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Dove vola l'imputato

Quale tribunale giudicherà Saddam? Il tribunale dei vincitori, resuscitando mezzo secolo dopo le regole di Norimberga? Magari con la presidenza make up di un magistrato irakeno, fragile paravento degli uomini in divisa. Oppure l'Onu coinvolto, finalmente? Poche speranze per la Corte dell'Aja, lenta e troppo rispettosa nel giudicare Milosevic, senza contare che ha condannato gli Stati Uniti per violazione dei diritti umani in Salvador, Nicaragua, eccetera. Nessuno le ha mai dato retta.

L’altro interrogativo riguarda gli spazi concessi alla difesa e la liturgia del processo. Che tipo di garanzie verranno riconosciute a un criminale di guerra depositario di segreti imbarazzanti per chi deve valutare l'orrore dei massacri e l'uso di armi e gas proibiti dal bon ton dei conflitti? L'ombra del processo al generale Noriega, dittatore di Panama, condannato con una formula d'accusa che ha scandalizzato mezzo mondo, comincia ad agitare i candidati democratici in marcia contro Bush nelle presidenziali del novembre 2004.

Manuel Noriega era un militare nei registri della Cia di Bush padre. Sua la bomba che ha fatto saltare l'aereo del generale Torrijos colpevole di aver preteso ed ottenuto dal presidente Carter il rispetto del contratto che prevedeva la restituzione della sovranità sul Canale l'ultimo 31 dicembre del secolo appena finito. Reagan e Bush ne avevano fatto il cavallo di battaglia della prima campagna elettorale. “Il Canale resterà nostro, Torrijos la pagherà”. Per conto di Washington, Noriega viene promosso alla guida del paese diventando la santabarbara delle guerriglie colombiane. Le nutriva con le armi leggere che gli passavano i comandi della zona americana del Canale. Gli strateghi Usa potevano controllare, frenare o accendere, secondo convenienza, ogni rivolta attorno alle foreste del petrolio. E tener d'occhio il mercato della coca. La guerriglia pagava con polvere bianca. Noriega la girava ai datori di lavoro. Theodore Roosvelt ripeteva che tipi così “sono gran figli di puttana, ma sono i nostri, vantaggiosi, figli di puttana”. Come Saddam, Bin Laden e perfino Pol Pot - usato nella strategia anti Vietnam - anche il generale sfigurato dal vaiolo, si è lasciato travolgere dall'onnipotenza. Eterna debolezza dei mostri che gli strateghi in doppiopetto si illudono di poter dominare. Noriega non consegna la coca; ne diventa mercante. Non tiene d'occhio Castro per conto del grande fratello; intreccia amicizie nascoste e fabbrica trappole per affermare un'indipendenza che è solo illusione. Nessuno gli ha mai rimproverato delitti politici, corruzione e miliardi sepolti in banche lontane, ma la disobbedienza cresce e nel dicembre '89 i paracadutisti Usa danno l'assalto alla sua fortezza. Operazione Giusta Causa. Bombardamento che distrugge il vecchio quartiere del Chorillo: 700 morti inconsapevoli, in una sola notte. Ma Noriega scompare. Per quattro giorni resta alla macchia in una nazione che non arriva a due milioni di abitanti, presidiata da sensori sofisticati, orecchie che colgono ogni sospiro del continente. Rozzo e anche stupido, si nasconde nella villetta del nunzio apostolico. Il quale lo convince a consegnarsi con la promessa del “giusto processo”. Condanna assicurata, troppe crudeltà. Ma il generale è sicuro di un finale diverso: i ricatti funzionano sempre. Quando il monsignore telefona al governatore americano del Canale, Noriega accoglie sorridente i militari. Ha sepolto documenti che scottano in banche sicure: “Dirò tutto. Il presidente Bush (padre) lo tengo per i coglioni”. Poi nessuno lo vede più.

Due anni dopo il processo è una delusione. L'assassinio di Trujillo e i delitti che annuncia d'aver commesso su ordine Cia, non sono contemplati nel capo d'accusa. Lo giudicano per traffico di droga e massacri ordinati dai cocaleros. In un angolo della sala le due figlie adorate tremano di spavento. Tremano per cosa dirà il padre: la loro sopravvivenza negli Stati Uniti dipende dalle sue parole. Per mesi non parla, ma quando la sentenza sta per essere pronunciata, si rivolge alla corte in spagnolo ricordando le medaglie che la Cia gli ha riconosciuto e la lunga obbedienza, cieca e assoluta, anche se gli ordini “erano ripugnanti”. Fa sapere di quando Washington gli aveva offerto il perdono purché se ne andasse con i miliardi accumulati. In silenzio. Comincia ad elencare nomi eccellenti, ma il giudice Hoeveler lo ferma: “Argomenti che non le sono contestati. Ininfluenti sul giudizio. La giuria non ne tenga conto”. E gli toglie la parola. Ma “Tony” non si arrende. Vuol parlare di Irancontras, aerei carichi di armi che il comandante Oliver North portava nella Baghdad del Saddam in guerra col fondamentalismo di Khomeini: “Panama era lo snodo importante…”. Gli era stato proposto di organizzare l'assassinio dello Scià di Persia rifugiato a Panama, isola Contadora, prima tappa del suo esilio americano. Per placare Khomeini e convincerlo a liberare i prigionieri americani dell'ambasciata potrebbero offrirgli questo sacrificio. Il giudice si arrabbia: “Non buttiamola in politica. Fatelo tacere”. Ordina di tradurre sottovoce alla giuria il memoriale presentato dall'avvocato di Noriega, Frank Rubino, per caso, ex addetto alla sicurezza del presidente Nixon. La stampa non doveva sapere, ma il New York Times sta per pubblicarli. Le figlie piangono: cosa sarà di loro se il padre insiste? Non può. La sentenza riguarda la piega minore dei crimini: narcotraffico, lavaggio di dollari, delitti per conto del cartello di Medellin. Sparisce così, e per sempre. Il silenzio è salvo.

Un anno dopo lo rompe Robert Graves, direttore della Cia sull'orlo della pensione. Intreccia la storia di Noriega a quella di Saddam, non per i voli Irancontras. Il consiglio di sicurezza, del quale era vicepresidente, aveva misurato l'opportunità di non liberare solo il Kuwait ma continuare la marcia fino a Baghdad per chiudere il capitolo Saddam con la prima guerra del Golfo. Un dubbio li tormentava. Saddam è più diabolico di Noriega. Eppure Noriega per quattro interminabili giorni era sparito. Se Noriega si è lasciato prendere per stupidità dopo l'attacco a Panama, Saddam poteva svanire per mesi in un paese più grande e complesso. E dai rifugi riempire con carte segrete mezzo mondo. Imbarazzanti per chi gli ha fornito il gas nervino, chi lo ha nutrito di armi, carri e petrolio per spingerlo a continuare nell'attacco all'Iran “Abbiamo allora deciso - scrive Graves - di soffocarlo con l'embargo, invitando le tribù ostili alla rivolta”. Spenta nel sangue: kurdi e sciti abbandonati alla follia del dittatore.

Ecco l'incognita: il Saddam che apparirà nel processo, di quali accuse precise dovrà rispondere? Gli sarà permesso di raccontare la comprensione delle persone che gli hanno dato una mano a scatenare l'inferno? Farne i nomi, mostrare i documenti? Oppure, come Noriega, rassegnarsi al silenzio per salvare quel po' di famiglia che rimane. Come dubitava Robert Graves, l'imputato è imprevedibile e spietato: pericolo vagante. A meno che…

Maurizio Chierici – L'UNITA – 15/12/2003




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