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Volti e storie dell'opposizione a Fidel Castro

Da un anno sono chiusi nelle prigioni disperse in ogni angolo dell'isola: 75 dissidenti condannati per “aver messo in pericolo l'integrità nazionale”, ma solo “prigionieri di coscienza” per chi difende le loro ragioni. Tanti intellettuali, qualche giornalista, un bel numero di “informatori”, come vengono definiti dai documenti consultabilissimi nella Sezione d'Affari Usa dell'Avana. Fra chi è colpito ingiustamente ricordo Raul Rivero, bravo giornalista di Prensa Latina, poeta delicato. Ricordo l'economista Cepe ed altri mai conosciuti la cui integrità morale non deve essere mescolata con l'opposizione di altre persone. Rivero ha lavorato a Mosca per l'agenzia di stato, ma da Mosca è tornato con dubbi che non nascondeva. Nell'89 lascia l'associazione degli scrittori e nel '91 firma “La lettera dei dieci”: chiedono a Castro di completare le promesse di democrazia annunciate quando la rivoluzione aveva vinto. 9 firmatari scappano, Rivero resta: la sua coscienza è tranquilla. Perde posto e stipendio. Vive collaborando a giornali stranieri: l'Herald di Miami, El Mundo di Madrid. Poi la condanna a 20 anni. Parla con la moglie 20 minuti alla settimana, la incontra ogni tre mesi. Dovrebbe scontare altri 19 anni. Non verrà in Europa a ritirare il premio mondiale che l'Unesco assegna ogni anno al testimone che più di ogni altro difende la libertà di stampa.

Fra i 75 “pescati con le mani nel sacco mentre tradivano il loro paese”, tanti gli somigliano, altri no. C'erano spie travestite dei servizi segreti di stato; o arrabbiati che hanno affidato la speranza di addolcire la vita, alla capitalizzazione della rabbia: non sia mai domani. Non importa il numero degli idealisti, importa che siano vittime di due recite. Bush insiste sulla necessità di soffocare “il diavolo comunista”. Deve tener buoni i cubani di Miami, potentissimi nel condizionare i risultati elettorali. Castro insiste nel rilanciare la paura dell'invasione. Nelle province d'Oriente si scavano trincee per fermare l'invasione data per sicura “prima delle presidenziali Usa di novembre”. Intanto gli Usa vendono a Cuba – pagamento cash – perfino lo zucchero e le commissioni militari dei due paesi si incontrano di continuo per discutere della sanità nella base americana di Guantanamo, come rimandare indietro il balseros mettendo a punto una strategia comune per fermare il narcotraffico nei Caraibi. “Tatticamente” Cuba tace sulle condizioni spietate imposte ai prigionieri incatenati dai marines su territorio cubano e Bush rimanda ogni sei mesi l'indurimento dell'embargo della legge Helms-Burton allargando i commerci con l'isola. Un paradosso se non fosse per i “prigionieri di coscienza”.

Nessuna cassa di risonanza

Intanto i leader dissidenti continuano (con difficoltà, per il momento senza drammi) la loro battaglia di parole, restando all'avana. L'incontro con Menoyo e Moruà protagonisti nuovi e più radicati anche se poco raccontati in Europa, fa capire come la realtà si trasformi in un un modo difficile da decifrare fuori dall'isola. Non hanno le casse di risonanza dei dissidenti storici. Nessun apre alle loro parole radio, tv e giornali a Miami. Da lontano non ne sappiamo quasi niente. Facile spiegarne i motivi. E' la prima domanda che rabbuia Osvaldo Payà, Movimento Cristiano di Liberazione: quali ambasciate frequenta? L'ingegnere si arrabbia: “Tutte, meno quella messicana, troppo amica di Castro. Adesso faccio io una domanda: avrebbe chiesto ai sudafricani in lotta contro l'apartheid quante volte bussavano alla porta dell'ambasciata americana? Noi cristiani veniamo considerati diversi, come i neri di Pretoria. Ci è stato permesso frequentare facoltà solo tecniche: sono ingegnere elettronico perché a un cattolico era proibito laurearsi in Lettere, Filosofia o storia. Mi fa piacere che la sinistra europea scopra finalmente cosa succede all'Avana. Ricordo l' amarezza guardando i nostri telegiornali. Vedevo delegazioni francesi, spagnole, italiane raccolte con ammirazione attorno a Fidel. Possibile, chiedevo, che non abbiano la curiosità di capire quale destino è riservato a chi non è d'accordo col partito unico? Ho passato due anni e mezzo in prigione, isola dei Pini, colpevole di essere un leader studentesco indisciplinato. Solo perché di famiglia dichiaratamente religiosa”.

Payà ha presentato il progetto Varela, base per un dialogo pacifico col governo. A differenza di Moruà e Menoyo, ha fretta. Pretende l'immediato bipartitismo, ma come loro difende le conquiste sociali: scuola, ospedali, servizi, trasporti, assistenza a bambini ed anziani devono restare sotto tutela. Solo lo stato può garantirla. Rigetta, soprattutto, la richiesta dei cubani di Miami i quali da sempre pretendono la restituzione delle proprietà ai vecchi padroni. Case e terreni. “Una catastrofe destinata a scatenare la guerra civile”. Allontana l'idea con un gesto della mano.

La sua battaglia è un'altra. La Costituzione cubana prevede sia possibile una proposta di referendum sottoscritto da almeno diecimila elettori. Payà ha raccolto 11200 firme. E' venuto Carter a presentare il progetto all'università, discorso trasmesso in diretta dalla televisione. Castro non ha detto di no. “Fino a quel momento giornali, radio e Tv non ne avevano parlato. E l'adesione è subito cresciuta: le firme sono più di 14 mila, ma il partito unico ha organizzato un'altra raccolta. La sua macchina dominante chiedeva alla gente di proclamare fedeltà assoluta al partito invitandolo a governare da solo e per sempre. Cosa potevano rispondere? Hanno firmato. Del progetto Varela non si è mai discusso in pubblico o in parlamento. Un modo per violare la costituzione. Si continuerà a votare per eleggere 630 candidati proposti da un solo partito per i 630 posti disponibili al congresso. Nessuna alternativa. Cuba ha ormai bisogno di una democrazia articolata: l'evoluzione economica propone nuovi soggetti che non possono sentirsi rappresentati dalla rigidità della vecchia struttura”.

Chi non vuole il progetto Varela? “L'ufficialità, anche se sottovoce molti di loro non sarebbero favorevoli. Ai notabili di Miami non piace che lo stato si faccia carico di ogni tutela sociale: pretendono di instaurare il liberismo selvaggio e la restituzione di “tutte” le vecchie proprietà”. Parliamo nella casa di una zia, municipio Cerro, verso la collina. Payà non ha telefono. Continua la professione di tecnico della sanità. “Non ho perso il posto, ed è un miracolo. Ma mi tengono sotto pressione”. Racconta di scritte che lo insultano sull'asfalto sotto casa. Gli imbianchini rifiutano di rinfrescare le pareti: “Ordini della polizia”. Fra i 75 condannati “tante persone che hanno firmato il progetto Varela”. Non nasconde la simpatia per Comunione e Liberazione. Al di fuori di Havel, ha dimenticato i nomi di chi lo ha proposto per il premio Nobel della Pace. Va nell'altra stanza per riversare su un dischetto le 60 pagine del documento Varela. Riproduzioni difficili perché nessun cubano può comprare certi strumenti elettronici: “Chi glieli ha regalati?” “Ancora la vecchia domanda: chi ha cuore la democrazia”.

Vladimiro Roca, figlio di Blas Roca estensore della costituzione rivoluzionaria ispirata a quella bulgara, vive nel quartiere dove abitano diplomatici, generali, protagonisti importanti del partito. La sua dissidenza ha infastidito più di ogni altra. Teorico del marxismo, studi a Mosca dove diventa pilota di Mig da combattimento, si converte al cristianesimo quattro giorni prima dell'arrivo del Papa. “La vocazione da tempo mi inquietava. Forse il carcere, forse la presenza di Giovanni Paolo II lo hanno reso possibile. E la convinzione spirituale nascosta finalmente è affiorata”. Assieme a Elisardo Sanchez, ha scritto un documento-proposta in 36 punti. Bipartitismo, elezioni al più presto, ma anche possibilità per tutti di vendere e comperare automobili, e diritto per chi lavora con un'azienda straniera (la quale paga in dollari, allo stato) di non ricevere dal ministero solo pesos ma una parte del salario nei sospirati biglietti verdi. I rapporti con Sanchez vanno a corrente alterna. Anni fa Roca aveva aderito al suo partito socialdemocratico, e Sanchez dopo un po' lo ha abbandonato: “Vuol decidere tutto da solo...”. Adesso sono ancora assieme: Todos Unidos. Hanno appoggiato “dall'esterno il progetto Varela”. Non sareste più forti unendovi agli movimenti? “Unione vuol dire mescolare e pastorizzare le idee. Può far bene alla strategia ma umilia la sostanza. Sono convinto di sapere cosa vogliono i cubani. Sono soprattutto deciso a permettere una scelta fra tanti partiti dopo 45 anni di partito unico”.

Un libro imbarazzante

E' vero che teme una guerra civile: “La temo. Fuori c'è Bush. Castro continua ad accusarlo di volerlo assassinare usando la Fondazione è ormai una rappresentanza moderata. Moderazione che crea problemi perché senza battere i pugni sul tavolo, il caso Cuba si sgonfia, la gente dimentica, i delusi possono scatenare tutto”. Figlio di un comunista storico, giovane comunista che scalpita, oggi si batte contro il comunismo e le memorie familiari: cosa è successo”. “Quando sono entrato nella gioventù comunista papà ha voluto sapere: “Sei sicuro? Ricorda di seguire le idee, non le persone. Il governo ha tradito la memoria di mio padre non applicando la sua Costituzione.Il referendum sul progetto Varela ne è esempio”. Ho solo telefonato a Elisardo Sanchez: lo conosco da quindici anni, ma le foto e i documenti pubblicati dal libro “Il Caimano”, imbarazzano. Non vorrei ferirlo. Strana storia...”Il caso vuole che mi accompagni sulla veranda mentre da un gippone dai vetri abbrunati scenda un signore, zoppica, busta pesante in mano. Per un attimo Roca si imbarazza. Lascia cadere la busta su una sedia. Il signore se ne va senza neanche buongiorno. L'auto ha la targa della Sezione d'affari Usa. Al telefono, appunto, non so cosa dire ad Elisardo Sanchez. Il vecchio professore di marxismo, primo dissidente a rispondere ai giornalisti 15 anni fa, segretario dell'associazione per i diritti umani, appare quasi ogni giorno in Tv: velenosa riproposizione della medaglia che gli viene appuntata al petto quale agente prezioso del controspionaggio cubano. Inno nazionale di sottofondo. Poi i documenti raccolti in un libro imbarazzante ma anche indegno per chi lo sta sventolandolo come una bandiera. Fatture, conti spese dei quali richiede rimborsi per aver portato a pranzo questo o quel visitatore. Elisardo si difende con un filo di voce: “L'ho fatto per chi è in prigione. A Cuba o si lavora così o non si lavora. Posso spiegare”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 26/03/2004




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