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Qualcuno ricorda il vescovo Romero?



Il fumo della guerra sta diventando l'abitudine delle televisioni accese in ogni casa. Per dare un senso all'angoscia e allargare la memoria delle marce nelle strade del mondo, voglio ricordare un uomo di pace, ucciso 23 anni fa, oggi, 24 marzo: Oscar Romero, primate del Salvador, secondo vescovo nella storia della chiesa assassinato sull'altare. Thomas Beckett, arcivescovo di Canterbury era morto nella cattedrale nel 1170. Il suo re, Enrico II d'Inghilterra, aveva lasciato intendere ai cortigiani che Beckett dava fastidio. Lo stesso sussurro ha fermato Romero.

Forse ne hanno sentito solo parlare i ragazzi che oggi agitano le bandiere. Non erano nati quando gli hanno sparato, ma la radice della violenza è la stessa, come i protagonisti che allora la nutrivano nell'ombra. L'ambasciatore americano importante risiedeva in Honduras, si chiamava Negroponte, uomo chiave nella “normalizzazione” di un Centro America disperato. Poche famiglie attorno a uomini forti in divisa indottrinati a Panama nella famosa Scuola delle Americhe dove professori del Pentagono educavano i militari latini a combattere psicologicamente la sovversione. Quei colonnelli dagli occhiali neri che hanno dominato le dittature anni '60 e '70 imparavano qui. Sovversione, che poi era fame, mancanza di libertà, squadre della morte. Sotto l'ala di Negroponte, uomo Cia, si preparavano le guerre di liberazione dal “terrorismo comunista”: contras che sparavano in Nicaragua per liberare gli indios Misquitos (oggi abbandonati in una miseria senza speranza) o per addestrare le truppe anti guerriglia di Guatemala e Salvador. Sembra un secolo fa, invece Negroponte è ancora sulla breccia. Lo abbiamo visto in Tv, ambasciatore alle Nazioni Unite: era al posto di Colin Powell quando l'ispettore Blix ha letto l'ultimo rapporto sull'Iraq. Alle sue spalle – ieri come oggi – c'è sempre un Bush. Il padre aveva arruolato Negroponte nei servizi segreti quando dirigeva la Cia e per la fiducia che nutriva gli aveva affidato la missione speciale in Honduras mentre sedeva alla Casa Bianca, vice del presidente Reagan. Romero si è trovato ad affrontare la disperazione di quasi tutti i salvadoregni, e la rabbia delle grandi famiglie che dominavano gli affari. Solitudine ancora più drammatica di quelle di Beckett. Romero era stato scelto perché moderato e senza ambizioni. Un piccolo monsignore, ma i vescovi le cui famiglie appartenevano all'oligarchia ne erano infastiditi. Tre settimane dopo viene ucciso il gesuita di cui Romero era grande amico: padre Rutilio Grande, impegnato socialmente ad Aguillares, capitale allucinante della canna da zucchero: “Non sappiamo chi è stato, ma sappiamo che padre Rutilio era comunista”, gli spiegano i generali. Romero ne conosceva i pensieri nascosti e capisce costa sta per succedere. I preti giovani, da lui ordinati, vengono uccisi uno dopo l'altro, ma prima torturati per far capire che la Chiesa deve tacere. Cinque, in pochi mesi. In una conferenza aperta ai giornalisti in occasione della “visita dell'ambasciatore dell'Honduras Negroponte”, l'ambasciatore americano in Salvador risponde di non sapere nulla dei delitti e “di non ritenere opportuna la sospensione del contributo giornaliero di 6 milioni di dollari versati da Washington ai militari salvadoregni impegnati a combattere il terrorismo comunista”. La guerriglia, insomma. Che aveva due anime politiche: Guillermo Ungo socialdemocratico, sostenuto dal cancelliere tedesco willy Brandt. E Ruben Zamora, alle cui spalle c'era l'internazionale democristiana finanziata dal presidente del Venezuela Caldera.

Nel libro, uscito da poco, che raccoglie gli interventi di uno degli incontri con i quali si accompagna la possibile beatificazione di Romero (difficile per l'opposizione dei conservatori del Vaticano), Vincenzo Paglia, vescovo di terni, impegnato a promuovere la beatificazione, ricorda che è “frequente vedere Romero presentato come un rivoluzionario. Se si scorre internet si notano perfino gruppi rivoluzionari che portano il suo nome”. Chi l'ha conosciuto sorride. Come ripete Paglia: “Era solo un vescovo al servizio di Dio”. E Roberto Morozzo della Rocca, curatore del libro pubblicato dalla San Paolo, avverte: “Riassumere la sua vita con gli slogan, può essere suggestivo, può favorire la militanza per un'ideale, ma non lo consegna alla storia come merita”.

Sono passati 33 anni. E' sparito dalle magliette il volto di un vescovo che un tempo i ragazzi portavano in giro stampato accanto alla giovinezza del Che. I protettori di chi gli ha sparato (ed hanno sparato, poco dopo, a quattro gesuiti) sostenevano il dovere di difendere “civiltà cristiana e mondo occidentale dal pericolo comunista”. Oggi l'ultima parola si è trasformata in “forze del male”, ma la voglia di controllare ogni briglia è la stessa. Eppure questa guerra ha cambiato qualcosa per sempre. Le parole del Papa. Ammonisce di non usare le armi incontenibili di un esercito figlio della grande industria col pretesto di difendere cristianesimo e civiltà occidentale. Non era mai stato tanto chiaro. E la voce di Giovanni Paolo II ha preso forza nel ribadirlo. In fondo, è anche il primo riconoscimento di Roma al sacrificio di Romero. Vescovi e cardinali avevano taciuto lasciandolo solo. E i difensori del Dio della famiglia Bush si sono fatti coraggio preparando l'ultima benedizione dei killer. Qualche volta il piccolo monsignore piangeva con gli amici, ma senza disarmare. Tre mesi prima che l'uccidessero tentava ancora la pacificazione tra massacratori e massacrati: voleva raccoglierli in una conferenza di pace. “Ma non è un'utopia?”, gli ho chiesto un po' sbalordito dall'ottimismo: “Guardi come sono vestito. Se non credessi nell'utopia vestirei così?”. Ieri, domenica, per un momento le immagini tv hanno smesso di inseguire i missili con l'eccitazione dedicata ai bolidi di Formula Uno: il Papa gridava il suo sdegno dal balcone di piazza San Pietro. Nessuno può usare la guerra facendo finta di difendere cristianesimo e civiltà occidentale. Dopo 33 anni l'utopia di Romero è diventata una realtà riconosciuta dal Vaticano. Finalmente.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 24/03/2003




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