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Lo spericolato Re di Tonga

Per dimenticare l'angoscia di “Porta a Porta” ed “Excalibur”, che ne è la sacrestia un po' sudata, ecco due favole dal finale malinconico. Travolti dall'Iraq (dove non c'è la guerra, come dimostra il ministro Giovanardi) i Tg non perdono tempo a raccontarle. Cronache di mondi lontani, eppure l'impressione è di averle già ascoltate con nomi appena diversi. Chissà dove. Taufaahu Tupou IV è il sovrano di Tonga, paese ammesso nel '99 alle Nazioni unite. I suoi atleti corrono alle Olimpiadi: nessuna medaglia. Monarchia costituzionale che regna su 99mila abitanti dispersi in un pulviscolo di isole tra le Figi e le Cook, al largo dell'Australia. Vivono di turismo.

Esportano polpa essicata di noci di cocco, banane e vaniglia. Tutto il resto lo comprano, dal petrolio alla coca cola, e la bilancia commerciale ne risente. Rosso profondo. Ma per dare una mano ai pescatori dalle dispense vuote e ai contadini pagati in centesimi, sua maestà ha accolto la proposta umanitaria di un uomo d'affari americano, Jesse Bogdgonoff, suo consigliere finanziario. Tra il 1982 e il 1991 mette sul mercato cinquemila passaporti che trasformano in cittadini di Tonga, cittadini che nei loro paesi hanno qualche problema. Prezzo tra gli ottomila e i ventimila dollari. Anno a ruba. Viandanti in arrivo da Hong Kong, dal Giappone, dall'Europa, qualche americano, godono della protezione di una legislazione tollerante: non vuol sapere dei vecchi peccati e chiude gli occhi sui traffici che continuano. L'allegria delle sue banche fa concorrenza spietata alle banche di Cayman, Isole Vergini e affini. Per confermare il mito dell'isola verde-azzurra, paradiso dei velisti, le casseforti segrete vengono battezzate “conti primavera”. Anche Imelda e Ferdinando Marcos, dittatori delle Filippine, diventano polinesiani. Il consigliere Bogdanoff ha un'altra idea. Inutile seppellire il tesoro nella Bank of America, referente del fragile sistema creditizio tonghese. Piccolo ritocco alla regola coloniale della corona britannica e l'esportazione di valuta nei paradisi fiscali seri, diventa legale: come il gioco delle tre carte, porta fuori il denaro che sotterfugi innominabili rintanano qui. Nel paradiso dei Caraibi Bogdgonoff compra azioni di società “sicure” nelle quali infila la sua Wellness Tecnologie, laboratori che languono in California. Quando Wall Street vola, Tonga può stare tranquilla. E la vita di Tauffahau Tupou IV trasforma le ristrettezze di un sovrano contadino nello sfarzo del satrapo orientale. La villetta di Nauku Alfa, micro capitale, diventa una reggia come si deve: Roll's Royce, giardini, ricevimenti principeschi. Ma il piccolo re vuol difendere la tradizione. Mette assieme governi dove i suoi avvocati, o i contabili delle sue proprietà, sono maggioranza devota e come il sovrano non sopportano le domande provocatorie dell'opposizione. Per evitare ogni pericolo, Tv e radio private vengono affidate alle mani del figlio, principe ereditario Tupuotoa. Suoi i supermarket, assicurazioni e villaggi turistici. E nel nome della “tradizione millenaria”, Tauffahau Tupou IV accoglie gli ospiti con la gentilezza ereditata dagli avi. Quando Lytton Foster, funzionario di quinta fascia del ministero degli esteri inglese, partecipa benevolmente alla festa che celebra il ventesimo anniversario dell'indipendenza, sua maestà interrompe il discorso dell'ospite spolverandone la giacca con piume di pavone. L'ospite perde la parola; con occhi stupiti vuol sapere cosa sta succedendo. “Il nostro modo di ringraziare chi ci fa complimenti...”, è il sorriso del re. E il mattino in cui Norman Jackson arriva da Washington per fargli visita a nome del dipartimento di stato, Taufaahau Tupou IV lo fa aspettare mezz'ora ma poi si scusa. “Ho riunito il governo per la prima colazione. A Tonga gli affari di stato si discutono in casa. Di solito a cena, ma aspettavo la sua visita e ho anticipato. C'erano due o tre leggi urgenti da firmare...”. Gli presenta Jesse Bogdgonoff: “L'ho decorato con la medaglia di buffone di corte. La parola non tragga in inganno: è il più alto riconoscimento che la tradizione mantiene nel ragno di Tonga”.

Purtroppo la favola finisce male. La Borsa traballa bruciando il tesoro: più di cinquanta milioni di euro. E dalla finanziaria del reame sparisce il 40 per cento del reddito nazionale. Povero governo costretto a tagliare scuole, medicine e chiudere i due ospedali pubblici: ci si cura solo pagando e il malcontento dà forza al partito nazionale democratico che vince le elezioni. Il nuovo governo vuol sapere dove finiti i soldi. Si rivolge al tribunale di San Francisco. Bogdgonoff proclama la propria innocenza. Che colpa ne ha se Tauffahau Tupou IV, i suoi ministri e i suoi consiglieri non sapevano fare i conti e hanno rifiutato i consigli dell'uomo bianco? Aspettando la sentenza, attraverso Patrick Richardson, tre persone e sei società offrono gli spiccioli rimasti: 986mila dollari. Cnn e giornali americani fanno a pezzi i poveri selvaggi anche se l'avvocato Richardson lascia capire che Taufaahau Tupou IV avrebbe in mano l'arma segreta in grado di ridare lustro alla monarchia. In quanto comandante supremo delle forze armate (in realtà, polizia militarizzata) pare abbia scritto al presidente Bush mettendo a disposizione i suoi uomini per contribuire al consolidamento della democrazia in Iraq. Forse una furbizia nascosta: Baghdad, finalmente tranquilla, avrà pur bisogno di vaniglia, banane e polpa essicata di noce di cocco. Nella ripartizione dei contratti commerciali fra i paesi della coalizione, a Tonga non spiacerebbe sedersi al tavolo dove si spartisce la torta accanto alla madre patria Inghilterra, Italia, Australia e Giappone.

L'altra favola, il cui finale sembra amaro, anche se resta cauto il pessimismo dei fratelli Grimm 2000, riguarda un protagonista conosciuto: Carlos Menem, ex presidente argentino, chioma dalla tintura pesante, divorziato con figli, risposato con Cecilia Bolocco, 38 anni, ex regina di bellezza ed ex Simona Ventura della televisione cilena. A 73 anni diventa padre di un bambino già designato “futuro capo di stato dell'Argentina”. Ecco perché lo ha battezzato Saul Carlos Menem. “Secondo”, perché il primo Saul Carlos Menem è lui. Per la madre è solo il piccolo Maximo. Le mani lunghe Menem sono ormai leggenda metropolitana che la globalizzazione ha sparso nel mondo. Comincia quand'era governatore e i magistrati lo inseguono per aver permesso ad imprese vicino alla famiglia di cementizzare giardini, aprire strade inutili e costosissime, inaugurate con l'orgoglio di chi offre al paese una grande opera. E intasca percentuali. Si libera della magistratura appena diventa presidente: la ristruttura costruendo una piramide al cui vertice c'è una Corte Suprema, nomina di sua competenza. Insedia i propri avvocati col compito costituzionale di valutare denunce e accuse contro i ministri un po' parenti, rigorosamente d'affari. Assoluzioni scontate. Rompe l'embargo vendendo armi proibite a Croazia e Ecuador. Costringe al silenzio giornali e giornalisti. Domina le Tv attraverso sovvenzioni segrete e pubblicità istituzionali che fanno nascere nuovi editori da contrapporre a quelli veri, i quali rompono le scatole. Appena si scade il suo mandato, comincia la caccia ai conti primavera. Nascosti bene, eppure in Svizzera ne salta fuori uno: sciocchezze, 800 mila dollari. Il gruzzolo pesante è ormai sepolto in una banca della quale ancora non si conosce il nome. Va in galera, ma ciò che resta della sua Corte Suprema (oggi rifatta dal nuovo presidente Kirchner) ne riconosce il candore. Lo libera e gli permette di candidarsi alla presidenza: un anno fa. A giudicare dai manifesti con i quali era tappezzata Buenos Aires, il Menem al potere aveva creato milioni di posti di lavoro, messo in moto meccanismi che permettono pensioni lussuose ad ogni argentino, senza contare strade, la meraviglia dei telefonini cellulari, soprattutto il prestigio internazionale che il suo sorriso conferiva alla patria. Benessere sotto gli occhi di tutti, ripeteva felice nei monologhi televisivi, eppure nessuno riusciva a vederlo nella patria lottizzata da mani straniere, ecco perché l'ottimismo non funzionava. Corruzione e politica dissennata hanno messo la gente al tappeto. Miserie che conosciamo. Bambini morti di fame come nell'Afric subsahariana. Pensionati che raccolgono carta per strada, montagne di carta per due dollari a notte. Menem si ritira. L'altra mattina, nel tribunale di Buenos Aires, Roberto Martinez Medina, testa a sorpresa, ex spalla di Raul Granillo o campo, riferisce che non era il solo a pretendere bustarelle: anche gli altri ministri intascavano 50 mila dollari ad ogni appalto o privatizzazione nella quale era richiesta la loro firma. Tariffario quasi ufficiale. Carlos Corach, ombra pubblica e privata di Menem, manovrava ogni trama tagliando fette sempre più grosse con una frase diventata libro, commedia, forse film: “Robo para la corona”, rubo a nome del sovrano. Il testimone che ha aperto il sacco è stato subito minacciato di morte e nascosto in luogo segreto dalla polizia. E Jorge Urso, giudice argentino, spicca mandato di cattura internazionale contro Menem, mentre nel Cile del presidente Lagos – dove Menem si è trasferito, stupendo appartamento poco lontano dalla villa di Pinochet – è stato annunciato che non potrà godere dell'asilo politico: “Non esistendone i presupposti...”. Insomma, nei guai. Reagisce come i protagonisti di altre favole: “Non hanno prove, solo teoremi. Una certa magistratura non gradisce il modo chiaro con cui faccio politica disturbando la vecchia politica che ispira le persecuzioni di pochi magistrati comunisti. Mi vogliono in galera per odio, ed anche invidia. Non digeriscono l'amore col quale il popolo argentino continua ad appoggiarmi”. Francesco Relea, giornalista catalano del Pais, lo ascolta con meraviglia: “Anche il presidente Kirchner fa parte della congiura?” “Mi teme. E' autoritario. Vuole ricandidarsi consapevole che se mi presento lo travolgerò. Ecco perché trema per la sua pochezza e agita scandali inesistenti con l'aiuto della magistratura faziosa. Giudici politicizzati e servili tipo Urso hanno sempre costretto i grandi uomini all'esilio: ?Higgins (Garibaldi cileno), Bolivar, Peron...”. Non ha paura d'essere arrestato a Santiago del Cile? “E perché? Sono qui come turista, padre di famiglia, marito felice. Cecilia ha una bella villa di campagna. Le sembra un esilio? Sto solo aspettando di tornare alla Casa Rosada. Governerò per altri otto anni. Non ci crede? Lo scrivo e lo firmo sul suo quaderno”. L'impressione è di aver ascoltato le stesse promesse in un'altra favola.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 28/04/2004




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