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Cuba, il mistero Carilles

Prima si sono seduti davanti a Montecitorio, adesso attorno all’ambasciata di Panama: il sit-in di chi oggi protesta potrebbe sventolare l’impegno firmato dal ministro Gasparri. “Sarebbe un atto di superficialità dire che siamo estranei al terrorismo quando colpisce la comunità internazionale. La politica deve avere posizioni chiarissime…”. Gasparri annuncia le cose e poi le fa; la riforma Rai è la sua divina commedia.
Dal libraio un po’ massone di Perugia ha imparato a non mollare mai. C’è da fidarsi, andrà fino in fondo: Panama non lo mette in soggezione. E vale la pena che Ines Venturi, presidente dell’associazione internazionale di amicizia e solidarietà coi popoli, si rivolga a quest’uomo tutto d’un pezzo, assieme a migliaia di iscritti e ai politici che accompagnano il movimento in ogni partito della sinistra: dall’onorevole Luigi Vinci a Luciano Pettinati, e poi Don Franzoni, Giulio Gilardi, tanti. La richiesta al governo di Berlusconi e al governo di Panama è poter giudicare in Italia Luis Posada Carilles, cubano vicino alla cupola dei dissidenti di Miami, amico del vecchio Mas Canosa e di Pepe Francisco Hernandez che ne ha preso il posto alla Fondazione Cubano Americana. Si chiede che Posada Carilles venga messo sotto processo come è successo per i militari argentini colpevoli d’aver massacrato figli e nipoti di emigranti italiani, negli anni della dittatura. Con le condanne del tribunale di Roma, non possono, ormai, fare un passo fuori Buenos Aires. E qualcos’altro sta succedendo anche là. Si pretende, ora, l’estradizione di Posada Carilles in modo che il padre di Fabio Di Celmo possa guardarlo negli occhi mentre ripete ciò che ha confessato in una intervista al New York Times: è stato lui a reclutare i mercenari e a spedirli all’Avana, soldi e dinamite per “sgonfiare” il turismo che stava rallegrando Fidel. Attentati alla “Bodeguita del Medio” (dove cenava Hemingway ), al “Nacional” (dove dormivano Meyer Lanski, Lucky Luciano e Frank Sinatra) e all’hotel “Copacabana” nella cui hall in quel momento passava Fabio Di Celmo, uomo d’affari genovese. Aveva riaccompagnato in albergo due amici in viaggio di nozze. Lo scoppio ha sbriciolato vetrate e portaceneri. Una scheggia lo ha ucciso. Aveva 32 anni, 4 settembre 1997.

Giustino, il padre, è rimasto all’Avana a continuare l’import-export del figlio, affari di un’azienda che va avanti dal 1947 con interessi in Canada, Brasile, Argentina. L’ho incontrato nella sua casa di Miaramar. Ha più di 80 anni, ma la rabbia del non mettere le mani su chi ha programmato l’uccisione del suo ragazzo, è una compagna di viaggio che lo aiuta a resistere. Vuole solo giustizia e per il momento un po’ tutti lo hanno dimenticato. Solo Castro lo esibisce come una specie di bandiera per testimoniare “la crudeltà yankee”. Raul Ernesto Cruz, il salvadoregno che ha messo le bombe, ha subito cantato, nome e cognone di chi pagava. E Posada Carriles non lo ha smentito parlando in Florida con un giornalista del “New York Times”: unico impegno non rivelare il luogo dell’intervista. È vero, gli ordini sono suoi. Bombe in un certo senso annunciate da “El Nuevo Herald” (versione spagnola del “Miami Herald”) il 14 agosto. “La Fondazione Cubano Americana sostiene senza riserve, scontri, attentati e atti di ribellione di chi all’interno di Cuba soffre la dittatura… “. Venti giorni dopo Fabio Di Celmo perde la vita, ma la mano è salvadoregna. Posada Carriles ammette al New Yok Times: “ È stato un incidente fortuito eppure dormo sonni tranquilli. È triste che qualcuno sia morto, ma non possiamo fermarci perché un italiano era nel luogo sbagliato al momento sbagliato “. Mas Canosa, aggiunge, sapeva benissimo che c’ero dietro io. Lui controllava tutto. Quando avevo bisogno di denaro per azioni contro Castro, tipo bombe all’Avana, gli dicevo: dammi cinquemila dollari, dammene quindicimila. Sborsava senza mai dire: sono soldi della Fondazione, ma sorrideva con l’ironia del politico accorto: “Ecco l’offerta per la chiesa… “.

Fbi e Cia, non le danno fastidio ? vuol sapere il giornalista: “Sono neutrale con loro. Tutte le volte che posso aiutarli, lo faccio. Ho lavorato perfino con Oliver North”. Una volta è finito in galera in Venezuela: nell’ottobre del 1976 un aereo della Cubana de Aviacion scoppia in aria davanti alle Barbados. 73 vittime compresa l’intera squadra di scherma che si allenava per le olimpiadi. Ma dietro le sbarre è rimasto poco: qualcuno gli ha permesso di scappare. Anche per le prigioni di Panama è stato ospite provvisorio. Oggi, proprio lungo il Canale, comincia un altro processo: è accusato di aver preparato un attentato nell’aula dell’università dove Castro, assieme ad altri presidenti latino americani, doveva incontrare gli studenti, novembre del 2000. Agenti cubani scoprono cosa sta bollendo, indicano alla polizia panamense dove sono nascosti “45 chilogrammi di C-4”, esplosivo militare che avrebbe sbriciolato l’intero quartiere. Subito in manette ma passa qualche mese e Posada Carilles torna in libertà. In una Tv di Miami (della quale ho appena visionato la registrazione), intervistato da un giornalista di Portorico, due anni or sono, il dottor Orlando Bosch Avila, amico di Posada Carilles e con un passato avventuroso fotocopia, ha difeso sia l’attentato all’aereo che le bombe all’Avana: “Gli schermidori cubani erano criminali che davano gloria a Fidel. Abbiamo considerato quel volo, un volo di guerra”. E le bombe negli alberghi? “Siamo in guerra: la risposta non cambia”. Ne è coinvolto ? “Sarei stupido a confessare “sono coinvolto”. Non riuscirei farla franca dopo l’autoaccusa. Diciamo che non voglio rispondere”.

Nel ‘98 Giustino Di Celmo, padre di Fabio, chiede l’estradizione di Posada Carilles al ministero della giustizia di Roma. La pratica viene trasmessa alla procura della Florida guidata da una bella signora, amica del governatore Bush-fratello, e responsabile della decisione che proibisce il riconteggio a mano di migliaia di schede non perforate per errore, e favorevoli a Gore. Scelta che regala la presidenza all’attuale presidente. Appena 534 voti di vantaggio. La risposta dall’ufficio della signora al ministro italiano, somiglia alla risposta dei militari Usa che indagavano sulla sciagura del Cernis, quei supersonici che tagliano le corde della funicolare: “Non abbiamo elementi sufficienti per accogliere la vostra richiesta”. Poi l’arresto di Posada Carilles, poi la conferma televisiva di Orlando Bosch.

Ragazzi e politici del sit-in vogliono capire se davvero nessuno si indigna contro un terrorismo non targato Islam o piccole patrie impazzite. Giusto accusare Cesare Battisti, ma è giusto tacere su Volpi e Giovanni Ventura, patron di successo di un ristorante a Buenos Aires? Visto che il processo per la strage di Piazza Fontana è ancora aperto, non sarebbe il caso sfogliare i dossier che lo riguardano, inchiodandolo? D’accordo, Ventura lavorava per i servizi italiani “deviati” o “schegge impazzite P2”, le quali ogni tanto danno una mano. Anche la Cia deve avere le sue “schegge impazzite”, come é di moda ripetere in questi giorni di dolore cercando di incolpare i terroristi baschi. La mancata richiesta di estradizione di Posada Carilles dipende dalla neghittosità della procura della Florida o dalla strana assenza del nostro ministro Castelli? Adesso Gasparri è deciso a non guardare in faccia nessuno: la politica deve avere posizioni chiarissime quando si tratta di terrorismo internazionale. E il vecchio padre di Fabio può stare tranquillo. Parole di un ministro patriota che non si rimangia il giuramento. Aspettiamo.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 15/03/2004




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