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Il Mestiere della Guerra

Povero Tremaglia, li trasforma in eroi. Povero Storace, ha bisogno di un monumento. Poveri padri, madri e fratelli degli ostaggi: aspettano e non sanno cosa. Telefonate camomilla e poi ancora soli col pensiero di chi è sepolto chissà dove, alla deriva nel caos nel quale una guerra sbagliata (quindi infinita) ha precipitato l'Iraq, e ci ha coinvolti. Alla loro tragedia, e alla tragedia di un popolo, si aggiunge la guerriglia delle nostre parole: eroi, mercenari, assassini o resistenti?

Salotti e censori Tv si accapigliano sulla definizione appropriata con la tranquillità di signore dalla mano dubbiosa davanti al vassoio del cameriere: quale cioccolatino scegliere? La pietà che accompagna la loro attesa ricorda la pena di ogni emigrante. Nel dubbio, sfogliamo i vocabolari: “Emigrante: chi lascia casa e famiglia per cercare lavoro in una regione lontana”. Si imbarcavano su navi e treni con valigie gonfie di oggetti il cui vero scopo era trattenere il ricordo del mestiere abbandonato nella speranza di ricominciarlo nella patria matrigna dove li aspettava il pane. Anche le valigie dei prigionieri in Iraq accoglievano piccolo strumenti di una professione speciale: le armi pesanti aspettavano a Baghdad. E come nella tradizione di ogni emigrante, un “caporale” prepara i loro contratti. Non importa se per restare nel mercato dei colossi il caporale avventuroso aveva scelto il Nevada quale sede dell'impresa di una protezione che non si preoccupa chi bisogna proteggere contro le minacce di chi. Oggi Baghdad, domani Colombia, fra sei mesi l'Afghanistan; anche il Ruanda ha bisogno. Sei mila dollari al mese, paga discreta per un disoccupato dell'Italia dei miracoli. In nero, in contanti. Al 10 di ogni mese bisogna nascondere il malloppo da portare via chissà come. Ecco i pensieri che soffocano la marginalità di un'eventuale esame di coscienza.

Una volta certi protagonisti non mostravano il profilo borghese di chi oggi considera questo lavoro solo un lavoro un po' diverso per consolare la quotidianità: soldi per spostarsi, soldi per quadrare il bilancio della famiglia, oppure guadagni indispensabili ad affermare un'impresa di sicurezza la cui dimensione sbiadisce di fronte agli eserciti supermercati delle multinazionali americane, quasi sempre domiciliate ad Alexandra, Virginia, pochi chilometri dal Pentagono e buen retiro degli uomini Cia. Qui batte il cuore della nuova professione che la paura fa crescere e l'apartheid economico del liberismo ingigantisce: gli eserciti privati costano di meno e creano meno imbarazzi. Nessuno li conosce, nessuno è responsabile. I nuovi protagonisti si presentano in giacca, cravatta, biglietto da visita. Una volta vestivano il romanticismo dell'avventura – bombe e mitraglia, tute leopard – perché è l'incanto dell'avventura che fa scattare il coraggio e accompagna le fantasie con rischi e addestramenti militari, virtù che determinano la dimensione degli onorari. Il mondo è cambiato, eppure la molla psicologica del bell'ardire da mettere in conto al cliente, è più o meno la stessa. Monetizza grinta e preparazione fisica a disposizione di qualcuno.

Riapriamo il vocabolario. “Mercenario”: chi agisce solo per denaro o, nelle proprie opere, si dimostra prevalentemente ed esclusivamente impegnato ad interessi economici che non considerano i motivi di ordine morale, oppure chi, per denaro, esercita il mestiere delle armi”.

In un certo senso, possiamo considerare mercenari questi emigranti in cerca di lavoro? Gabriella Pagliani insegna storia dell'Africa alla Cattolica di Milano. Con la collaborazione di Aldo Pigoli ha scritto “Il mestiere della guerra – Dai mercenari ai manager della sicurezza”, saggio che Franco Angeli (senza volere) manda in vetrina in sincronia alle prime pagine di ogni giornale. “Mercenari? Non oso dirlo altrimenti tutti mi saltano addosso...” Il libro esamina la trasformazione dei soldati di ventura. Anni 60, decolonizzazione e Africa nel caos. Governi fragili e paesi sfruttati che non rinunciano all'obbedienza di chi guida nazioni ricche di materie indispensabili all'occidente industrializzato. Jean Schramme, militare belga diventato “africano bianco”, mette la sua esperienza al servizio di chi paga. Chiede aiuto a uomini che gli somogliano: 123 europei (fra loro, Gian Carlo Chiesa, di Caorle, Piacenza) e 600 katanghesi. Le regole d'ingaggio permettono ai legionari 24 ore di saccheggio nei posti conquistati. Dopo la presa di Bukavu, Las Vegas africana, al confine col Ruanda, resiste alle truppe di Mobutu fino a quando l'ultima barca col bottino attraversa il lago, tesori al riparo nell'altro paese. Nessuna ambasciata ammette l'esistenza di Schramme. Una volta lo incontro a Lisbona (1972) mentre sta raccogliendo “squadre di incursori2 per difendere “la civiltà cristiana e occidentale” in Angola e Mozambico, colinie che il Portogallo del dittatore Caetano sta per perdere. La polizia del dittatore mi arresta: subito espulso per “aver importunato un cittadino che non desiderava rispondere alle domande”.

Anni lontani. “La trasformazione di chi fa il mestiere della guerra così com'è oggi – racconta Gabriella Pagliani – comincia quando si dissolve l'Unione Sovietica offrendo al mercato un surplus di armamenti e personale addestrato”. E' ancora l'Africa il primo cliente. Governi che non controllano le guerriglie e privatizzano una parte delle forze armate. Congo, Angola, Sierra Leone si aggrappano all'esperienza di consiglieri che parlano russo. Stiamo ancora contando i massacri.

Anche gli Stati Uniti non sanno cosa fare dei berretti verdi del Vietnam. In Nicaragua e in Salvador, America Centrale inquieta, attorno alle piscine degli alberghi si moltiplicano vacanzieri che sembrano alla vigilia della pensione. Strani, perché nessuno va in ferie dove c'è una guerra civile. Tra testimoni ricordano “uomini bianchi e magri” alle spalle del plotone senza divisa nella notte in cui vengono uccisi i quattro gesuiti dell'università cattolica di San Salvador.

Nell'analisi della Pagliani, gli anni '90 quotano in Borsa lo sviluppo di società che offrono sicurezza, addestramento e un certo tipo di suggerimenti. Vecchi mercenari, addio. La Black Water americana organizza poligoni a Moyok, Nord Carolina, in una tenuta di tremila ettari dove vanno a scuola anche i marines. Il Pentagono resta il cliente di riferimento e i campi di battaglia dove manda questi uomini destinati a “proteggere interessi privati e popolazione”, si allargano alla ex Jugoslavia. Ad un'altra agenzia – Mpri – la presidenza Clinton chiede assistenza per addestrare i croati impegnati contro i serbi. Contratto: 75 milioni di dollari. L'orrore dei massacri africani raggiunge subito l'Europa, “pulizia” croata che fa 100 mila vittime civile a Krajina. Gli ingaggi si moltiplicano in America Latina: le 12 basi Usa, aperte in Colombia subito dopo l'abbandono di Panama, privatizzano la caccia ai narcos e alla guerriglia Farc.

Attorno ai colossi che una linea invisibile divide dai vecchi soldati di ventura – ricorda la Pagliani – sono nate centinaia di società fatiscenti. L'Iraq è una torta appetitosa e favorisce la proliferazione. Lo stessp governatore Paul Brenner, superprotetto nel triangolo verde di Baghdad dalle forze della coalizione, si sente più sicuro se circondato da altre 450 guardie della Aliburton, società del vice presidente Usa, Dick Cheney. Contratto: 7 miliardi di dollari. Tentano la concorrenza al ribasso i magliari di ogni paese, nascosti sotto sigle esotiche domiciliate dal Nevada alle Seychelles: concorrenza con buchi di ufficio, telefonino, rifugi non tranquilli. Chiamano chi è rimasto con le mani in mano, vecchi compagni d'armi o di palestra. Un fai da te pericoloso anche se non del tutto sprovveduto: i caporali sanno navigare e pagano tangenti tagliando i guadagni di chi deve rischiare la vita. Sei mila dollari al mese, un terzo, un quarto, di quanto intascano i miliziani delle holding.

Ecco l'altra parola: “resistenza”. I nostri quattro e gli altri ventimila che lavorano in Iraq, sono lì per affrontare agguati di chi non sopporta la presenza americana. “Non usi la parola resistenza”, furia nell'apposito “Porta a Porta” del ministro Frattini contro Lilly Gruber, colpevole di averla evocata fra le fonti interpellate per scoprire qualcosa degli italiani prigionieri dei terroristi. Ancora i vocabolari: “Resistenza: capacità di non lasciarsi travolgere, frammentare, assoggettare. Storica: movimenti di lotta politico militare in tutti i paesi d'Europa contro i nazisti e i regimi da questi sostenuti – in Italia, il fascismo – durante iò secondo conflitto mondiale. Fenomeno ripetuto contro il colonialismo in Oriente lontano e medio, nei paesi africani e in America Latina”. Chi chiede agli americani di lasciare l'Iraq, può identificarsi con le definizioni che i glottologi affidano al vocabolario, o come sta succedendo ai libri di storia per le scuole, bisogna ritoccare l'elenco delle parole accusando tutti di terrorismo?

Purtroppo un'espressione quasi dimenticata, ieri, giorno di festa, è tornata su giornali e Tv: “uccisioni mirate”. Inutile sfogliare i libri. Vale l'interpretazione data da Frank Costello il 2 marzo 1957 al presidente del tribunale John Muller che l'interroga a New York. Costello era stato ferito da un killer e restava zitto, nascondendosi dietro il quinto emendamento: non aveva visto, non ricordava, insomma, litanie da padrino di Cosa Nostra.

Ma quando Muller gli chiede cosa intende, nel dire che l'attentato era “solo un 'esecuzione mirata”, Costello finalmente parla: “Credo abbia un vantaggio rispetto agli attentati generici: evita sparatorie per strada o bombe nei ristoranti. L'uccisione mirata evita vittime innocenti”. Il presidente insiste: “Definendole un vantaggio significa che ne approva il metodo?”. Costello non se la sente di ammettere che lo approvava. Un amico racconterà più tardi allo scrittore Gay Talese: “Tremava all'idea di poter essere considerato un criminale senza pietà”. Cinquant'anni dopo il processo al boss, dalla Casa Bianca a casa Sharon nessuna vergogna.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 19/04/2004




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