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Diario cubano: la vita difficile dell'oppositore

Tradurre la parola “dissidenti” non è facile tra Cuba e Miami. Eroi, bandiere della libertà in Florida; traditori, agenti Cia all'Avana. Vladimiro Roca, Elisardo Sanchez e Osvaldo Payà hanno sopportato il dramma della galera. Qualche mese, qualche anno: quattro e mezzo per Roca. Recitando la discrezione necessaria per non ricadere nei guai. Ma dietro le loro proposte ragionate con calma si indovinano rabbia e frustrazione.

Ma il paradosso è in agguato: immerso nell'oblio di chi “ha sofferto abbastanza”, Eloy Guetierrez Menoyo liberato dopo 22 anni, è il solo a mettere da parte le “divisioni del passato”. Vuole costruire il futuro con la civiltà di un vecchio signore che suggerisce l'opportunità di un dialogo “a un altro vecchio signore e ai suoi ministri”. Solo così Cuba potrebbe “salvare le conquiste della rivoluzione mettendo da parte le sovrastrutture che ne hanno stravolto la novità liberatoria”. Utopia o è il capitolo apparente di un intreccio con protagonisti cubani sconosciuti? Le sue richieste non sono molto diverse dagli altri dissidenti: il partito al governo “ha il dovere di misurarsi con un partito d'opposizione per confermare la vecchia promessa della democrazia partecipata”. Menoyo non ha fretta: “i piccoli passi rendono sicuro il cammino”. E la sua pazienza svelena le polemiche anche se non le risolve.

Parliamo nella casa di un giornalista argentino dove vive da otto mesi, verso Miramar. Usain Munoz ha più o meno la stessa età: 70 anni. Lo ospita senza batticuori: può essere un segno. Munoz é stato corrispondente di Prensa Latina (Ansa cubana) da Montevideo. Nel '63 sbarca all'Avana sulla scia di Che Guevara. Non si è più mosso. Alle pareti foto con Giovanni Paolo II e Fidel. Ma il tempo deve averne cambiato gli umori. Otto mesi fa Eloy Guetierrez Menoyo ha lasciato Miami per Cuba, due settimane di permesso com’é consentito ai cubani della diaspora in visita ad amici e parenti. Menoyo non è più partito. Non è stato espulso e nessuno gli fa domande. Non proprio clandestino, ma cittadino di una specie di terra di nessuno organizzata dalla burocrazia. Menoyo pretende la restituzione del passaporto cubano. Il funzionario del ministero degli esteri col quale dialoga ogni volta assicura: “provvederò”, ma non fa niente. Niente è casuale all'Avana. Cambio Cubano, il movimento scialdemocratico che l'organizzazione ufficiale degli esuli di Miami considera “pericolosamente comunista” (Menoyo ride nel raccontarlo), a Cuba viene ufficialmente guardato col sospetto di una lunga mano americana, la Washington dei democratici di Carter, Clinton, adesso Kerry. “Ecco perché ho scritto un libro la cui pubblicazione è stata annunciata alla Fiera appena chiusa all'Avana: “Il cattivo del film”. Sono il mostro delle due parti in lotta”. Lo pubblica Plaza Mayor, editrice giamaicana diretta da Patricia Menomo, sua figlia.

Nato nella Madrid sconvolta dagli azzurri di Franco, Menoyo ha imparato “in famiglia quale significato dare alla libertà. Mio fratello José Antonio è morto combattendo i fascisti. Mio padre era comandante medico nell'esercito repubblicano”. Nel '57, assieme agli studenti dell'università dell'Avana guidati da José Antonio Echevarria, Carlos, altro fratello, partecipa ad un'impresa disperata: l'assalto al palazzo di Batista. Deve conquistare Radio Reloy. Una carneficina; anche Carlos muore. Eloy fonda il Movimento Nazionale dell'Escambray. Combatte contro la dittatura assieme a gruppi di ragazzi le cui bandiere diverse vengono riunificate dal Che, compagno di battaglia al quale riconoscono i gradi del comando. Da quel momento ogni bracciale di ogni guerrigliero porta i colori del Movimento 26 luglio. Menoyo entra tra i primi nell'Avana liberata. Passa il tempo e si disinnamora “della rivoluzione che tradisce la mia fede socialista e democratica. Non sopportavo i dogmi dell'Unione Sovietica…”. Preferisce l'esilio a Miami. Rientra armato e in divisa nel '64: con pochi uomini prova a combattere Castro. Qualche imboscata, i contadini non lo seguono: un fallimento. Trenta giorni dopo viene catturato e processato: 30 anni. L'inquietudine continua. In galera organizza rivolte e si allunga la punizione da contare dietro le sbarre: gli anni diventano 55. Sepolto per sempre. La figlia Patricia non si arrende e chiede aiuto a Felipe Gonzales, allora primo ministro: nel 1986 ne ottiene la liberazione. Madrid considera Eloy cittadino spagnolo, Castro lo lascia andare. Comincia la seconda vita.

In Spagna mi sentivo fuori dal mondo”. Vuol tornare a Cuba: impossibile. A Miami organizza il movimento Cambio Cubano, ma non gli piacciono gli eccessi degli ultras di Mas Canosa e della sua federazione. Viene emarginato, sospettato di intesa col governo dell'Avana. Quando può torna, in occasione di un congresso organizzato dal cancelliere Robaina (caduto in disgrazia: oggi dirige un gruppo di ricerca ecologica, lontano dalla capitale, sulla Sierra); quando Robaina richiama gli esuli della diaspora, Menoyo incontra Fidel durante una cerimonia. Non si vedono da 30 anni. Nessuna emozione. Menoyo lo saluta, Castro gli stringe la mano e vuol sapere: “Come mai ti sei tagliato i capelli?”. “Alle donne piaccio così”. «A me no». Tre parole, ma mesi dopo ottiene un colloquio e gli presenta il piano di transizione: lo stesso che porta in giro oggi. La reazione di Miami è furibonda. “Perché non imbottiamo la sua auto di dinamite e facciamo saltare il traditore…”. Per settimane radio Mambi accoglie questi appelli.

E adesso? “Sono qui: come sempre aspetto una risposta. Il mio è un progetto di pace. Gli anni della prigione mi hanno fatto capire quanto sia inutile mostrare i muscoli, urlare. Urlando, gli ultras dell'altra sponda non hanno cambiato niente. Dopo 45 anni Castro è sempre al suo posto. Le loro minacce hanno solo reso più difficile la vita di chi abita nell'isola e, bloccato con ricatti elettorali in Florida, il dialogo tra l'Avana e Stati Uniti”. Quali dissidenti ha visto dopo il ritorno? “Non cerco nessuno. Durante un ricevimento all'ambasciata spagnola Elisardo Sanchez voleva sapere perché non lo vado a trovare. Ho risposto: non mi fido. Sai da quanto tempo a Miami tutti sanno che lavori il ministero degli interni? Dal '92. Passi ai servizi di sicurezza domande e discorsi di ogni giornalista straniero e di ogni ospite. Se ho qualcosa da dire, preferisco scriverlo e portare da solo la lettera al funzionario del ministero che segue in modo strano il ripristino della mia cittadinanza. Inutile far strani giri”.

Se Sanchez spia per i cubani, non ha rapporti con gli Stati Uniti?
Ride. “Quanto crede possa guadagnare chi trasmette le notizie alla sicurezza di Castro? Una bottiglia di rum, sette giorni a Varadero. Impossibile sopravvivere. E il doppiogioco diventa inevitabile. Sono stato invitato tante volte alla Sezione d'Affari degli Stati Uniti. Non vado perché so cosa vogliono. Ho speso la mia vita ad immaginare la democrazia. Non mi piace metterla in vendita per mangiare meglio”.
Con altri dissidenti parla ? “Non con tutti e sempre con cautela. Sono 82 o 90 i movimenti manipolati in modo tale da dover fare riferimento ad aiuti esterni al paese, Stati Uniti o democristiani spagnoli o i liberali di Carlos Alberto Montaner. Non voglio generalizzare, ma è un terreno minato, mescolanza di dissidenza a volte sprovveduta, quasi sempre inquinata. L'altro giorno erano seduti in questa stanza i rappresentanti di 34 organizzazioni: così dicevano. Dissidenti con quali obiettivi e quale programma? volevo sapere. Mi hanno sottoposto un documento talmente fumoso ed alla fine non ho resistito: lo avete scritto per raccogliere consensi o screditare chi non è d'accordo col governo? Mi sono informato sui nomi delle loro organizzazioni. “Biblioteca Indipendente Ilean Ross Leting”, la prima risposta. Ma è una congressista repubblicana della Florida, reazionaria di prima paglia. Tanto vale dedicare la biblioteca ad Adolfo Hitler. Nessun'altra delle 33 organizzazioni ha obiettato su questo battesimo? Sono rimasti zitti. Un gruppo della provincia orientale, Manzanillo, racconta di far riferimento a Ignacio Castro Matro: manda loro aiuti. Ignacio? nuova meraviglia. Lavora per certi americani di sicuro non democratici. È perfino andato nelle prigioni di Panama a far visita a Posada Carillo, il terrorista che ha organizzato gli attentati all'Avana. Lo ha raccontato con orgoglio in una intervista al New York Times. Una delle vittime era un uomo d'affari italiano, mi pare…”. Si chiamava Fabio di Celmo. Quella notte aveva accompagnato amici in viaggio di nozze all'hotel Copacabana. La bomba nella hall ha sbriciolato un portacenere d'acciaio: la scheggia lo ha ucciso. Devo raccontare a Menoyo dei sussurri dell'Avana: si dice che un gruppo di riformisti del partito unico, pensando con preoccupazione al dopo Castro, vedano di buon occhio un partito di minoranza guidato da Menoyo: potrebbe salvare le forme della democrazia e cancellare la diffidenza internazionale. «Perché di minoranza?»: per la prima volta sembra inquieto. Questa ipotesi è la ragione che lo tiene lontano da dissidenti chiacchierati ? “Non da tutti. Vorrei incontrare Manuel Cuesta Moruà. Dialoga con esiliati democratici e non rissosi. Credo abbia contatti con i partiti della sinistra europea. Dicono sia propositivo e chiaro. Mi piacerebbe…”.

Manuel Cuesta Moruà ha una storia diversa ed un profilo politico lontano dalla biografia di Menoyo. Trent'anni di meno, intellettuale di colore, laureato in storia, studiava giurisprudenza, ma è costretto a lasciare l'università quando manifesta la dissidenza. Parla con l'eleganza di chi si avvicina alla politica attraverso la cultura. Un viaggio di cinque mesi in Europa lo ha piegato alla concretezza. Racconta che la sua “Corrente Socialista Democratica Cubana” è la più radicata in ogni provincia del paese: dai contadini e operai d'Oriente, ai professionisti e ai tecnici dell'Avana. Il primo congresso nazionale si è svolto in una casa spaziosa della città vecchia. “Gli agenti della sicurezza hanno voluto sapere: “In quanti sarete?” Non ne ho la minima idea. Forse dieci, forse duecento”. “Non più di cento”, ed è stato un momento di allegria. Potevamo riunirci e discutere con l'implicito permesso del governo. Si è aperta una piccola finestra per ricostruire il clima del dialogo: si era interrotto dopo gli arresti e le fucilazioni dell'anno scorso. La sera del congresso gli agenti hanno imposto una condizione: “Se siete più di cento, se gli altri non ci stanno, devono tornare a casa. Non vogliamo gente per strada”. Sono arrivati ottanta delegati da ogni parte dell'isola. Con problemi di viaggio, dove dormire. Nessuno sponsor straniero, ma i cubani sono allenati ad arrangiarsi.

Con quali altri movimenti vuole misurarsi la Corrente Socialdemocratica di Moruà? Non con i Todos Unidos di Elisardo Sanchez e Vladimiro Roca: “Non rappresentano nessuno e hanno una base ideologica e pratica che è facile identificare”. Insomma, dipendono dal qualcuno che dà loro visibilità sui media e le Tv americane che arrivano in Europa. “Con Osvaldo Payà è diverso. Misogino e cattolico piuttosto integralista. Nessuna vicinanza ideologica. La differenza è grande, ma Payà rappresenta una realtà concreta: il mondo cattolico. Anche se la Chiesa non l'appoggia resta la risorsa nella quale attinge. Payà ha un programma (progetto Varela) per costruire una nuova società. Siamo lontani, ma almeno c'è qualcosa di concreto sul quale misurarci”.

Moruà è stato invitato in Italia dai Democratici della Sinistra. Qualche mese di silenzio ed ha avuto il permesso di partire con l'impegno di tornare “entro undici mesi”. Cinque mesi dopo rientrava all'Avana. “L'esperienza mi ha fatto crescere”. Ospite anche dei socialisti francesi, belgi e portoghesi: freddini solo gli spagnoli. Va in Giamaica all'internazionale socialista, lunghi colloqui con Wayne Smith, ambasciatore di Carter all'Avana. Smith aveva preparato la bozza d'accordo che Washington e Castro si erano impegnati a firmare dopo la rielezione di Carter, ma ha vinto Reagan e l'embargo sopravvive. Forse l'esperienza europea nata dall'iniziativa italiana, ha aperto le speranze alle quali Moruà non rinuncia: un'attenzione chiara da parte della sinistra del vecchio continente: “Trovo irrazionale la reazione dell'Ue a condanne a morte e al carcere per dissidenti. L'Ue non deve condividere le decisioni contro le quali noi ci battiamo, ma è strategicamente sbagliato chiudere le porte. Dentro restiamo noi. Come uscire in modo trasparente dall'impasse se ognuno resta in silenzio nel proprio angolo? Abbiamo visto cosa è servito isolare Haiti per poi correre all'ultimo momento quando la dignità nazionale svendeva l'indipendenza al superprotettore esterno. La sinistra italiana potrebbe avere grande parte nella transizione di Cuba se mai ci sarà una transizione”.

In quale primo passo sperate? “L'apertura di un dialogo tra partito unico e movimenti. Parlare per programmare assieme. Lo si deve fare prima che qualcosa impedisca a Castro di vigilare e intervenire nel dialogo. Dopo, tutto potrebbe diventare drammatico. La nostra piattaforma è la stessa del '99. Rifiutiamo che a Miami o chissà dove alcune commissioni siano al lavoro per disegnare la transizione cubana, piattaforma aggiornata dopo l'esperienza europea. Ho dovuto spiegare perché si affacciano dubbi nella sinistra del vecchio continente. Soprattutto una certa sinistra le cui richieste rispondono a schemi classici: cambio del governo, tanti partiti, libere elezioni. Più o meno ciò che si propone all'Iraq. È davvero pensabile che in sedici settimane si possa inventare una pratica democratica non sbriciolata da umori personali, di settore o dalle pressioni di chi tira le corde da fuori? Non voglio riproporre la parola “patria”; noi lavoriamo per una Cuba indipendente, libera dai condizionamenti di altri paesi”.

Moruà parla sempre d'Europa eppure la sinistra che trionfa nell'America Latina si chiama Lula. Quali i rapporti? Non sono gran che. Quando Lula è arrivato a Cuba per incontrare Castro, la Corrente Socialista gli ha fatto avere una lettera. Nessuna risposta. All'internazionale Socialista di San Paolo non sono stati invitati “per le pressioni di una certa parte del Pt che é il partito del presidente. Senza contare che altri socialisti brasiliani, i socialisti cileni, del Nicaragua e i liberali colombiani, considerati socialisti… (sorride con ironia) ci hanno invitati a non dar troppo fastidio al governo cubano”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 08/03/2004




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