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Von Trotta, il dolore nascosto

La memoria collettiva evoca un dolore non proprio sepolto, solo schiacciato nel tempo. Tipo di sofferenza legata al filo delle ingiustizie lontane i cui fantasmi è impossibile allontanare. Sempre ricordi di infelicità. Se ne è parlato in questi giorni raccogliendo le voci nel coro di chi si è salvato e ancora racconta le pene e gli amici che ha visto morire. Ma al di là delle memorie terribili, è quasi impossibile recuperare la pena quotidiana di chi viene travolto da un grande avvenimento nel quale si perdono le piccole abitudini di chi scappa. Storie di ieri che oggi continuano: ogni giorno le stragi, ogni notte uno sbarco. Tante facce in fila nei verbali delle polizie. Quali affetti, sapori e profumi hanno lasciato alle spalle? E che tipo di sofferenza li accompagnerà per sempre? Nessuno se lo chiede o cerca di capire. Anche i discorsi che vorrebbero essere di solidarietà a volte diventano specchi del presenzialismo politico.

Durante la visita a Nassiriya, cambio di guardia del contingente italiano, il presidente Casini ha parlato di missione umanitaria nella terra martoriata di un Paese a pezzi. Ma dimentica di ricordare chi ha bombardato, con che impegno internazionale i nostri soldati sono lì, in obbedienza a un ambiguo ordine morale. Dimenticando, soprattutto, le mille storie familiari che ogni violenza sgretola per sempre attorno al campo dove l'infelicità sventola accanto alla bandiera italiana. Non le sapremo mai. Ma il suono delle retorica sbalordisce chi ascolta. Passione, promesse e belle parole: finisce così. Anche i film del ricordo scelgono di sbalordire la fantasia dello spettatore con orrori scenografici i quali lasciano in ombra i sentimenti ripiegati nelle persone senza nome. Non è il caso di Rosenstrasse, Berlino attorno al Muro tra il 1938 e i nostri giorni. Ricordo di donne “ariane” che hanno difeso i mariti ebrei. Storie di madri, di figlie e di sorelle avvolte negli incubi del nazismo. Paradossalmente la difficoltà di una ricerca non superficiale la testimonia Margarethe Von Trotta, regista del film. Ne abbiamo parlato mentre scriveva il copione. Paradossalmente, perché preferisce raccontare il dolore degli altri ma non sopporta di rappresentare la tragedia della disgregazione della sua famiglia il cui lieto fine le si è rivelato mezzo secolo dopo: all'improvviso. “Non sono pronta. La ferita è ancora aperta”.

La rivelazione arriva nei giorni del Leone d’oro di Venezia vinto con Anni di piombo, due sorelle divise dal terrorismo: “C’è il ricordo di una sorella?”. “Sempre la stessa domanda e sempre la stessa risposta: niente sorelle. All’improvviso la risposta cambia: adesso una sorella ce l’ho”. Dal passato spunta una signora che ha visto Margarethe in televisione e scrive una lettera strana: “Sua madre si chiamava Elisabeth? Veniva da Mosca?”.

La madre era morta da poco e la Von Trotta aveva in mente un libro sulla loro vita nella Berlino anno zero, così diversa dalla città che adesso corre sotto le finestre. “Le ho risposto: se davvero l’ha conosciuta, mi racconti qualcosa”. Per una figlia era solo amore e tenerezza. A Magarethe piaceva scoprire come gli altri avevano guardato la madre. E la signora misteriosa si fa viva “Anch’io vorrei parlarle. Credo d’essere sua sorella...”.

Margarethe scuote la testa: vorrà fare quattro chiacchiere, deve essergli piaciuto l’ultimo film. Si incontrano nel giardino di un albergo di Wiesbaden “C’è un caffè”, le aveva detto al telefono la signora dell'appuntamento. “Lei non mi conosce, ma io la vedo sui giornali: le verrò incontro”. E quando le va incontro il cuore di Margarethe si ferma. Occhi e colori della madre, una certa ingenuità, stessa allegria. Fino a quel momento aveva creduto d'essere la sola figlia. Sola, con l’eredità del cognome di una donna non sposata. Quando Margarethe è nata, la madre aveva 42 anni; il padre faceva il pittore, legato a un matrimonio senza figli. Voleva adottarla, ma la mamma rifiuta. L’ha scoperto dopo, nelle lettere di un cassetto. “Questa bambina resta solo mia”. Perché “questa”? Curiosità di un momento che subito la Von Trotta dimentica. “L’intesa era profonda. Le parlavo di tutto. Sempre sole, lei ed io. Fuori c’era la guerra e poi le macerie. Poco da mangiare, vestiti che erano stracci: angoscia della povertà. Ma la mamma era lo schermo sul quale rappresentava un’altra vita. Non voleva il mio spavento. Girava le pene del freddo e della pancia vuota nell’allegria che una bambina riesce subito ad imitare. Benigni lo ha capito ne La vita è bella. Una specie di amica serena. Tagliava le difficoltà sorridendo per proteggermi. Non potevo immaginare che nascondesse il segreto di una sorella”. Anni di bisbigli in una stanza senza vetri. “La mamma andava a lavorare e mi affidava ai vicini scappati dall’altra Europa, come noi molto poveri, come noi prigionieri di una stanza, quasi un lusso nella città in rovina. Balbettavano la scontentezza. Grugniti. Non stavo bene con loro. Non ho mai capito perché si fosse rassegnata a vivere accanto a gente cosi: lei, elegante, parlava tante lingue. A Mosca le famiglie aristocratiche discorrevano in francese, ma usavano anche il tedesco: qualche volta italiano e inglese. In quella Berlino aveva un posto da segretaria, non so di quale commissione, russa o americana. Le finestre senza vetri della casa sgretolata dai proiettili erano chiuse con fogli di cartone. Niente riscaldamento. Muri che si coprivano di muffa. Voglio una sorella per giocare, supplicavo. Qui ? rispondeva la mamma girando gli occhi. Dove la mettiamo?”. La felicità della domenica era restare a letto, coperte fino al naso, abbracciate per scaldarsi. Dalle fessure filtravano fili di luce. Disegnavano strane figure sulle chiazze dell’intonaco sopravvissuto agli scoppi. “Mi chiedo se l’amore per il cinema sia cominciato con questi segni. Ascoltavo la sua voce cercando di immaginare nelle ombre del muro i cavalli, i boschi, la barba dello zio di Mosca”. Margarethe ricorda come un sogno la Berlino dei palazzi diventati scheletri, strade coperte da pezzi di case. Cambiavano spesso abitazione. Traslochi, tirando un carretto. Tre traslochi, ripeteva la madre senza drammatizzare, equivalgono a una bancarotta. E con questo sono dieci... “Eravamo tutti provvisoriamente falliti e nei discorsi coi vicini la mamma affrontava il problema se fosse giusto crescere i bambini nella città desolata, ma appena si accorgeva delle nostre orecchie tese, girava i dubbi in risate. E noi ridevamo pensando a un gioco”. Ecco perché Margarethe conserva una memoria felice: si sentiva molto amata. Poi, la vecchiaia, malattia che la madre sopporta male: “Chi sei?”, chiede quando la figlia la va a trovare: “Tua figlia”, risponde: “E tua sorella dov’è?”. “Poveretta”, pensa la Von Trotta, ma più tardi indovina il desiderio di recuperare il segreto nascosto nel passato.

I Von Trotta abitavano a Mosca nella casa di uno zio simpatico e squattrinato: aveva perso tutto giocando a Montecarlo. Erano scappati alla caduta dello zar. Radici della famiglia in Turingia, Germania Orientale lasciata mille anni prima per colonizzare pianure e città dell'oriente misterioso al seguito dei cavalieri teutonici. Poi case e proprietà bruciate dalla rivoluzione. Si ritrovano in Polonia, Stettino: tasche vuote. “Mia madre povera, bella, aristocratica si innamora di un conte che l’abbandona. Per una famiglia come la sua avere una figlia non sposata e che aspetta un bambino, diventa vergogna insopportabile. Con gli ultimi risparmi la chiudono in un collegio per signorine nobili, lontana da tutto. Appena nasce, la sorella viene data in adozione”. Cresce nella famiglia di un chirurgo e mentre Hitler proclama le leggi razziali, il dottore deve vergognosamente dimostrare di non aver accolto una bambina ebrea. Fa ricerche, scopre la verità ed è la verità che non nasconde alla figlia, ma il timore di vederla partire alla rincorsa della madre, trasforma il passato nel racconto di una principessa russa uccisa dalla rivoluzione. “Ed è diventata donna immaginando il castello perduto e una ricchezza così diversa dalla miseria delle stanze della mia Berlino. Aveva sognato. Avevamo sognato. La rivelazione dell’essere sorelle distrugge una parte fantastica della nostra adolescenza. Impossibile raccontarla in un film”.

Quante madri e bambine Von Trotta stanno vagando fra le macerie dell’Iraq bombardato, Kurdistan dei morti, Cecenia invasa, Afghanistan che sanguina, Africa dove i massacri continuano? Alla ricerca di una casa e dei ricordi, lievito di ogni vita. Le consoliamo con scatolette, qualche coperta, belle parole, strategie disegnate negli incontri dove tutti sorridono attorno ai tavoli della diplomazia, ma nessun piano di pace si occupa di cogliere la tristezza quotidiana che accompagna e accompagnerà per sempre milioni di disperati. Un male che non guarisce.

Maurizio Chierici – L'UNITA' - 02/02/2004




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