogni corteo del mondo. La concretezza contadina ha indurito la speranza nella praticità. La sua faccia è sconosciuta. Potrà invecchiare senza rimpianto sotto il cappuccio mentre il Che è morto giovane e non invecchia mai.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 07/12/2003




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |