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Guatemala, la strage a riflettori spenti |
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Rubo spazio alla guerra dell'Iraq per una non notizia, perché ormai non fanno notizia le stragi dove i riflettori restano spenti. Nessuno perde tempo a pubblicarle. 747 ragazzi con meno di 23 anni sono stati uccisi in Guatemala nel 2003. Quasi sempre uno per volta. Corpi lasciati in bella vista sui marciapiedi o davanti ai negozi: proibito rimuoverli. Esibizione per impaurire. Poi arriva il carro delle immondizie e li porta via. Nessuno chiede chi sono. Guerra segreta delle squadre della morte, scarpe e armi della polizia, ed è il motivo che spiega come mai la polizia non abbia mai aperto un'inchiesta. Di tanto in tanto qualche comunicato assicura il rafforzamento della pulizia sociale. Casa Alianza, organizzazione legata alla chiesa cattolica, prova a farlo sapere a chi difende i diritti umani, eppure giornali e Tv mantengono la distrazione. Bisogna capirli. Alla guerra si aggiunge il problema delle foche massacrate in Canada. Certi dolori hanno la precedenza. Se ne riparlerà fra dieci anni, come per il Ruanda. Il Guatemala deve restare un posto per vacanze e affari, ma anche corridoio della droga che dalla Colombia risale verso Nord. Piccoli aeroporti per niente segreti gestiti direttamente dai militari; scali tecnici immersi nella foresta. L'intero Centroamerica democratizzato dalle democrazie formali imposte dall'amministrazione Reagan-Bush padre, anni Ottanta, è attraversato dalla stessa violenza con radici sempre più robuste nella disgregazione sociale. In Honduras i ragazzi stesi dalla polizia sono 2190 negli ultimi sei anni. 600 all'anno in Salvador; quasi mille in Nicaragua. Sfogliando i giornali delle capitali dove finalmente sono tornate pace e convivenza civile di quei corpi nessuna traccia. Solo qualche immagine raccapricciante o lo sdegno di una madre raccolto da El Diario de Hoy, in Salvador: Davanti alla scuola di mio figlio c'è un piccolo giardino. Al mattino i ragazzi che lo attraversano scoprono altri ragazzi distesi sull'erba, insanguinati e senza vita. Il municipio di Santa Ana dovrebbe raccogliere i cadaveri all'alba per non turbare la sensibilità dei nostri figli. È anche questione di igiene . Ricardo Maduro, presidente dell'Honduras, il 3 aprile è stato svegliato dalla telefonata di un giornale. La redazione aveva trovato un biglietto che minacciava il presidente, e per dare consistenza all'avvertimento, dentro un sacco di plastica, la testa di uno sconosciuto. È la decima testa senza corpo che il presidente riceve dopo aver scartato la riconquista sociale ed umana delle bande che spadroneggiano nella città, militarizzando la repressione con le squadre senza divisa. Tra i primi messaggi, la testa del figlio. Orrore costruito un po' alla volta dalla dottrina la cui fede annunciava l'esportazione della democrazia con la minaccia delle armi. Nemico da abbattere negli ultimi anni della guerra fredda restava il comunismo. All'improvviso diventavano comunisti vescovi e preti che stavano dalla parte dei senza niente. Le squadre della morte hanno cominciato così. Nel Guatemala indigeno la Chiesa cercava di rafforzare la cultura della sopravvivenza senza sconvolgere la cultura che gli indios trascinano nei secoli: la proprietà dei terreni attorno ai villaggi restava comune, raccolti divisi con saggezza contadina in contrasto con la programmazione dei neoliberisti e l'ingordigia di latifondo, multinazionali e militari. Espropri, privatizzazioni, profughi. I militari guatemaltechi sono forza economica di rispetto: due banche, terreni, fabbriche. E la dottrina della Sicurezza Nazionale inventata per l' America Latina dalle amministrazioni Johnson, Nixon e Reagan, li ha trasformati in protagonisti messianici. Il problema era sminuire l'influenza della Chiesa di Roma che il Concilio Vaticano II impegnava dalla parte dei poveri: più o meno l'ottanta per cento della popolazione delle cinque repubbliche delle banane. La dottrina Rockfeller pianifica l'esportazione delle chiese protestanti, esportazione che la destra religiosa americana estremizza con sette pentecostali. Proprio in Guatemala un colpo di stato consacra presidente il generale RiosMontt, primo capo di stato non cattolico nella storia dell'America Latina. Un flusso costante di denaro ne rafforza la dittatura feroce e la conquista delle sette: oggi i protestanti del Guatemala sfiorano il 40 per cento. Legami stretti con i militari che ne assorbono l'enfasi biblica. Le chiese sparse nelle campagne diventano cappelle del comandante e i teologi in divisa del cristianesimo rinato parlano dell'esercito come di un padre e madre nello stesso tempo. Cultura talmente radicata da condizionare anche i pochi presidenti democratici, come Cerezo, socialcristiano, il quale distingueva i militari in intransigenti e meno intransigenti non osando giudicare massacri a volte necessari. La non intransigenza prevedeva un pentimento postumo. Così in 20 anni sono stati uccisi 210 mila contadini. La nuova violenza non insegue l'utopia o le ideologie delle guerriglie di vent'anni fa. È il caos che sintetizza lo sradicamento, dramma di una povertà senza uscita, disordine senza ambizioni sociali. Le bande dei ragazzi proclamano l'autodifesa della controcultura delle minoranze, battaglia per la Raza, memoria Amerinda che l'ammutinamento fortunato degli indios boliviani ha rinvigorito. Ma la copertura é fragile. Si tratta di una violenza importata dagli Stati Uniti. Due milioni e
mezzo di salvadoregni, due di nicaraguensi, quasi due milioni di
guatemaltechi sono dispersi più o meno clandestinamente
tra California e Florida. Poche scuole, vita da strada e la
strada è impregnata dalla disperazione dei cicanos
messicani in eterna lotta con gli emarginati di colore. Ogni
etnia segna il proprio territorio, strade o quartieri. E le
guerre urbane riempiono le carceri. I ragazzi della terza America
finiti nei riformatori o nelle prigioni vengono espulsi appena
scontata la pena. E al ritorno a casa, nelle province dove sono
cresciuti, rifondano le organizzazioni Usa nelle quali avevano
militato come soldati semplici; adesso ne diventano i capi. Il
nome ricopia i cattivi maestri messicani: maras. Maras
Salvatrucha (salva trota) in Honduras, M-18 in Salvador: 36 mila
e 29 mila miliziani, armati con le mitragliette di ogni
guerriglia. Non solo nessuno ha mai pensato di aprire un dialogo
quando il fenomeno era solo un abbozzo; al contrario, le dottrine
liberiste rincaravano l'emarginazione. Scuole private che lo
stato finanzia, mentre il disastro degli istituti pubblici (aule
e ospedali) precipita nella catastrofe. In Honduras il 65 per
cento delle scuole manca di energia elettrica, il 38 non ha quasi
banchi, e i ragazzi si accoccolano per terra. Al 18 per cento
manca il tetto. In Guatemala dove la medicina delle erbe,
tradizione maya, ha più o meno guarito per secoli la
maggioranza indigena questa medicina è proibita. Così
come non possono figurare nelle farmacie i così detti
prodotti salva vita di fabbricazione nazionale. Il ministero
della sanità autorizza solo i farmaci prodotti con
tecnologie straniere. Insomma, multinazionali. Gran parte della
popolazione non può permetterselo. Si cura di nascosto,
come un secolo fa. Tanti ragazzi che
tornano, tanti ragazzi che non si sono mai mossi cominciano a
ribellarsi nel nome di una Raza che vuol dire vita
decente e un minimo di dignità. Maurizio Chierici L'UNITA' 16/04/2004 |
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