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Accade a Cuba

Il Che non ha mai pensato a fare soldi. E Korda, autore della foto che ne ha fermato la giovinezza, non si è mai proposto di metterne da parte. L'ha regalata a Gian Giacomo Feltrinelli: se n'era innamorato. E Feltrinelli l'ha regalata ai ragazzi del '68. Eppure Diana Diaz Lopez, erede dell'archivio del padre, è andata a Parigi a chiedere a Reporter Sans Frontières un milione di euro. I giornalisti di Reporter volevano usare l'immagine, bandiera di ogni corteo, per una cartolina con didascalia non reticente: “Benvenuti a Cuba, la più grande prigione del mondo per giornalisti”.

L'ingiunzione li ha fermati. Hanno promesso di distruggere manifesti e fotografie, ma la signora insiste: non mi fido, devono pagare. Un disastro che asciugherebbe le casse dell'associazione nata per difendere l'informazione nei paesi che non informano. Come mai Diana Diaz all'improvviso si stabilisce a Parigi? Forse perché Reporter stava per aprire una sede a Miami nei dintorni della Fondazione Cubana-Americana, quei reduci che hanno trovato un posto al sole predicando contro Castro e controllando voti e raccogliendo riconoscenze politiche nella Florida repubblicana.

Mettere in crisi le casse di Reporter può essere la contromossa del governo dell'Avana. Il quale si guarda bene dall'apparire, manda la figlia di Korda. Fondamentalmente Reporter ha ragione: accusare la stampa di travisare la realtà, è il gioco di ogni autocrazia. Ma resta il dubbio: sono davvero giornalisti i 75 in galera ? Solo uno ne ha il censo: Raul Ravero, ex corrispondente di Prensa Latina (Ansa cubana) a Mosca, Londra, Parigi. Gli altri si definiscono “cronisti indipendenti”, poeti, scrittori col libro nel cassetto, professori in pensione. Funziona così: collaborano a Cuba Net, giornale elettronico di Miami finanziato dalla Fondazione degli irriducibili. Trasmettono commenti e informazioni dai computer della Sezione Affari Usa, lungomare dell'Avana. Hanno diritto a farlo ed è assurdo imbavagliarli anche se il loro giornalismo è un'ambizione insolita. E poi perché scegliere solo computer americani e non ambasciate spagnola, francese, italiana, governi ugualmente a destra?

Il diario di chi ritorna a Cuba raccoglie tante sorprese. Le “parole parallele” continuano a piegare entusiasmo e ambiguità con una regia che da 45 anni non cambia i riflettori. Da una parte e dall'altra. Davanti alle finestre dell'albergo la tempesta scuote il mare che divide Castro da Miami. Inonda il Malecon, fa rabbrividire i soldati verde oliva di guardia alle inferriate della Sezione Affari americana; sciacqua il piedistallo sul quale José Marti, padre della patria, indica con mano feroce il palazzo del nemico: Usa che tramano contro la rivoluzione. E le nuvole volano basse come bombardieri, metafora dei rapporti che ogni tanto precipitano in una crisi di nervi. Sembra la vigilia dell'invasione fatale da mezzo secolo rimandata. Si scatenano radio, Tv, giornali: cinque cubani prigionieri a Miami per “aver guidato Fbi e Cia” nello smascherare chi semina bombe dentro gli alberghi dei turisti o uccide un manager italiano o fa saltare aerei alle Barbados e progetta il colpo clamoroso contro l'American Air Lines per rovesciare l'infamia sul Castro invecchiato, ma sempre lì; queste cinque “spie della pace”, giacciono in una prigione della Florida. Condanne durissime. Colpevoli di una buona azione: versione cubana. Colpevoli di rubare i segreti dell'esercito del primo paese del mondo: versione Washington. Eroi divorati dal mostro Bush che protegge i terroristi. Intrusi finalmente dietro le sbarre. Cuba nido di serpenti. Usa, superpotenza egemonica che esporta fame e guerre. Il ping pong va avanti da mesi col ritmo che ha infiammato il caso Elian, bambino conteso tra il padre e i parenti di Miami. Chissà quando finirà.
La Tv cubana distribuisce un patriottismo noioso come i quiz delle Tv che specchiano la nostra felicità, ma per l'occasione si risveglia dal silenzio e ricostruisce la cospirazione sintonizzata ai rancori dei nostalgici dell'invasione fallita nella Baia di Porci, 42 anni fa. Vecchi pirati, bombe e mitraglia sotto l'ala del Bush fratello, governatore della Florida. Trame e slogan non cambiamo. Salviamo Cuba dal comunismo. Subito la replica: prepariamoci a resistere. O patria o muerte. In ogni albergo chiedono firme di solidarietà per “i martiri”; ogni riunione fa sfilare sul palco ragazzi e professori, magliette con le cinque foto bianco e nero dei prigionieri “dell'imperio”. E Radio Marti risponde da Miami: l'ora fatale sta per scoccare: smascherate le trame, Fidel ha le ore contate. Difficile districarsi nel labirinto delle parole parallele, e capire quale capitolo si stia sfogliando.

A Miami, libreria Barnes e Noble, tra il giardino di Madonna e la piscina di Stallone, nella Coral Gable dove si abbronzano i miliardari ci si confonde nella folla degli irriducibili anticastristi accorsi ad ascoltare il dibattito che dovrebbe chiarire quale passato, quale presente e quale futuro quattro professori della Florida University e di Harvard prevedono per Cuba. Incontro promosso da Radio Mambi i cui inviti quotidiani sollecitano “la fine dell'anticristo Fidel, da rovesciare con qualsiasi mezzo, compreso il terrorismo, perché terrorismo non è la parola onesta per definire chi spara in guerra”. Arriva un bel signore, ciuffo alla Tom Cruise ormai ingrigito. Le luci della Tv lo abbagliano: Lincoln Diaz Balart, deputato al Congresso, parente discolo di Fidel, figlio di una cugina, guida sui banchi di Washington l'opposizione feroce. “Forse ci siamo…”, sorride alla giornalista platinata che fa domande sul tramonto di Castro. Ma dopo aver ascoltato per un'ora gli esperti togati, esplode l'indignazione contro il professor Jorge Dominguez: “Menzogne - urla con rabbia -. Noi repubblicani rovesceremo Castro. Mai ci abbassiamo a trattare coi comunisti”.

Il professor Dominguez stava solo illustrando il bollettino ufficiale del ministero del commercio, informazioni trascurate da giornali e Tv, a Miami e all'Avana. Fa capire come il presidente Bush si sia arreso agli interessi dei produttori di grano e allevatori di bestiame, grandi elettori. Avvicinandosi la stretta elettorale ha bisogno del loro sostegno: milioni di dollari, spot e rodei alla cow boy. Li sta accontentando. Negli ultimi due anni Cuba è diventata partner economico prezioso. Da fanalino di coda nella classifica delle esportazioni, é salita al trentacinquesimo posto lasciando alle spalle Svezia, Danimarca, Portogallo, Sud Africa. L'Avana preferisce far spesa negli Usa allontanandosi da Costa Rica, Honduras, Panama, Peru. Entrerà nei primi trenta clienti alla fine del 2004. L'anno scorso ha comperato prodotti agropecuari per 257 milioni di dollari. Il 90 per cento dei polli che i vacanzieri mangiano sotto le palme dei Carabi vengono dall'America profonda: Archers Daniels Midland, fornitore privilegiato. Sempre statistiche di Washington. E non solo tavole imbandite: 85 giganti del turismo stanno per sbarcare con catene di alberghi e ristoranti. Chi se ne frega dell'embargo. Inutilmente, dieci anni fa, il nostro Valerio Riva metteva in guardia gli sventurati che si illudevano sul futuro turistico dell'isola perduta. Dopo canadesi, spagnoli e italiani (185 mila vacanzieri l'anno), gli odiati americani si buttano. Già ridono a piena gola negli ascensori del Nacional e si arrendono alla seduzione di moqujitos e daiquiri canticchiando con le chitarre degli intrattenitori: “comandante, Che Guevara…”. Il professor Dominguez tradisce la propria fede repubblicana ed il rispetto per strategie dal risvolto elettorale: “siamo riusciti ad allargare le proposte populiste dell'amministrazione Clinton con la concretezza che favorisce l'economia degli Stati Uniti”. Prima di lasciare la Casa Bianca, Clinton aveva permesso di esportare direttamente a Cuba “viveri e medicinali di prima necessità”. Adesso arriva tutto, e Bush allarga le vetrine bloccando ogni sei mesi la legge Helms-Burton, ultras che pretendono di esasperare l'embargo.

Non è solo questione di soldi, insiste uno dei professori, suscitando lo sdegno della libreria. Cuba ha accettato in silenzio che gli Stati Uniti ingabbiassero a Guantanamo chi è sospettato d'essere figlio spirituale di Bin Laden. Insomma, terrorista.

E contro quel terrorismo ha offerto collaborazione agli Usa dopo le Torri Gemelle. Militari cubani e militari americani si incontrano ogni settimana per pianificare sicurezza e salute pubblica attorno al campo Usa dove i prigionieri restano bestie incatenate. Militari americani fanno visita agli ospedali della Guantanamo cubana per controllarne le risorse sanitarie nel caso qualcuno di loro avesse bisogno di cure urgenti che la base Usa non contempla. Militari cubani e militari americani discutono una volta al mese come coordinare il pattugliamento dei guardacoste per intercettare le barche di chi scappa e i motoscafi superveloci della droga. E gli agenti della Dea lavorano da tempo all'Avana assieme gli agenti dell'Avana: guerra alla cocaina. Gli Usa stanno aumentando l'espulsione dei balseros. Arrivano sfiniti nella Florida della libertà e subito vengono rispediti: “indesiderabili per ragioni morali”. Mai una volta che spieghino quale moralità hanno violato. E quando tornano a Cuba nessuno fa domande, quasi avessero sbagliato treno: solo un peccato veniale. Ecco l'indignazione e la meraviglia per le condanne a morte che hanno sconvolto il mondo. Un pugno nella quiete, all'improvviso, ma perché? Il decalogo del buon vicinato illustrato dai professori nella libreria di Miami riserva sorprese ignorate. Nessuno ne prende nota, né i giornali raccoglieranno l'elenco sia a Cuba che a Miami, altrimenti l'ansia degli slogan dove va a finire?
Intanto all'Avana è aperta la fiera del libro nella fortezza che domina il porto.

Folla da San Siro quando giocano Inter e Milan. I visitatori possono comprare in pesos e saccheggiano ogni scansia. Quindici giorni così, poi tende e libri vanno in tournée in ogni città del paese. Migliaia di volumi venduti. Forse per vocazione, forse effetto di una attenta riforma scolastica o merito dell'impossibile Tv, i cubani restano i lettori più accaniti del mondo. Comprano Saramago e Camus, perfino l'eretico Cabrera Infante e il grande Alejo Carpentier il quale aveva lasciato Castro dopo anni di entusiasmo. Ristampati e mangiati come pane. Si propone la Divina Commedia, torna la vita di San Francesco. Poi Marco Lodoli e il suo “Fannullone”. Naturalmente Pavese, Italo Calvino, James Joyce, Faulkner, Machado, Neruda: a Cuba la poesia é un best seller. I ragazzi escono con montagne di racconti che sono i racconti dell'infanzia di chi ha 60 anni nelle nostre parti: Mark Twain, L'ultimo dei Moicani, Giulio Verne, Lassie, le favole dei fratelli Grimm, Cuore e Pinocchio, non parliamo di Salgari. Ragazzi “costretti” a crescere con i buoni sentimenti che hanno animato generazioni nell'Europa di mezzo secolo fa. Se per caso quelli di Miami un giorno sbarcano davvero, la catastrofe non sarà solo il cambio del governo e delle proprietà, ma il trauma di una vita che all'improvviso diventa pronto cash ed elettronica, spegnendo la fantasia di ogni adolescenza. Dovranno adattarsi a videogiochi, cartoni giapponesi, messaggi nei telefonini, motorini col casco, maratone Tv, bingo e Bonolis. Pagare lo sport, pagare l'amore al telefono, pagare per dimagrire: serviranno soldi, ma tanti, per affrontare ogni passo della vita “normale”. Disagio più sconvolgente di un terremoto: accorreranno plotoni di analisti a dare una mano a superare il trauma della ritrovata libertà. La cascata delle notizie spazzatura soffocherà i veri problemi. Per il momento i ragazzi di Cuba vivono ogni giorno altri problemi, senza l'aiuto dei giornali che non li aiutano, tacendo, ma possono controllare sulla propria pelle se davvero abitano nel posto più felice del mondo o è solo propaganda. A volte scelgono di scappare, leggendo. A Miami impossibile distinguere tra finzione e realtà drogata. Manca il tempo per sfogliare un libro, Tv sempre addosso. E chi ha voglia di cercare la verità inseguito com'é dal tam tam di spot e pettegolezzi? Musica e sport trascurano la banalità delle notizie per piegare ogni riflessione alla «concretezza» delle ideologie, dal consumismo all'anticastrismo. Di qua e di là dal mare continua ad agitarsi il fantasma dell'eterna guerra annunciata. Ma non scoppia e nessuno se ne preoccupa. Intanto gli affari crescono per loro conto in laboratori sconosciuti. Un signore che siede nel bureau della segreteria ideologica del partito unico, si meraviglia della mia meraviglia e risponde con un sorriso: “Un certo socialismo è ormai la strada più lunga per partire dal capitalismo e arrivare al capitalismo”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 23/02/2004




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